Monthly Archives: October 2011

Il riflusso clericale

La crisi europea del debito e la desolante incapacità di questo governo di combatterla ci hanno tenuto occupati, in questi giorni, e abbiamo prestato la dovuta attenzione ad un fenomeno preoccupante: il ridimensionamento delle istanze laiche in Tunisia e in Libia. C’è infatti il rischio che il percorso di democratizzazione dei due paesi venga rallentato o stroncato dall’affermazione delle forze islamiste.

Ieri in Tunisia si sono svolte le elezioni politiche, e dalle prime proiezioni sembra che il partito islamico Ennahdha sia in netto vantaggio, intorno al 40%.  Questo successo è in parte dovuto alla diffusione capillare che il partito poteva vantare da anni grazie alla lunga opposizione, e in parte è responsabilità di un’assurda divisione delle forze laiche e progressiste in una miriade di gruppi differenti (vi ricorda qualcosa?). Gli analisti non sanno bene cosa aspettarsi da Ennahdha, che in passato portava avanti istanze integraliste ma che ora sembra aver adottato posizioni più moderate.

In Libia il Presidente del Consiglio Nazionale di Transizione, Mustafa Abdel Jalil, ha dichiarato durante la cerimonia per la celebrazione della liberazione libica che il Paese sarà governato secondo i principi della Sharia, la legge islamica. Il Ministro Frattini, dimostrando la consueta confusione mentale, ha dichiarato: “La cosa che conta è che la shari’a lasci le libertà, la libertà di religione, di costruire chiese cristiane”. Ma il timore è di dover aver a che fare presto con dei nuovi Ahmadinejad.

Il destino dei dittatori

Gli interventi di molti commentatori a proposito della morte di Gheddafi per mano dei ribelli hanno deprecato il fatto che sia stato ucciso e non sia invece stato arrestato per essere poi giudicato dalla Corte Penale Internazionale.

Chi voleva che il Raìs fosse processato considera la sua uccisione una violazione della Convenzione di Ginevra, dato che ha riguardato un prigioniero di guerra. E probabilmente è vero, gli insorti hanno violato la Convenzione di Ginevra.

Questo però, secondo me, non dovrebbe essere rilevante. La notizia è che finalmente un dittatore, dopo 42 anni di dominio violento e sanguinario, è stato ammazzato dal suo popolo. E di questo sono solo felice. Ne sono felice perché la morte violenta è il modo con cui sei destinato a finire la tua vita, se decidi di usurpare la sovranità del tuo popolo e costruisci un regime basato sulla legge del più forte. Perché è di questo che si tratta, banalmente: un dittatore è uno che volontariamente si pone al di fuori della legalità, al di fuori persino della vita comunitaria. Il tiranno non riconosce il diritto della società di autoregolarsi e di scegliersi i propri rappresentanti, ed instaura un potere che non ha altra legittimazione se non sé stesso.

In quanti considerano ingiusto il trattamento riservato a Mussolini il 28 aprile del 1945, a Giulino di Mezzegra? A ben vedere, ha poi tutto questo senso cercare di stabilire se è giusto o no? Semplicemente, è storia. Quando sistema di potere su cui si regge un dittatore collassa, il dittatore, salvo rari casi, muore. Punto. Hanno fatto eccezione, in tempi recenti, Pinochet, Ben Alì e Mubarak. Con Gheddafi torniamo alla normalità.

Durante una rivoluzione lo Stato collassa e con esso scompare la legge positiva. Il risultato è che i rapporti tra le parti vengono a dipendere soltanto da criteri quantitativi, non qualitativi. Gheddafi ha governato per 4 decenni il suo paese con un pugno di ferro, massacrando migliaia di persone. La sua fine è più che mai meritata. Spero che ora la Libia possa ripartire da zero. E spero che arrivi presto il turno di Assad.

Dopo l’indignazione ci vogliono proposte

Se c’è una cosa che è emersa dai tristi fatti di sabato scorso, oltre all’impreparazione delle forze dell’ordine, è la disorganizzazione con cui il movimento degli “indignados” ha affrontato l’appuntamento.

Nessuna modalità di protesta innovativa, nessuna occupazione sul modello, ad esempio, dei colleghi americani. Ci si è voluti affidare ai soliti mezzi: un corteo nel centro storico, con gli striscioni, le bandiere e tutto il resto, ma senza il servizio d’ordine. Col risultato paradossale di vedere i manifestanti che applaudivano i poliziotti, cioè i rappresentanti di ciò che si stava contestando!

Mi pare che le carenze organizzative di questo movimento rivelino in realtà un difetto di fondo: la mancanza di una consistenza politica e programmatica. Abbiamo capito tutti contro cosa protestano gli indignati. Ma cosa vogliono? Quali sono le loro proposte, in campo economico, politico, sociale, culturale? Hanno un progetto? Hanno una vaga idea di come risolvere i problemi che sollevano?

Se sì, sarebbe interessante discuterne. Ma l’impressione che ne ho tratto finora è che sia proprio la sostanza a mancare.

Il Ministro Maroni si dissoci da Radio Padania

Durante la mattinata di domenica 16 ottobre un’ascoltatrice ha telefonato in diretta a Radio Padania parlando della manifestazione di ieri a Roma e dicendo: «Si ha paura che scappa il morto? Io questo non lo capisco, non ce ne frega niente che scappa il morto». Il conduttore di turno, Alfredo Lissoni, gli ha risposto con nuncuranza: «Lei ha ragione».

Chiediamo a Radio Padania, emittente ufficiale della Lega Nord (partito che in Italia esprime il Ministro degli Interni) di dissociarsi pubblicamente dall’affermazione del suo conduttore e di scusarsi immediatamente per quanto da lui sostenuto.
Chiediamo altresì al ministro degli Interni Roberto Maroni di dissociarsi pubblicamente da quanto sostenuto dalla radio del suo partito.
Alessandro Capricciolli METILPARABEN
Arianna Ciccone VALIGIA BLU
Francesca Fornario DUEMILAUNDICI
Alessandro Gilioli PIOVONO RANE 
Luca Sappino, LS 
Daniele Sensi L’ANTICOMUNITARISTA
Lorenzo Tondi A TUTTO TONDI

Conti che potrebbero non tornare

Oggi Alessandro Gilioli ha fatto notare una stranezza, nei preparativi effettuati dalle forze dell’ordine prima della manifestazione di ieri a Roma:

In Via Ludovico di Savoia, a meno di trenta metri da piazza San Giovanni, c’è la residenza dell’ambasciatore britannico. Ogni tanto – credo in occasione del compleanno della Regina – l’ambasciatore dà un ricevimento formale. Arrivano altri diplomatici, politici, auto blu, limousine.

Bene: in quelle occasioni, il giorno prima viene messo un bel nastro giallo con i cartelli di divieto di sosta “dalle ore… alle ore” che proibisce il parcheggio in tutto il blocco che va dalla stessa via Ludovico di Savoia alla piazza – e giù fino a via Biancamano.

Bene: ancora ieri mattina – nonostante tutti temessero disordini – qui invece si parcheggiava serenamente non solo in tutta via Ludovico di Savoia e in tutta via Umberto Biancamano, ma addirittura lungo il tratto finale di via Emanuele Filiberto, davanti al ‘Pizzarito’, cioè proprio in piazza.

Vale a dire nel luogo in cui la polizia ha fatto convergere i cosiddetti black bloc e dove subito dopo sono iniziati gli scontri, poi proseguiti quasi tre ore.

Ed è qui che hanno bruciato auto e cassonetti, anche quelli lasciati tutti al loro posto.

…resta anche qualche dubbio sulla strana scelta di lasciar parcheggiare fino all’ultimo le auto dove si temeva scoppiassero gli scontri: e dove, per un ricevimento dell’ambasciatore, ci si organizza dal giorno prima con cartelli, nastri e carri attrezzi.

Oggi sul profilo facebook del Collettivo Zam di Milano trovo questa foto:

La foto è un accostamente di due scatti distinti, e possiamo notare un uomo con giacca beige, camicia azzurra e occhiali da sole prima tra un gruppo di agenti, poi di fianco ad un paio di black bloc intenti a sfasciare la vetrina di una banca.

Ne parla anche Repubblica, ma riporta soltanto la foto di destra, quella della banca.

Sarebbe interessante:

a) accertarsi che la foto non sia un falso: non sono un esperto di fotoritocco e dunque non saprei da dove cominciare

b) appurata l’autenticità della foto, capire chi è il signore ritratto. Un giornalista? O forse un comune manifestante fotografato in due momenti diversi? Un agente in borghese, forse della Digos? Ma la polizia, quella in tenuta antisommossa, dov’era?

Indignati a Roma, cosa è mancato

Purtroppo è successo ciò che molti temevano: una grande manifestazione pacifica animata da 200.000 persone è stata rovinata e resa completamente inutile dalla prepotenza e dall’arroganza di poche centinaia di fascistelli, che hanno soddisfatto i loro istinti criminali mettendo a ferro e a fuoco la capitale.

Questi delinquenti sono il cancro della democrazia, gli squadristi del nuovo millennio, gente che ha come unico obbiettivo quello di scendere in strada per bastonare la polizia e i giornalisti e per distruggere vetrine ed incendiare auto.

D’altro canto, il fatto che questi teppisti siano riusciti a farsi notare senza troppi problemi, la grande libertà d’azione di cui godono, temo siano il risultato di questa tendenza entusiasta ad organizzare manifestazioni “dal basso”, gestite e convocate dalla “società civile”. Tutto bello, per carità, fa piacere vedere tanto coinvolgimento e tanto attivismo da parte dell’opinione pubblica, ma manca una cosa fondamentale: il servizio d’ordine. Con quello, forse, i violenti sarebbero stati emarginati, e a quest’ora avremmo potuto discutere di lavoro, sviluppo, mercato, istruzione, sanità e tanto altro, invece che sperimentare un momentaneo ritorno agli anni di piombo.

Forse, in fondo in fondo, i partiti servono ancora a qualcosa.

Sul mercato del lavoro la sinistra deve fare la sinistra

Uno dei motivi per cui l’attuale governo ha da tempo smesso di essere credibile, in Italia, in Europa e nel mondo, è l’inettitudine mostrata nel gestire la crisi finanziaria prima, quella del debito poi.

L’incompetenza del governo in materia economica è drammaticamente riassunta in un indicatore scarno e crudele: il tasso di disoccupazione giovanile, pari al 27,6% (dato relativo ad Agosto 2011). Il nostro paese, per un giovane desideroso di entrare nel mondo del lavoro, è invivibile. Le condizioni difficili in cui le nostre imprese si trovano ad operare rendono impossibile il ricambio della forza lavoro. Intere generazioni di ragazzi e ragazze, che portano in dote un capitale umano enorme, ancora più prezioso perché costruito faticosamente con anni di studio finanziati dallo Stato, vengono costrette ad accettare un impiego precario, malpagato e senza prospettive di carriera.

Se le risposte del centrodestra sono state insufficienti, d’altro canto bisogna ammettere che anche la sinistra sembra non voler risolvere il problema. Sinistra e destra hanno infatti approvato due riforme, rispettivamente il Pacchetto Treu e la Legge Biagi, che hanno creato e consolidato un dualismo contrattuale ingiusto e economicamente fallimentare.

Il PD non può continuare a rimanere trincerato nelle posizioni della FIOM: se vuole governare per motivi che vadano oltre il potere fine a sé stesso, deve delineare una riforma del mercato del lavoro che istituisca un unico contratto più flessibile e a tutele crescenti, accompagnato da un sistema di sussidi di disoccupazione decrescenti nel tempo, sul modello di quanto già fatto da diversi paesi scandinavi.

La semplificazione delle forme contrattuali deve andare di pari passo con una generalizzata diminuzione dell’imposizione fiscale sulle imprese e sui lavoratori: bisogna porre fine alla situazione attuale, che di fatto penalizza chi lavora e produce rispetto a chi vive di rendita.

Il mercato del lavoro deve anche aprirsi alla numerosissima forza lavoro giovane e qualificata che preme sulle nostre frontiere: senza i lavoratori extracomunitari il nostro sistema pensionistico è destinato al collasso, nel giro di 20 o 30 anni. Una grande ondata migratoria invece ci permetterebbe di ringiovanire la popolazione, di garantire la sostenibilità nel lungo periodo del nostro Welfare, e facendo aumentare la domanda aggregata potrebbe costituire uno stimolo decisivo alla ripresa dei consumi.

In realtà la questione non può essere ridotta ad un conflitto intergenerazionale: l’attuale sistema punisce non solo i giovani, ma anche i lavoratori produttivi e talentuosi. Garantire ad entrambi un futuro dignitoso è un proposito che la  sinistra deve fare suo. Adesso, prima che sia troppo tardi.

La sinistra e il capitalismo

Sul suo blog Cristiana Alicata critica Sinistra e Libertà per i manifesti in ricordo di Steve Jobs che hanno affisso in alcuni punti della città. Tre le motivazioni principali: la seconda e la terza sono condivisibili, la prima lascia perplessi.

 1) Jobs non era di sinistra, era un capitalista. Si può essere imprenditori di sinistra, ma Jobs era un capitalista. La mia è una provocazione ai compagni di SeL chiaramente. Non dimentichiamo che Apple è stata spesso criticata perché produce componenti dove i lavoratori non hanno alcuna difesa.

Andiamo oltre il fatto che Apple sfrutti manodopera cinese. Mi interessa la noncuranza con cui la Alicata afferma che “Jobs non era di sinistra, era un capitalista”. Come se il fatto di essere un capitalista impedisca di potersi definire e di poter essere di sinistra. Mentre invece quello a cui dovrebbe puntare una sinistra italiana moderna è lo sviluppo di un mercato concorrenziale, dalle regole certe, semplici e note a tutti.

Subito dopo si dice addirittura che “si può essere imprenditori di sinistra, ma Jobs era un capitalista”. Cristiana Alicata ci sta forse dicendo che un imprenditore di sinistra non impiega capitali propri nello svolgimento di un’attività economica, che non assume forza lavoro, che non organizza questo complesso di risorse in un’impresa, che non è soggetto al rispetto del principio di economicità (secondo cui i costi non devono superare i ricavi)? In cosa un “imprenditore di sinistra” differisce da un imprenditore di destra o di centro?

Ammesso e non concesso che la sinistra debba combattere il sistema capitalistico, la distinzione che l’Alicata fa tra “imprenditore di sinistra” e “capitalista” è priva di senso. Finché continueremo a fare ragionamenti simili, non possiamo stupirci della credibilità pressoché nulla che il centrosinistra ha presso gli italiani.

Egitto, la democrazia è ancora un miraggio

Ieri una manifestazione di protesta animata da cristiani copti e da musulmani è stata stroncata brutalmente dall’intervento dell’esercito nei pressi di Palazzo Maspero, sede della radio e della televisione di stato egiziane.

Secondo il blog Egyptian Chronicles la protesta è andata avanti senza problemi fino al tunnel Shubra, quando i manifestanti sono stati oggetto di lanci di sassi e alcune persone (che, pare, non stavano manifestando) hanno sparato in aria.

Davanti al palazzo della televisione la manifestazione è stata dispersa con la forza dall’esercito, e sono iniziati scontri tra le due parti. Veicoli della polizia militare hanno travolto diverse persone, e diversi poliziotti sono stati aggrediti dai manifestanti.

La copertura mediatica degli eventi da parte di svariate televisioni satellitari (25 TV, al-Hurra, al Jazeera) è stata interrotta dall’esercito, mentre la televisione di Stato ha sin da subito accreditato l’ipotesi della violenza etnica, indicando i copti come una forza pericolosa per il benessere e la stabilità dello Stato. I presentatori della televisione governativa hanno lanciato appelli alla popolazione perché “proteggesse l’esercito dai Copti”. La “chiamata alle armi” ha avuto successo, centinaia di giovani musulmani sono scesi per strada e ne sono seguiti ulteriori scontri con i manifestanti.

Il bilancio di questa “domenica nera” è di 24 morti e 212 feriti. Dal resoconto degli avvenimenti sembra ormai chiaro che il governo provvisorio, formato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, sta cercando con ogni mezzo di destabilizzare il paese facendo leva sull’argomento etnico, per impedire la transizione democratica e sostenere l’esigenza di un governo forte: un modo come un altro per restaurare la dittatura.

Sembra che l’opposizione non sia in grado di reagire in maniera efficace alle mosse dei militari; il fallimento della Rivoluzione egiziana è ancora possibile ed è un pericolo da cui fuggire: avrebbe infatti conseguenze devastanti sul processo di democratizzazione del Medio Oriente e dell’Africa mediterranea.

I link della settimana

Una bella infografica di Linkiesta sul grave problema di sostenibilità che affligge il sistema pensionistico, argomento che avevo già affrontato in passato in due post su La Golpe et il Lione. La soluzione? Una sola: aprire le porte all’immigrazione.

Molto interessante è anche un post su NoiseFromAmerica a proposito del terribile ritardo accumulato dagli studenti italiani nelle materie scientifiche (in particolare matematica e fisica).

Su Linkiesta Peppino Caldarola chiede al PD di fare chiarezza sulle sue intenzioni e sul programma che vuole presentare agli italiani.

Il Nichilista spiega in questo post perché è giusto protestare contro il comma ammazza-blog.

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