Monthly Archives: January 2012

Quello che Monti pensa di Sarkò e Angela

La foto è tratta da una bella galleria di “facce da Bruxelles”. La trovate sul Post.

Martone ha sbagliato, ma sbaglia anche chi fa finta di niente

Sono diversi giorni che una certa stampa nazionale commenta sarcastica gli agganci di Michel Martone e la sua anomala carriera accademica. I giudizi della Commissione che l’ha nominato docente, sviscerati dal Fatto Quotidiano. I suoi rapporti con Dell’Utri, analizzati dall’Espresso. Va bene, possiamo anche essere d’accordo.

Ciò che però dà fastidio è che l’attenzione dei giornalisti non si sia concentrata sul significato dell’ormai celebre frase di Martone sui laureati ultraventottenni.

Martone non si riferiva certo agli studenti lavoratori, né a chi ha avuto problemi di salute o ha  vissuto situazioni familiari difficili. Questo lo sappiamo bene, e sarebbe ora di riconoscerlo. Martone si riferiva a tutti quei giovani italiani che si laureano in ritardo perché non vogliono (ma potrebbero) laurearsi in tempo. La bassa percentuale di laureati nel nostro paese non è l’unico record negativo: un altro è la loro età elevata. E non è un problema morale. Il problema è squisitamente economico, perché, a parità di competenze, soprattutto in un mercato del lavoro fortemente competitivo come quello attuale, chi si laurea in ritardo ha più difficoltà a trovare un impiego di chi ha rispettato i tempi.

Chiariamoci, questo è solo una parte del problema. Molto dipende da fattori, come le leggi sul lavoro e la competitività delle nostre imprese, che non dipendono dalle scelte degli studenti. Tuttavia contribuire a conservare l’alone di romanticismo che circonda lo studente fuori corso non fa che acuire il problema e rimandarne la soluzione.

Le eccezioni non contano. Laurearsi in tempo è bello, andare fuori corso no. Anche se lo dice Martone.

è morto Oscar Luigi Scalfaro, ex Presidente della Repubblica

Questa mattina se ne è andato Oscar Luigi Scalfaro, uomo politico bigotto ed intransigente, ma ottimo Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999. Ex magistrato, ex Presidente della Camera e del Senato, parlamentare dagli inizi della Repubblica, negli ultimi anni fu molto critico nei confronti di Silvio Berlusconi e del berlusconismo, guadagnandosi così il sostegno e le simpatie di gran parte della sinistra.

Gianfranco Fini vuole raccattare Letizia Moratti?

Letizia Moratti, apprendiamo oggi dai giornali, si è dimessa dalla carica di consigliere comunale del PDL a Milano, ufficialmente per dedicarsi a tempo pieno alla comunità di San Patrignano. Sarà vero?

Da quel che scrive Gianfranco Fini su Facebook, viene qualche dubbio:

Staremo a vedere. Leggendo i commenti sembra che i militanti non siano entusiasti. Certo che se Fini si riduce a corteggiare la Moratti significa che quelli di FLI sono messi proprio male!

Mariojuana: le liberalizzazioni secondo Il Male

La stupenda copertina del numero 15 de Il Male, in edicola oggi.

La vignetta di Vauro e la critica di Caldarola

Chi di voi legge Linkiesta forse avrà avuto modo di seguire, negli ultimi giorni, un dibattito sul presunto antisemitismo diffuso anche a sinistra, scatenato da una vignetta di Vauro del 2008 raffigurante Fiamma Nirenstein. Riassumiamo brevemente la vicenda, prima di esaminarla.

Vauro nel dicembre 2008 pubblica sul Manifesto questa vignetta:

Il 23 ottobre 2008 Peppino Caldarola, che al tempo lavorava al Riformista, scrisse un pezzo satirico in cui affermava (prima colonna dell’articolo, undicesima riga)

“Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”.

Vauro querela Caldarola e Polito, allora direttore del Riformista. Pochi giorni fa, la sentenza di condanna dei due giornalisti al pagamento di 25.000 euro di danni.

Il 24 gennaio 2012 Caldarola scrive un post sul suo blog su Linkiesta in cui espone la sua versione dell’accaduto. Leggetelo perché vi serve per seguire il discorso.

Il giorno dopo risponde ai commenti al primo articolo con un secondo pezzo, sempre su Linkiesta, in cui tuttavia aggiunge ben poco a ciò che aveva scritto il giorno prima.

I piani concettuali del discorso sono due, e vanno tenuti separati: il primo è politico-culturale, il secondo è giuridico. Iniziamo dal punto culturale: la vignetta di Vauro è antisemita?

Inizio dicendo che a me questa vignetta non piace. La trovo volgare, populista e pregna di un’aura piuttosto inquietante. Il mio giudizio non ha a che vedere con l’autore: a me Vauro fa abbastanza ridere, o almeno mi faceva ridere. Da un paio d’anni a questa parte sembra aver abbandonato l’umorismo da osteria per abbracciare quello da caserma. Ma forse i miei gusti sono semplicemente cambiati. Questo comunque ha poco a che vedere con ciò di cui parliamo.

Questa vignetta inoltre non mi piace perché trovo che sia spregevole il suo messaggio politico: un ebreo di destra è un traditore. Quello che sta dicendo Vauro è sostanzialmente che un ebreo non ha il diritto di essere di destra. Non solo non ha questo diritto, ma non si capisce neanche come possa pretendere di averlo. Il discorso di Caldarola sull’antisemitismo a sinistra va preso sul serio, perché è vero che la storia del pensiero rivoluzionario e progressista non è esente da macchie del genere, ed è altrettanto vero che alcuni ultras della causa palestinese hanno atteggiamenti verso Israele che rientrano in una tradizione iconografica e contenutistica cara agli antisemiti.

Ciò detto, mi pare che lo stile del disegno, che secondo alcuni ricorda certe vignette naziste degli anni ’30, sia giustificato dall’esigenza di rappresentare la Nirenstein come “mostro elettorale”, secondo la definizione del titolo. Non credo vi sia alcun intento antisemita da parte di Vauro.

Due cose però mi danno fastidio di tutta la vicenda:

1) La pretesa di Vauro di giocare una partita in cui le regole valgono solo per gli altri. Quando viene querelato dai suoi bersagli, grida al complotto contro il diritto di satira; quando viene bersagliato a sua volta, si indispettisce e querela all’istante. Non è un atteggiamento molto coerente.

2) L’insistenza con cui la satira a sfondo etnico-religioso viene accusata di razzismo, a fronte di un enorme repertorio umoristico basato sulla discriminazione che però non viene condannato. Pensiamo alle battute e alle vignette sui nani: Vauro ne ha fatte a centinaia, su Brunetta e Berlusconi. Come mai Caldarola non si è inalberato? Un altro esempio? Il modo in cui Vauro gioca sullo strabismo di Gasparri: l’effetto comico è notevole, ma non si può certo dire che non sia una maniera prepotente e vessatoria di rappresentare qualcuno. Per non parlare di come il disegnatore toscano rappresenta Giuliano Ferrara, Renzo ed Umberto Bossi e molti altri. Era proprio necessario fare tutto questo casino? Perché le vignette sugli ebrei sono razziste e quelle sui grassi, sui malati, sugli strabici, sui nani, sui carabinieri scemi non lo sono?

Sul piano giuridico, c’è veramente poco da dire. La vignetta di Vauro sarà anche discutibile, ma Caldarola ha torto. Nell’articolo dell’altro ieri su Linkiesta l’autore scrive:

Mesi dopo la vignetta scrivo un corsivo sul “Riformista” sotto il titolo di questa stessa rubrica di oggi, “Mambo”, in cui ironizzo sulla sinistra radical e metto una frase di critica contro la vignetta di Vauro sostenendo che è come se avesse scritto “sporca ebrea”.

Falso. Caldarola scrisse parole diverse, in quell’articolo:

Vauro non accetta di censurare la vignetta in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”

Cosa che Vauro non ha fatto. Quindi il giudice, a mio avviso, ha ragione: trattasi di diffamazione, visto che il giornalista ha accusato il comico di aver scritto qualcosa che non  è stato scritto. Ricapitolando: Vauro avrebbe fatto una figura migliore evitando di querelare, ma la sentenza di condanna non costituisce un attentato alla libertà d’espressione, e quindi tutte le polemiche di queste ore risultano infondate.

Le liberalizzazioni e la retorica dei sacrifici

Ultimamente chi è favorevole alle liberalizzazioni varate dal Governo Monti (e magari le considera condizione necessaria ma non sufficiente per il risanamento e lo sviluppo del Paese) cerca di convincere i contrari tramite argomentazioni varie che quasi sempre confluiscono in una generica retorica del sacrificio.

L’Italia è in crisi, dicono questi signori, e tutti i cittadini sono chiamati a dare il loro contributo. Così come i lavoratori più anziani hanno visto allontanarsi il pensionamento, i professionisti di tutti gli ordini dovrebbero comprendere la necessità che i sacrifici vengano anche da loro.

Chi fa questo ragionamento, a mio avviso, cerca di convincere gli interlocutori della bontà del proprio obbiettivo partendo dalle premesse sbagliate. Le liberalizzazioni non vanno fatte perché anche i professionisti devono fare sacrifici, vanno fatte perché è giusto farle, perché maggiore concorrenza significa qualità migliore e prezzi più bassi. Il discorso della crisi e dello sforzo comune della patria è fuorviante: gli ordini professionali andavano toccati 10, 20, 30 anni fa. Garantire e promuovere la concorrenza, nei mercati in cui è possibile averla, è un obbiettivo che andrebbe perseguito sempre, a prescindere dal ciclo economico del momento.

Non è una differenza di poco conto: se passa l’idea che le liberalizzazioni siano il tributo che i professionisti accettano di pagare per la salvezza della Patria, c’è il rischio che, finita la crisi, gli stessi professionisti si riprendano i privilegi a cui avevano momentaneamente rinunciato.

 

Vendola si fa i viaggioni

Finalmente Nichi Vendola si sbilancia ed espone in maniera univoca e perentoria l’identità del suo partito:

La nostra identità è il viaggio, ma non solo: è anche girare….vedere gente….muoversi….conoscere….fare delle cose

Il cancro corporativo

In questo strano Paese ognuno a parole sostiene di fare gli interessi della collettività, ma quando si tratta di passare ai fatti ecco arrivare le serrate, gli scioperi selvaggi, i ricatti in stile mafioso e i pestaggi ai colleghi “eretici”.

In questi giorni le corporazioni che infestano l’Italia stanno dando un pessimo spettacolo: timorose di perdere i propri privilegi a causa del pacchetto di liberalizzazioni che il Governo Monti si appresta a presentare alle Camere, annunciano proteste, blocchi del servizio, manifestazioni.

I tassisti, come al solito, spiccano per animosità e violenza: sul Corriere leggiamo che a Milano questa mattina un tassista è stato picchiato e derubato di 50 euro da alcuni suoi colleghi. La sua colpa? Stava lavorando invece di bloccare il traffico. Magari stava lavorando perché ha “soltanto” 36 anni, ha comprato la licenza da poco e vuole guadagnare il più possibile, chi lo sa. Quel che è certo è che l’atteggiamento intimidatorio di molti esponenti di questa categoria è intollerabile.

I farmacisti annunciano serrate. Uno di loro giorni fa in un programma televisivo si diceva convinto che la liberalizzazione delle farmacie non avesse senso, perché i nuovi esercizi non riuscirebbero a rimanere sul mercato. Secondo il tizio, in sostanza, la quantità delle farmacie “offerta” nel nostro Paese soddisferebbe pienamente la domanda. Benissimo, dico io: ma allora perché ha tanta paura dei nuovi concorrenti? Se veramente il numero di farmacie italiane fosse ottimale, non ci sarebbe bisogno di alcun numero chiuso, perché nessuno deciderebbe di entrare nel mercato. Il punto invece è che proprio l’esistenza di una barriera all’entrata (del tutto artificiale) nel settore delle farmacie implica che, in assenza di quella barriera, entrerebbero altri concorrenti.

Gli avvocati non vogliono essere da meno. Maurizio De Tilla, del sindacato dell’Avvocatura Civile, tuona con sdegno:

Qui si punta alla rottamazione del processo civile. Le manovre economiche e gli interventi legislativi hanno disintegrato il diritto di difesa dei cittadini.

Che poi, tradotto, sta per:

Qui si punta ad accorciare la durata dei processi civili, cioè ad eliminare la nostra rendita di posizione. Questi provvedimenti stanno disintegrando il nostro diritto ad un processo lungo e ad un lauto compenso.

Con questi impostori, zero compromessi. Il decreto di cui stiamo leggendo la bozza in queste ore è un primo passo verso una società più aperta, inclusiva, libera e meritocratica. In una parola, una società più giusta.

Facebook, i commenti che impediscono il dialogo

L’opinione prevalente tra gli utenti della Rete è che i social network, per la loro stessa struttura, facilitino il dialogo ed il confronti tra gli utenti. Il che, a ben vedere, non è sempre vero. La mia impressione è che vi sia una relazione di proporzionalità inversa tra la “popolazione” di una pagina o di un profilo di un social network e la possibilità di portare avanti una discussione.

Questo è quanto emerge ad esempio osservando l’attività dei profili facebook più frequentati, oppure delle fanpage di programmi televisivi molto seguiti. Prendiamo la pagina di Serviziopubblico, il programma multipiattaforma di Michele Santoro. Giovedì sera, quando il programma è in onda, lo staff pubblica status e sondaggi per aggiornare gli utenti sugli argomenti della serata e per favorire il loro coinvolgimento attivo. Il risultato che si ottiene però dovrebbe far riflettere: se scorriamo i post della pagina in questione, vediamo svariati status corredati da 300, 400, anche 700 commenti. Viene spontaneo domandarsi: ma chi li leggerà, quei 700 commenti? Ovviamente, nessuno. Né le persone che commentano, né coloro che amministrano la pagina. Ma allora il commento perde il suo ruolo originario di strumento di dibattito e diventa fine a sé stesso, un modo per sfogarsi, per sentirsi importante e decisivo per 10 minuti. Una sensazione illusoria, visto che un commento non letto è insignificante, a prescindere dal contenuto. Lo stesso fenomeno si verifica anche sui profili di persone molto seguite (sopra i 2000 amici, per intenderci). Ma queste cose le avevo già scritte qualche tempo fa, proprio su questo blog.

La cosa interessante, a mio avviso, è che è difficile stabilire la soglia oltre la quale i commenti diventano troppo numerosi per essere letti. Basandomi sulla mia esperienza personale, la fisserei intorno a 50, ma dobbiamo tenere in considerazione altri fattori, come le diverse preferenze degli utenti rispetto all’argomento, il tempo a loro disposizione e la loro pazienza. In ogni caso, al di sopra dei 100 commenti un thread diventa illeggibile.

Come si potrebbe risolvere questo problema? Ad esempio, Facebook potrebbe inserire una funzione grazie alla quale l’utente, quando posta qualcosa, può decidere di vietare ai suoi amici commenti di lunghezza inferiore ad un limite da lui fissato. In genere infatti (e sottolineo in genere, ovviamente non è sempre così) i commenti più costruttivi, originali ed articolati richiedono un certo grado di argomentazione, e l’argomentazione richiede uno spazio maggiore di quello richiesto dalle sentenze. Una piccola modifica di questo tipo potrebbe dare al singolo utente la possibilità di tarare il tipo di discussione che vuole avviare sulla base delle sue esigenze. Ne guadagnerebbe non soltanto lui, ma anche il livello del dibattito sui social media.

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