Monthly Archives: December 2011

Un WiFi serio a Milano? Forse ci siamo

Se quello che il Corriere scrive verrà realizzato, sarà il primo grande progetto realizzato dalla Giunta Pisapia. Internet accessibile a tutti a Milano, grazie al wifi comunale.

Una connettività diffusa che, se venisse implementata con serietà ed efficacia, sarebbe il primo passo concreto per ridurre il divario che ci separa dalle grandi città europee. Speriamo che sia solo l’inizio.

Il PSE, il PD e i DS

In un bell’articolo su iMille Renzo Rubele ci racconta come è andata la Convenzione Progressista, un evento tenutosi il 25 e 26 novembre a Bruxelles, organizzato dal Partito Socialista Europeo per discutere a viso aperto il futuro della sinistra continentale.

Al termine di questo congresso il Partito ha approvato tre documenti, che trovate linkati all’articolo di Rubele: un generico Manifesto dei Valori, un documento programmatico, e un impegno a scegliere un candidato unitario alla Presidenza della Commissione Europea. I documenti sono chiari e sintetici, vi consiglio di darci un’occhiata, visto che testimoniano un inedito interesse dei partiti progressisti europei a costruire un soggetto politico unitario.

Come al solito, non di tutti i partiti progressisti. E come al solito, l’anomalia è quella italiana. Dovete infatti sapere che il PD nell’Europarlamento è membro del gruppo “Socialisti e Democratici” (gruppo appositamente costituito dopo i piagnistei degli ex-margherita che non volevano far parte di un gruppo esclusivamente socialista), ma NON fa parte del PSE. Se andiamo a spulciare il suo sito web, nella sezione dei membri, compare questa schermata:

In sostanza gli unici membri italiani del PSE sono l’insignificante PSI di Riccardo Nencini (che arriva a malapena all’1%) e i DS – si, proprio i Democratici di Sinistra! Ma non si erano sciolti, confluendo nel PD? Eppure il loro sito è ancora in piedi, simbolo grottesco dello stato patologico in cui versa la sinistra italiana.

La morale della favola è che la componente cattolica del PD, per una patetica questione nominale, ha impedito al partito di entrare nel PSE, ha costretto gli europarlamentari riconducibili al PSE a formare un gruppo da esso separato ed indipendente e sta impedendo al Partito Democratico di prendere parte ad un processo di politico che può cambiare le sorti del progressismo europeo. Quand’è che il PD vorrà affrontare la questione?

Piergiorgio Welby: 5 anni dopo non è cambiato niente

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia civile per affermare inequivocabilmente il diritto dell’individuo a rifiutare cure che non desidera e a disporre della sua vita in piena libertà.

Welby ha vinto la sua battaglia personale, grazie al sostegno dell’anestesista Mario Ricci (che per questo è poi stato indagato dalla magistratura e dall’Ordine dei Medici). Ma sul piano politico la situazione è sostanzialmente la stessa, nonostante siano passati 5 anni.

L’influenza nefasta dell’oscurantismo vaticano è purtroppo ancora forte, nel nostro Paese. Assistiamo ogni giorno imperterriti allo stupro sistematico delle libertà individuali. A parole tutti la vogliono: politici, giornalisti, intellettuali. Quando si tratta di agire di conseguenza e di garantirle sul piano pratico, i toni cambiano e si invoca il “buon senso”, si dice che “sono cose che vanno fatte per gradi”, et cetera.

Balle. Tutte le intromissioni dello Stato nella sfera privata del cittadino sono violazioni della sua libertà personale. E non trovano giustificazione alcuna nella presunta difficoltà di garantire questa libertà. Lo stesso vale per la Chiesa. Sono entrambi organismi che hanno come obbiettivo istituzionale il controllo sociale.

Lo Stato deve criminalizzare il consumo delle droghe leggere per rafforzare la criminalità e dunque dare alle forze di sicurezza un pretesto per ingrandirsi. La Chiesa deve inculcare nella gente la paura della morte e la convinzione perversa che la propria vita dipenda da qualcun altro, altrimenti la sua ragione d’essere verrebbe meno.

L’atteggiamento proibizionista sulle droghe leggere, che pure è da condannare e combattere con decisione, non è però spregevole, autoritario e inumano quanto la pretesa dei clericali, prontamente riconosciuta dalla legge dello Stato, di decidere dove inizia e dove finisce la vita altrui.

Questa pretesa non è soltanto una continua negazione dei più basilari principi di libertà, ma è anche un grave insulto a ciò che si sostiene di voler proteggere: la vita stessa.

Davvero un cattolico crede che mantenere artificialmente in vita una persona attaccandola ad una macchina sia il miglior modo per rispettare la volontà di dio?

Coloro che si oppongono all’introduzione del biotestamento o dell’eutanasia lo fanno, a loro dire, per difendere la sacralità della vita umana. Per loro la vita è più di un semplice stato “medico”, e un “qualcosa” che ci è stato donato. Ma allora perché vogliono difenderla attaccandosi a criteri meramente tecnici? Perché è l’unico modo che abbiamo per “identificarla”. Se l’identificazione della vita umana risponde a criteri tecnici e possiede dunque un certo grado di oggettività, il diritto di disporne appartiene al singolo individuo e a nessun altro. 

Dal momento che il valore della vita di una persona è il valore che quella persona gli dà, “obbligare” tutti i cittadini a vivere, senza tenere in considerazione la volontà del singolo, è un oltraggio alla dignità della vita umana oltre che un atto di sopraffazione.

Ecco perché ricordare Welby non basta. Ecco perché ogni forza politica progressista (in primo luogo il PD, se ci tiene ad essere considerato tale) non possono che considerare prioritaria l’approvazione di una legge in materia che ci faccia rientrare nel novero dei Paesi civili. Con la vita dei cittadini si è già giocato abbastanza, è ora di cambiare.

Nostalgia di Kim Jong Il? Niente paura, c’è Tumblr

Senza dubbio il miglior Tumblr in cui sia incappato fino ad ora. Dateci un’occhiata, contiene decine e decine di foto del “caro leader” intento ad osservare cose varie. Alcuni scatti sono semplicemente esilaranti. Basta cliccare qui.

Libero e l’economia non vanno d’accordo

Il pezzo della settimana di Libero. Oltre allo strafalcione che vedete sopra, per Natale la redazione vi regala anche un cesto di disinformazione. La causa dell’aumento dello spread di oggi non è stato il discorso di Draghi, ma il cambio del BTP di riferimento: non più quello in scadenza nel 2021, ma quello che scadrà nel 2022. Ma Libero se ne frega.

Il buon esempio del Papa

Sono rimasto impressionato dal contrasto tra due notizie sulla homepage di oggi del Corriere. Una subito dopo l’altra.

Un taglio agli sprechi? Partiamo da qui

Forse alcuni di voi se lo sono persi, ma il 10/12/2011 è uscito su molti giornali un appello al Presidente del Consiglio Monti in cui si chiedeva di ritirare i tagli ai finanziamenti all’editoria. Che ve lo siate persi non è sorprendente, visto che gli 8 giornali che l’hanno pubblicato raggiungono a stento le 200.000 copie.

In questi giorni, pressato da una parte dai latrati di farmacisti, tassisti et similia, dall’altra da una torma di politici timorosi di perdere elettori o di acquisire concorrenti una volta dismessa la veste del parlamentare, il governo sembra intenzionato a mettere da parte le liberalizzazioni, la lotta agli sprechi e alle categorie protette (leggi: privilegiate).

Ma il Medioevo è finito da un pezzo, e sarebbe anche giunto il momento di iniziare a grattare via le incrostazioni corporative che asfissiano il nostro Paese. Se non si vuole iniziare da avvocati, farmacisti, notai e tassisti, da qualche parte si dovrà pur cominciare, no?

Iniziamo dal giornalismo: via i finanziamenti a radio e giornali. Se sono capaci di rimanere sul mercato, bene: altrimenti, peggio per loro. Non vedo perché le imposte che pago dovrebbero finanziare La Padania (ma lo stesso discorso vale per Europa, Liberazione o il Manifesto).

I giornali non devono vivere sulle spalle dello Stato, ma su quelle degli inserzionisti e dei lettori.

Per Mario Monti le liberalizzazioni non sono una priorità

Leggo sul sito del Corriere che il pacchetto di liberalizzazioni di cui si è parlato nei giorni scorsi non farà parte dell’emendamento del Governo alla manovra. La presentazione di queste misure è infatti stata rimandata di un anno, con la sola eccezione della liberalizzazione dei farmaci di fascia C.

Sul resto sembra che l’esecutivo non voglia prendere provvedimenti. Come se sbloccare i mercati delle professioni e dei trasporti non fosse un passo necessario e non più rinviabile per riportare il Paese sul sentiero della crescita.

Ci siamo stancati di assistere alle grida e ai deliri della propaganda corporativa ogni volta che  qualcuno propone di scalfire, anche in minima parte, i granitici privilegi di cui godono queste categorie. Gli avvocati, i notai, i commercialisti, i farmacisti, i tassisti, svolgono la loro attività godendo e abusando della loro posizione dominante, posizione che non ha alcuna giustificazione teorica o pratica.

Le liberalizzazioni non sono un discorso secondario: senza concorrenza e competizione l’Italia non potrà mai tornare a crescere. Monti lo sa bene, è ora che agisca di conseguenza.

Manovra Monti, la reazione dei mercati

La manovra presentata ieri dal Governo Monti è tutt’altro che perfetta: troppe tasse, pochi tagli e pochissime misure per la crescita. Ma è la migliore manovra approvata in questi anni. Non lo dico io, lo stanno dicendo i mercati.

Update: alle 14:13 lo spread è ulteriormente calato, siamo sotto quota 400.

Egitto, la rivoluzione è finita?

Vi segnalo un interessante articolo di Bernardo Valli a proposito dell’exploit delle formazioni islamiste alle elezioni egiziane. Elezioni che restituiscono un panorama politico sorprendente e dagli sviluppi incerti.

Il successo dei Fratelli Musulmani era annunciato, e in effetti anche comprensibile. Come in Tunisia, dopo decenni di dittatura laica, i ceti popolari probabilmente sono diffidenti rispetto ai partiti liberali e non religiosi. Molto più preoccupante invece è l’ottimo risultato conseguito da Al Nur, il partito islamista più reazionario e conservatore, appoggiato dall’Arabia Saudita, che si sarebbe attestato oltre il 20%. Le posizioni politiche di Al Nur sono incompatibili con i valori liberaldemocratici. Cito  dall’articolo di Repubblica:

Al Nur esprime un Islam politico intransigente. Proibisce l’alcol, non riconosce l’emancipazione delle donne, vuol dare un’impronta religiosa all’educazione dei giovani, ed esige che i principi della Sharia, la legge islamica, dominino la Costituzione repubblicana. Di recente lo Sheikh Hazem Shuman, ascoltato esponente salafita, ha fatto irruzione in un’università dove si teneva un concerto e ha invitato i presenti ad andarsene, sostenendo che ascoltare quella musica fosse un peccato. È salito sul palco e si è presentato come un medico che cura l’Egitto ammalato di cancro.

L’impressione è che sia possibile dialogare coi Fratelli Musulmani, ma sia impossibile farlo con gli integralisti. I militari a questo punto potrebbero paradossalmente diventare un baluardo a difesa delle libertà individuali, contro l’invadenza dell’Islam politico. Una situazione molto simile a quella turca.

Una cosa è certa: noi occidentali probabilmente non abbiamo compreso fino in fondo le dinamiche della rivoluzione. Soprattutto non ci aspettavamo il trionfo dell’islamismo in Egitto, non in queste proporzioni. Siamo stati ingannati dalle manifestazioni di Piazza Tahrir e di Tunisi. Naturalmente sapevamo e sappiamo che i rivoluzionari sono sempre una sparuta minoranza, e quasi sempre NON rappresentano l’orientamento politico della popolazione. Allo stesso tempo non pensavamo che gli islamisti potessero raggiungere il 60% (considerando i Fratelli Musulmani più Al Nur). Può darsi che questo sia dovuto al nostro tentativo di analizzare il contesto dimenticando di farne parte. Come biasimare, in fondo, chi ha votato per i teocratici? Abbiamo appoggiato per anni regimi dittatoriali LAICI giustificando questo appoggio con l’esigenza di garantire la stabilità e di evitare la proliferazione del terrorismo e dell’integralismo, e così facendo abbiamo creato i presupposti per la loro diffusione.

Quali conseguenze avrà la nostra condotta passata sulle relazioni future? è possibile immaginare che Al Nur si sposti su posizioni moderate?

Soprattutto, come mai la democrazia nei paesi islamici sembra doversi sempre conformare al modello turco? Perché non si riesce ad immaginare un panorama politico differente da quello che vede contrapposti militari laici e civili islamisti?

Possiamo azzardare alcune risposte: i militari sono molto potenti perché sono una delle poche strutture burocratiche stabili in un panorama istituzionale fragile – o, nel caso turco, perché lo Stato è nato come organismo fortemente militarizzato. Se manca una democrazia solida, se gli anni del colonialismo hanno impedito lo sviluppo di un’opinione pubblica consapevole e la circolazione delle idee di libertà e democrazia, rimane un vuoto che viene conteso dagli unici poteri esistenti: il clero e i “guerrieri”.

Rimangono parecchi dubbi su cosa accadrà nei prossimi mesi: che governo si formerà in Egitto, come deciderà di governare, che rapporto avrà con i militari e rivoluzionari. Soprattutto, come affronterà, se vorrà farlo, la questione israelo-palestinese, il grande fattore di instabilità della regione, e come si comporteranno gli altri soggetti in campo, in particolare la Siria, l’Iran e la Turchia.

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