Monthly Archives: April 2012

Il programma di storia del liceo, specchio della società

Nessuno dei ragazzi che conosco, quando ero al liceo, ha terminato il programma di storia, che in linea teorica finiva con il crollo del Muro di Berlino, nel 1989. Trovare qualcuno che abbia studiato a scuola l’argomento è un’impresa praticamente impossibile. Quasi tutti non vanno oltre la Seconda Guerra Mondiale: la mia sezione era particolarmente avanti ed è arrivata al Governo Tambroni (1960).

Ha senso un programma che insiste nel fare pelo e contropelo alla Destra e alla Sinistra storiche ma ignora totalmente l’analisi dei processi politici, economici e sociali dell’Italia contemporanea, diciamo dal 1950 ad oggi? Domanda retorica, è chiaro, non ha senso. Ma allora perché nessuna riforma l’ha mai modificato?

Avanzo due risposte che possono a mio avviso essere considerate complementari:

1) Si pensava che bisognasse privilegiare lo studio della Storia risorgimentale perché il regime mussoliniano la considerava una base culturale molto solida su cui intraprendere l’opera di “educazione” al fascismo. Dopo la riforma Gentile l’impianto ideologico del nostro sistema scolastico non è mai stato modificato in maniera radicale, e ancora oggi probabilmente molti vecchi tromboni pensano che la conoscenza dell’Italia risorgimentale sia indispensabile per la formazione di un buon cittadino. Perché sono gli anni dell’Unità nazionale, dei grandi ideali (?!) e dei veri statisti (?!?).

2) Molto più pragmaticamente, la classe politica non vuole essere studiata. Questo è il punto fondamentale: tutti i politici di tutti gli schieramenti o occupano il loro scranno da quando esiste la Repubblica (Andreotti, Cossiga, Napolitano, Scalfaro) o sono attivi da 20 anni con risultati disastrosi (Berlusconi, Fassino, Amato, D’Alema, etc). In sostanza sono i “residui” politici della Prima Repubblica: inserirla nel programma renderebbe i cittadini più informati e consapevoli e questi cittadini potrebbero presto decidere di sostituire la classe dirigente che li governa con tanta inettitudine.

Lo studio della storia nella scuola italiana è lo specchio di una società il cui dibattito politico è basato sull’ignoranza dei fatti, sulle frasi ad effetto, su un confronto tra programmi alla luce delle emozioni e non delle risorse disponibili, sul predominio delle idee sulla realtà. Una società in cui i cittadini possono scegliere la classe dirigente, ma questa fa in modo che la scelta sia sempre la stessa.

Santoro e Freccero a capo della RAI?

L’annuncio al Festival del Giornalismo di Perugia: Michele Santoro e Carlo Freccero si candidano, rispettivamente, a direttore generale e presidente della RAI. I mandati sono vicini alla scadenza e il Governo Monti può (a condizione di volerlo) esprimere finalmente una scelta indipendente dai partiti e dalle logiche correntizie che in questi decenni hanno distrutto l’azienda. Nello specifico, le candidature di Santoro e Freccero vanno guardate positivamente?

Conosco poco il secondo, il primo non mi piace granché, ma credo che l’opzione vada giudicata tenendo conto del contesto: in particolare, delle reazioni della politica. Unite mirabilmente da toni isterici e aggressivi e da parecchia bava alla bocca, destra e sinistra hanno risposto in maniera molto simile. Gli unici a dichiararsi favorevoli sono Parisi, Di Pietro e Vendola, gli altri commentano in questo modo:

Se i politicanti vari si spaventano e rispondono in maniera scomposta e volgare, è per un motivo evidente: hanno una paura fottuta di perdere il controllo di radio e televisione. Nel caso avvenisse, sarebbe l’inizio della loro fine.

Io sarei anche favorevole a questa candidatura…..poi leggo un altro articolo, sempre sul Fatto. Carlo Tecce intervista Freccero, che si lancia in lodi sperticate del modello televisivo “à la Servizio Pubblico” e sintetizza così il debutto del talk show santoriano:

Michele Santoro e i centomila presentano Servizio Pubblico. Mettiamoci un bel punto, spazziamo il vecchio. Andiamo oltre il nemico, il contraddittorio, il pesetto di maggioranza. Non c’è bisogno di avere la Santanchè o Ghedini. Questa comunità ha rivoluzionato la televisione. Stringiamoci intorno al nuovo, e smettiamola di creare teatrini e presepi con chi dice qualcosa e chi replica col contrario. Abbiamo visto una trasmissione nuova con un modo nuovo.

Ecco, a me questa sembra una cazzata bella grossa. Se c’è un aspetto della tv berlusconiana che Santoro ha accentuato con Servizio Pubblico, è stata proprio la contrapposizione tra gli invitati e l’incentivo allo scontro verbale, a discapito della qualità del dibattito. Il modo è nuovo ma la trasmissione è vecchissima. Poi arriva ciò che vorresti non aspettarti (ma che in realtà hai già “odorato”):

Il sondaggio in tempo reale è uno strumento di democrazia senza luoghi.

Falso, il sondaggio su facebook durante la trasmissione è soltanto demagogico, per due motivi:

1) è privo di qualsiasi valore statistico, visto che il campione è casuale nel numero (anche se mostra una certa regolarità) e distorto nel target (chi partecipa al sondaggio è uno spettatore di Santoro e quindi ne condivide quasi sempre la linea politica: il campione è autoselezionato)

2) è l’equivalente mediatico dello “scambiamoci un segno di pace” cattolico. Un rito di massa in cui ognuno si sente per un attimo più buono (nel caso del segno di pace) o più importante (nel caso del sondaggio) ma le conseguenze pratiche sono nulle. Serve ai telespettatori per illudersi di contare qualcosa, alla squadra di Servizio Pubblico per coinvolgere il pubblico e mostrare i muscoli.

Questo modello è migliore di quello che abbiamo avuto finora? Francamente non saprei, probabilmente sì. Vale comunque la pena di rischiare. Con la consapevolezza, però, che Santoro a capo della RAI non significa per forza una televisione migliore.

P.S. In ogni caso mettetevi il cuore in pace, temo che il Governo Monti non sia disposto a prendere in considerazione questa candidatura.

La storia e l’economia devono dialogare

Nella mia esperienza quotidiana di studente di economia mi capita a volte di pensare che l’esistenza di discipline separate, a compartimenti stagni, sia un ostacolo rilevante allo sviluppo delle scienze sociali. Non si illudano gli amici politologi e sociologi, sono sempre convinto che l’economia sia la materia a maggior tasso scientifico tra quelle che hanno come oggetto la società e le sue dinamiche: tuttavia credo che sia un peccato condannare gli studenti ad un approccio monodisciplinare. Il discorso vale in particolar modo rispetto agli studi storici.

Non so come funzioni negli altri paesi, ma in Italia, in omaggio alla visione hegeliana della cultura che domina gli ambienti accademici nazionali dagli inizi del Novecento, i corsi universitari di storia rientrano quasi sempre nella facoltà di letteratura. Si dà in questo modo allo studio della storia un carattere umanistico-letterario e non, come sarebbe logico, socio-economico. Diretta conseguenza di questo approccio è da una parte la scarsa preparazione dello storico in materia economica, dall’altra la creazione di generazioni di economisti molto preparati tecnicamente ma spesso incapaci di declinare sul piano pratico (quindi anche alla luce dell’analisi storica) i principi teorici.

Nel nostro Paese si è sempre stati convinti, a livello di opinione pubblica, della superiorità della cultura umanistica su quella tecnico-scientifica: una convinzione istituzionalizzata da Giovanni Gentile durante il fascismo, a cui il liberalismo italiano non ha saputo o voluto opporsi. Questa impostazione idealistica è rimasta inalterata anche con l’avvento della Repubblica, ed anzi è stata fatta propria dalle forze di sinistra che l’hanno recepita nella forma staliniana della superiorità della politica sull’economia, cioè nell’idea che la volontà delle masse e l’ideologia socialista fossero di per sé sufficienti a modificare i rapporti economici nella direzione desiderata, a prescindere dalla situazione di partenza.

I tragici risultati a livello internazionale sono ben noti, su tutti “il grande balzo in avanti” voluto da Mao. In Italia abbiamo avuto la concezione della spesa pubblica come sedativo delle tensioni sociali, per garantire alla DC il controllo del Paese e per contrastare l’ascesa delle sinistre. Il tutto finanziato col ricorso massiccio ed indiscriminato al debito. La tendenza a mostrare solennemente l’obbiettivo da raggiungere senza indicare contestualmente le risorse che si vogliono utilizzare a tale scopo è ancora oggi diffusissima (Berlusconi  ci ha edificato la sua fortuna politica ed economica). Proprio questa tendenza esprime in maniera efficace i danni provocati da un approccio umanistico a problemi socio-economici.

Cambiare questo approccio in ambito accademico potrebbe contribuire a creare, nel lungo periodo, una classe dirigente meno dogmatica e idealista, più competente e razionale.

L’attualità della Resistenza

Forse quando parliamo di Resistenza e di 25 aprile dovremmo fermarci un attimo, pensare a quanto effettivamente quello resistenziale sia stato un movimento nazionale. La risposta purtroppo è che non lo è stato: sicuramente si è trattato di un movimento popolare, che ha coinvolto parte degli italiani del Nord, ma è mancata una vera partecipazione di massa.

Ad uno sguardo attento e oggettivo oggi la Resistenza appare il risultato di una minoranza illuminata, che è riuscita a liberare l’Italia con l’aiuto determinante degli Alleati, ma non è riuscita a modificare le strutture profonde dello Stato, che sono rimaste fasciste per molti anni e in parte lo sono ancora.

Non voglio con quest’osservazione sminuire l’importanza della celebrazione del 25 aprile: mi sembra però opportuno far presente che il miglior modo di ricordare il sacrificio dei partigiani e di riaffermare l’antifascismo nella vita pubblica quotidiana è procedere senza paura nell’opera di “defascistizzazione” del Paese, sul fronte dei diritti civili come su quello delle libertà economiche.

Dobbiamo recuperare lo spirito dei Padri Costituenti più accorti e sinceramente riformisti: Terracini, Calamandrei, gli azionisti. Uno spirito che è stato presto accantonato dal lungo regno della DC e schiacciato dal cattocomunismo imperante, ma di cui ora abbiamo disperatamente bisogno.

Buon 25 aprile.

Palindromo!

Tutti i numeri dell’industria del mobile gaming

The Next Web riporta una bella infografica di BusinessDegree che sintetizza la situazione attuale e le prospettive di sviluppo del settore dei giochi per cellulare. Enjoy it.

Le settimane di stocazzo

Le settimane di stocazzo sono diffusissime in Italia, non so nel resto del mondo. Ogni grande città ne ha almeno due o tre: la settimana della Moda, quella della Cultura, quella del Taglia  & Cucito, quella dei Libri, quella dell’Elettronica, et cetera.

Questo proliferare di iniziative temporanee e iperpubblicizzate mi sembra il segnale dello stato patologico della vita culturale nel nostro Paese. Mi spiego meglio. Da oggi fino al 25 aprile in tutta Italia sarà la Settimana della Cultura: musei ad accesso gratuito, promozioni, iniziative varie, e così via. Bene. Questo pomeriggio, subito dopo pranzo, mi sono infilato nella centralissima Biblioteca Nazionale Braidense col proposito di studiare per un esame. Lascio la mia roba nell’armadietto, percorro l’imponente scalinata che conduce all’ingresso, vado dal bibliotecario per compilare il foglietto. Salvo scoprire, pochi secondi dopo, che la biblioteca è chiusa perché nella sala è in corso un’iniziativa della Settimana della Cultura: trattasi per la precisione di una pubblica lettura di nonsocosa.

Ora, già a Milano ci sono poche biblioteche in rapporto alla decine di migliaia di studenti (considerando solo gli universitari) che ci vivono; già queste biblioteche hanno orari che a momenti neanche l’ufficio postale di un anonimo comune del foggiano: è opportuno privare gli studenti del servizio per ospitare una cazzo di lettura??

Come al solito ciò che importa è la facciata: facciamo qualche bella iniziativa fighetta, divertente, poi però le biblioteche sono sempre strapiene e chiudono alle 7 (se vi va bene!), gli over 65 e i militari hanno il cinema scontato e noi no, soltanto negli ultimi anni sono aumentate le convenzioni teatrali, grazie all’impegno delle Università. Ecco, magari è meglio avere le biblioteche aperte fino alle 11 piuttosto che i reading della poetessa Distaminkia o gli happening col sociologo Kedupall, non credete?

Nuove tasse sulle borse di studio ai medici specializzandi

Come forse avrete letto, il Parlamento ha introdotto una tassa sulle borse di studio ai medici specializzandi (borse che già prima di quest’intervento erano tra le più basse d’Europa). Visto che la tassa è stata accolta con indifferenza da molte persone, mi interessava provare a fornire un punto di vista differente: pubblico quindi volentieri un post di Gabriele Pagani, studente di medicina all’Università Statale di Milano.

Io già me li immagino i commenti: “che vi lamentate, intanto 1000 euro al mese ve li trovate in tasca”, “c’è gente che sta molto peggio di voi”, “la rivolta dei figli di papà” (e quest’ultimo l’ho davvero letto).

Ma qui ci sono in ballo questioni molto importanti:

1 – Fare medicina è un INVESTIMENTO. Paghiamo le tasse più alte di tutte le facoltà pubbliche, i nostri libri costano svariate centinaia di euro, studiamo per 6 anni senza la parvenza di un’autonomia economica. Per chi è fortunato, come me, tutto questo è a carico dei genitori. Per gli studenti fuori sede molto spesso no. E, per 1000 euro al mese per cinque o sei anni di specialistica, questo non è più un investimento vantaggioso. Per NIENTE. E non voglio sentire storie di passione, soddisfazione personale o altri cazzi, perché uno col lavoro ci deve vivere, oltre che fare quello che gli piace. Per non parlare di chi a 28/29 anni vorrebbe, ad esempio, potersi costruire una famiglia.

2 – Chi ci accusa di essere “figli di papà che si lamentano quando la maggior parte dei giovani sta peggio di noi” non sa una cosa, ovvero che lo specializzando è un MEDICO. Il medico che lo visita in pronto soccorso, che fa il giro visite, che gli da le medicine, che lo opera è spesso uno specializzando. Lo specializzando è un dottore a tutti gli effetti e come tale si assume la responsabilità (penale) di vite umane. Lo so che ci sono gli stagisti che lavorano 10 ore al giorno per 650 euro al mese (se va bene), ma qui stiamo parlando di una cosa diversa. Inoltre lo specializzando è sospeso in un limbo in cui è caricato di tutti i doveri e le responsabilità di un medico, ma non ne ha i diritti. Non hanno un tetto massimo di ore di lavoro, non hanno il recupero della notte, potenzialmente lavorano sabato, domenica, pasqua, pasquetta, natale e via dicendo. E, ciliegina sulla torta, per contratto non possono fare altri lavori. Che anche se li potessero fare, vorrei proprio vedervi.

3 – Lo sapete che c’è una spaventosa carenza di medici in Italia? Ora mi dite che cazzo di strategia è aumentare di 100 posti la graduatoria del test (senza adeguare le strutture, ma questo è un altro discorso), per poi dirci che non potremo avere un’indipendenza economica fino a 30 anni? Hai voglia a fermare la fuga di cervelli, quando in Svizzera, a 150 km da casa mia, gli specializzandi li pagano TREMILA EURO AL MESE.

Personalmente mi sembra opportuno aggiungere un paio di considerazioni. La prima è l’atteggiamento di sufficienza con cui si affronta nel nostro Paese il problema della mancanza di medici. Un paese che non investe nella formazione di nuovo personale e nella creazione di un welfare efficiente e moderno è destinato ad avere parecchi problemi, soprattutto se, come nel nostro caso, la popolazione sta invecchiando rapidamente.

Infine, questo caso è l’ennesima dimostrazione del fallimento del progetto “riformista” del governo tecnico. Le liberalizzazioni non si sono viste, il taglio degli sprechi e dei costi della politica nemmeno. Il risultato è che l’aggiustamento dei conti sta gravando esclusivamente sui contribuenti a reddito fisso, che non possono evadere né eludere e costituiscono quindi un bersaglio sicuro. Ma è illusorio pensare di rimettere in sesto il bilancio caricando i cittadini di imposte: i mercati lo sapevano con Berlusconi e se lo ricordano anche con Monti.

No global, guardate al lungo periodo

Il grafico che vedete è stato postato su Twitter da Joseph Weisenthal, Deputy Editor di Business Insider. Mi sembra particolarmente significativo: stando alle previsioni, intorno al 2050 l’Asia produrrà una percentuale del PIL mondiale paragonabile a quella che produceva nel 1700. Le date non sono casuali e ci aiutano a comprendere meglio il fenomeno. La globalizzazione non è la manifestazione di forze legate alla massoneria o a misteriosi circoli plutocratici, è semplicemente il “prodotto” del modo in cui l’Occidente si è sviluppato dalla fine del ’700 alla metà del ’900: soltanto grazie alle loro politiche colonialiste le potenze europee e gli USA hanno potuto beneficiare in maniera esclusiva della rivoluzione industriale in atto.

L’internazionalizzazione del commercio e la globalizzazione dei mercati sono fenomeni “naturali”, nel senso che riportano in equilibrio un sistema che prima garantiva agli occidentali profitti monopolistici o oligopolistici. Attenzione, non sto parlando di mercati in cui il tasso di concentrazione e i rapporti di forza tra i concorrenti dipendono dalla dislocazione geografica delle materie prime (ad es. il mercato petrolifero): parlo di beni che possono essere prodotti ovunque, come i vestiti o alcuni alimenti, per fare qualche esempio.

In questi campi la feroce concorrenza asiatica di cui ora tutti si lamentano altro non è che l’effetto di forze che erano state a lungo imprigionate dalle politiche commerciali predatorie di paesi come l’Impero Britannico, la Francia o la Spagna.

In parole povere, la globalizzazione non sta soltanto aumentando il reddito mondiale, ma lo sta anche redistribuendo. In maniera sicuramente imperfetta e migliorabile, certo, ma sta “riparando” ai danni che noi occidentali abbiamo fatto in 100 anni di dominio coloniale.

Questo fenomeno, il grafico sopra, lo mostra molto bene. Le nostre economie stanno certamente soffrendo questa fase di transizione, ma il futuro sarà più stabile. Il problema è che le difficoltà della globalizzazione vanno a sommarsi a quelle della crisi del debito in atto. Uscire da questa crisi quanto prima è quindi la precondizione per affrontare al meglio le sfide che il riequilibrio economico mondiale ci propone.

Ma fare i no-global e allo stesso tempo pretendere di difendere gli interessi dei paesi del Terzo Mondo è impossibile: i paesi in via di sviluppo (ma anche quelli sviluppati) hanno tutto da guadagnare dall’apertura dei loro paesi al commercio internazionale. Appoggiare le politiche basate esclusivamente sul localismo nuoce tanto ai “poveri” quanto agli stessi “ricchi”. In sostanza, è stupido.

Oltre la nuova accisa sulla benzina: ecco le nuove tasse del Governo Monti

Dopo la nuova addizionale sulla benzina per finanziare la “riorganizzazione” della Protezione Civile sembra che il Governo punti decisamente sull’aumento della pressione fiscale come modo per far ripartire l’economia. Mah. Chissà Monti dove l’avrà letta, ‘sta cosa.

Siccome però sono un fervente patriota e mi riconosco pienamente nel nazionalismo da scuola elementare di Giorgio Napolitano, propongo una lista di future imposte a cui il Governo può, se vuole, attingere. Ovviamente la lista è aperta ai contributi dei lettori: la sezione dei commenti è pronta ad ospitarli.

- tassa del 5% sui preservativi: chi li usa non vuole fare figli e in questo modo danneggia lo Stato.

-accisa di 1 euro sull’acquisto di copertoni e materiale ciclistico: chi va in bicicletta usa meno la macchina e quindi si sottrae indebitamente al pagamento delle imposte.

-tassa sull’ascolto della radio, basata sulla consistenza del nucleo familiare

-imposta su chi evade le imposte: non paga le imposte riuscendo a sfuggire ai controlli. Non pagherà neanche questa ma noi almeno gli diciamo che dovrebbe pagarla e che se non lo fa è un cattivone.

-accisa di 2 euro su chi visita i siti di news: sta distruggendo l’industria culturale nazionale

-tassa del 10% su chi acquista ebook: vedi subito sopra.

-bollo di 123 euro sulle manifestazioni: creano tensione e dividono il Paese.

Questo per i prossimi mesi. Sono misure importanti e ci permetteranno di non fare un’altra manovra (fidiamoci!).

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