Monthly Archives: July 2012

Neofascismo culturale: il no degli accademici all’inglese in università

Ieri sul Corriere Claudio Magris si è scagliato, come molti hanno fatto in queste settimane, contro l’eventualità di introdurre l’inglese come lingua di insegnamento nelle università italiane: proposta avanzata recentemente dal rettore del Politecnico di Torino e che ha scatenato un vespaio di polemiche.
Gli argomenti del Magris sono gli stessi che altri hanno esposto: l’impoverimento della didattica che ne risulterebbe, l’esigenza di non darla vinta ai “padroni” (sì, avete letto bene) ed altre amenità simili.
Ogni volta che leggo pezzi del genere ho quasi l’impressione che l’autore stia scherzando, o che stia scrivendo tanto per scrivere. Nonostante l’articolo si riduca al lamento di un radical-chic, stupisce il fatto che riceva regolarmente spazio su grandi quotidiani.

Veramente la didattica in inglese sarebbe la fine della nostra identità? Questi discorsi sono meritevoli dell’attenzione di cui godono? Alcune precisazioni possono aiutarci parlare con un filo di consapevolezza in più.

- la qualità della didattica dipende in primo luogo dalla qualità del professore, e non dalla lingua usata. Ovviamente la lingua bisogna conoscerla, altrimenti non si può usarla per insegnare. Ed è questo uno dei motivi per cui molti professori del PoliTo si sono opposti alla proposta del rettore: loro evidentemente l’inglese non lo sanno (non credo sia il caso di Magris, eminente germanista).
D’altro canto, se la qualità dell’inglese di molti professori è pessima, non si può dire che quella del loro italiano sia eccellente. Chi non si è trovato di fronte almeno una volta ad un docente universitario che sfoggiava il famoso italiano “correggiuto”?

- ma possiamo e dobbiamo chiederci per quale motivo la didattica nelle lauree specialistiche dovrebbe essere in inglese. Chi ce lo impone? Nessuno, in effetti. Ma se vogliamo un’università che possa competere a livello internazionale, se vogliamo attrarre i talenti esteri, predisporre piani di studio in inglese è una condicio sine qua non. In altre parole, non è sufficiente ma è necessaria. Lo hanno fatto da tempo altri paesi europei, ad esempio l’Olanda.

- l’argomento della lotta contro l’imperialismo culturale è una tirata moralistica imbarazzante, inconsistente da un punto di vista logico e dal sapore vagamente fascistoide. Da dove viene tutta la tradizione polemica verso la perfida Albione? Da dove viene tutto il populismo contro quelle che una volta venivano additate come “plutocrazie occidentali”? Viene dalla propaganda fascista e da quella comunista. Magris si dà al terrorismo psicologico immaginando, tra qualche anno, corsi universitari in cinese. Cazzate. Nel caso la cosa vi turbi, meglio rassicurarvi: il cinese non diventerà mai una lingua internazionale. La lingua dominante è quella usata nel commercio, e il cinese è troppo difficile da imparare e poco pratico da usare.
La legge di cui sopra è sempre stata valida e sempre lo sarà: ai tempi dell’impero romano la lingua franca era il latino, nel Rinascimento era l’italiano, dopo toccò al francese e da svariati decenni è il turno dell’inglese. Non è questione di padroni e servi, è uno degli effetti collaterali della storia.
E la storia se ne frega di quel che dice Magris.

E adesso andate a prendervi la tessera. Del PD, ovviamente.

Reblogged from NON SI POSSONO FERMARE LE NUVOLE:

E allora noi facciamo il referendum.

Visto che abbiamo costruito un partito democratico che lo prevede.

"Tra questi, i diritti civili e il matrimonio gay, la riduzione dell’Irpef attraverso un’imposta sui patrimoni, un quesito sui grandi temi ambientali del Paese, la riduzione della spesa militare, il reddito di cittadinanza, la corruzione e la riforma della politica…

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progetto interessante. il rischio è cedere alla tentazione populista di innalzare l'opinione dell'uomo della strada a proposta politica articolata, il che può essere pericoloso per argomenti tecnici come la tassazione dei redditi e dei patrimoni. ma l'idea è interessante, perché permette di stabilire con chiarezza l'orientamento dei militanti su molte questioni e creare il programma di conseguenza.

I link della settimana – 16/07/2012

Perché la tecnologia non sta cambiando la politica? 

Ars Technica recensisce Nexus 7, il nuovo tablet di Google

La nuova, assurda legge giapponese sul copyright

I contrasti inesistenti del PD e il populismo di Bersani. Da leggere entrambi.

 

De gustibus non disputandum est. O forse sì

Giusto per farvi notare gli assurdi effetti collaterali della proliferazione dei processi per violazione di brevetto.

Da Ars Technica:

Samsung has won a ruling in UK High Court that its Galaxy Tab tablets do not infringe on Apple’s European registered community design for the iPad. While the court ruled that some physical differences exist, Judge Colin Birss on Monday implied that Samsung’s designs were just too different to be confused with Apple’s now-iconic iPad.

Samsung’s tablets “do not have the same understated and extreme simplicity which is possessed by the Apple design,” Judge Birss said during the court’s announcement, according to Bloomberg. “They are not as cool.”

[Secondo la sentenza dell'Alta Corte del Regno Unito i Galaxy Tab della Samsung non violano il design registrato dalla Apple per l'iPad. I tablet della Samsung "non hanno la stessa semplicità minimal ed estrema che è propria del design Apple", ha detto il giudice Birss durante la dichiarazione della Corte. "Non sono così fighi".]

Adesso, va bene tutto, ma che il diritto di un’azienda di operare in un mercato debba dipendere dal parere estetico di un giudice mi sembra veramente intollerabile. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

I link della settimana – 8/07/12

Netflix ora attira più utenti di qualsiasi televisione via cavo americana;

Storica sentenza della Corte di Giustizia europea: chi compra legalmente un software è libero di rivenderlo a terzi. Il mercato del software usato viene legalizzato per via giudiziaria e non legislativa (il che conferma la miopia delle attuali classi dirigenti);

Apple vuole entrare nel settore del “wearable computing”;

Gli espedienti di Apple per abbattere la concorrenza: non sul mercato, ma in tribunale;

Il mercato internazionale delle app mobile: un’infografica;

Il programma dei socialisti francesi: duri e puri a prescindere;

Avviare un’impresa nel nostro Paese: ecco perché è impossibile farlo;

Le regole sul licenziamento: in Europa e in Italia;

Come passare da Windows a Linux;

I tre nuovi movimenti per la “libertà” di Internet;

Il Comune di Milano che vorrei tra 10 anni

Visto che si parla tanto di taglio delle province, rilancio l’idea di una gloriosa area metropolitana che ristabilisca finalmente il dominio di Milano su quei provincialotti dei Monzesi (che ancora una volta sembrano averla scampata):

Ecco quanto costano i patent troll

Secondo alcuni recenti studi di James Bessen e Michael Meuer, i patent troll caricano sulle spalle della società costi diretti per 29 miliardi di dollari ogni anno. I costi indiretti sono circa 83 miliari o forse anche più alti.

The $29 billion number comes from measuring the more straightforward costs associated with fighting off patent troll suits: those include legal fees going to lawyers, and the licensing fees paid in tribute to make the trolls go away (which nearly always get paid). The findings come from a relatively small sample of 83 companies, both small and large.

Dei patent troll ho già parlato in passato sul blog di Working Capital. Sono dei parassiti che registrano brevetti a manetta senza utilizzarli per poter poi “chiedere il pizzo” alle imprese che utilizzano le tecnologie brevettate.

Ancora da Ars Technica:

Most of the costs of dealing with the patent troll threat come from paying the licensing fees that trolling companies demand to settle lawsuits. The mean amount spent by large companies to end an NPE lawsuit is $7.27 million, while small-to-medium sized companies spend $1.33 million.

That number doesn’t tell the full story, though. The median amount spent to pay off a troll suit is just $230,000 for large companies and $180,000 for small- and medium-size defendants. The discrepancy means that the great majority of trolls go away after getting relatively small payouts, while a few very strong entities in the patent-trolling business are able to pull off giant multimillion-dollar settlements. (Of course, the fact that low six-figure settlements are seen as the “small” ones suggests how entrenched and lucrative the NPE business is.)

The second-largest cost is, unsurprisingly, fees paid to defense lawyers. Big companies spend a mean of $1.52 million per litigation, while small- and medium-sized companies spend $420,000. Again, those compare to much lower median figures ($230,000 for large companies and $70,000 for small/medium), showing that the companies have a large number of cheaply defended cases, while a few heavily litigated cases run up big fees.

Sono stronzi? Boh, possiamo dire di sì. La mia opinione tuttavia è che si limitino a sfruttare a proprio vantaggio il sistema di tutela della proprietà intellettuale esistente. Se limitassimo la durata della protezione concessa dal brevetto e rendessimo più ardua la sua registrazione, con tutta probabilità fenomeni del genere scomparirebbero o diventerebbero insignificanti.

Quando hai un sacco di soldi li butti dalla finestra: l’esempio della Cina

n questi anni la Cina come sapete è stata ed è interessata da una crescita impetuosa ed impressionante, per numeri e conseguenze sugli equilibri internazionali.

Come sempre accade in questi casi si è diffusa una certa saggistica divulgativo-scandalistica che profetizza per il paese della Grande Muraglia un futuro glorioso e costellato di successi: capostipite di questi saggi e Maonomics, di Loretta Napoleoni.

In realtà il Paese ha mille problemi, e

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/uno-dei-problemi-della-cina-ha-troppi-soldi#ixzz1zeE6ggX7

I link della settimana

Mario Seminerio su uno dei tanti impostori intellettuali italiani che si spacciano per liberali;

Gmail diventa il più grande servizio di email del mondo, superando Hotmail;

Anche Twitter, dopo Google, inaugura il Transparecy Report, in cui dà conto delle richieste di censura o di informazioni sugli utenti ricevute da aziende o governi;

Nextdoor, il social network della porta accanto;

Arriva il pannello solare double-face.

Sondaggio: PD con l’UDC, favorevole o contrario?

Prendo spunto da questo post di Pippo Civati per proporre un sondaggio semplice semplice, certamente privo di validità statistica ma forse non di validità politica: se il PD si allea con l’UDC, che fate?

Qui il sondaggio:

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