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L’economia del blogging

Questo è probabilmente il periodo più difficile in cui gestire una testata: la stampa sta vivendo una difficile fase di transizione dal cartaceo al digitale e deve affrontare tutte le sfide che questo cambiamento comporta. Le difficoltà in cui versano i giornali tradizionali non si risolvono grazie alla semplice migrazione al digitale. La digitalizzazione del giornalismo infatti elimina i costi di stampa e distribuzione della vecchia tecnologia ma crea un nuovo problema: finanziare la propria attività tramite il ricorso esclusivo ala pubblicità.

Il prezzo della pubblicità online infatti è in continuo calo, e questo trend rischia di essere economicamente sostenibile solo per siti con enormi volumi di traffico.

I giornali online “nativi” (cioè, per intenderci, non Corriere o Repubblica ma Lettera43 e Linkiesta) hanno deciso di affrontare questo problema tramite il ricorso al “modello Huffington Post”: aprire il sito ai contributi di blogger e lettori disposti a scrivere gratuitamente pur di ottenere visibilità. La testata guidata da Arianna Huffington dispone di una rete di svariate migliaia di blogger: alcuni già famosi, altri che lo sono diventati dopo, moltissimi che non lo diventeranno mai.

Tutte queste persone scrivono senza essere pagate e producono visualizzazioni (dunque ricavi). Non ho nulla contro l’idea di scrivere gratuitamente: se tante persone lo fanno è perché vogliono farlo. Alcuni sono in cerca di un lavoro, sperano di essere notati ed assunti in redazione; altri semplicemente hanno tanto tempo libero o ritengono di avere cose interessanti da dire al mondo. Il motivo fondamentale che spinge tutte queste persone a scrivere senza essere pagate è lo stesso: la visibilità offerta dal giornale. Almeno da un punto di vista teorico, dunque, lo scambio c’è: il blogger scrive, il giornale ti rende famoso (forse).

Questo processo non garantisce la reciprocità del rapporto blogger-giornale, e questo forse nel lungo periodo può diventare un problema: vediamo perchè.

Iniziamo dalle banalità: un giornale, per essere economicamente sostenibile, deve produrre ricavi in quantità tale da coprire i costi. Se i costi sono sostanzialmente costanti ma il prezzo unitario della pubblicità continua a diminuire, bisogna aumentare le visualizzazioni. Il giornale quindi offre al pubblico la possibilità di scrivere su un sito molto visitato, riuscendo così ad aumentare le visualizzazioni e preservando l’equilibrio tra costi e ricavi: tuttavia, maggiore è il numero di blogger che scrive su un giornale, minore è la visibilità che ogni singolo blogger otterrà, perché lo spazio in homepage è limitato. Se la visibilità pro capite cala all’aumentare dei blogger, ad un certo punto il beneficio dato dalla visibilità sarà inferiore al costo derivante dalla scrittura di quel post. Ma se un agente economico riceve in un rapporto di scambio un’utilità minore di quella che impiega per svolgere quella stessa attività, è ragionevole pensare che quello scambio non venga effettuato.

Quali sono le conseguenze di lungo periodo di questo meccanismo?

Ogni blogger ha un costo-opportunità differente, ed è questa la chiave del problema. Il costo-opportunità è il valore della migliore alternativa a cui l’agente economico rinuncia per svolgere una determinata attività economica: nel nostro caso è il valore del proprio lavoro, del tempo che si impiega. Facciamo un esempio: Tizio vive in una casa di cui è proprietario. Ipotizziamo per un attimo che non vi siano costi monetari: nessuna bolletta, nessuna tassa di proprietà, nessuna tassa sull’immondizia, etc. Possiamo dire che Tizio non sopporta alcun costo connesso a quell’appartamento? No, esiste un costo che non è esplicito ma è a tutti gli effetti un costo economico: è il costo-opportunità dell’appartamento, cioè la somma che Tizio potrebbe percepire se lo affittasse a qualcuno.

Ora, se all’aumentare del numero di blogger ospitati su un giornale dimunisce la visibilità pro capite, ogni blogger continuerà a scrivere fino a quando l’utilità che ricava dalla visibilità pro capite sarà inferiore al costo-opportunità del suo tempo: superata questa soglia, il blogger diventerà sostanzialmente inattivo.

Ovviamente questa soglia non è uguale per tutti, varia al variare dell’individuo considerato e dipende soprattutto da due fattori: il ruolo che la visibilità ha nella funzione di utilità dell’individuo e il valore che il mercato assegna alla sua attività economica (cioè il costo-opportunità del suo tempo).

Se la visibilità è molto importante nella costruzione della funzione di utilità del blogger, se in altre parole il blogger ricava un’enorme utilità in seguito ad una minima variazione della visibilità, ceteris paribus sarà più disposto a scrivere in cambio di minore visibilità rispetto a chi è dotato di una funzione di utilità in cui la visibilità è meno importante.

Allo stesso modo, chi ha un costo-opportunità del proprio tempo molto basso, sempre ceteris paribus,continuerà a scrivere anche quando la bassa visibilità pro capite indurrà i blogger col costo-opportunità più alto a diventare inattivi.

Le conclusioni che possiamo trarre, quindi, sono quattro:

- la visibilità pro capite cala all’aumentare del numero di blogger registrati su un quotidiano online

- il rapporto tra blogger attivi e blogger registrati cala all’aumentare del numero di blogger registrati

- ceteris paribus, un blogger che punta esclusivamente o quasi esclusivamente ad ottenere visibilità scriverà più degli altri

- ceteris paribus, un blogger con un costo-opportunità del proprio tempo molto basso scriverà più degli altri

I due ultimi punti, in particolare, nel caso ne fosse dimostrata la correttezza sarebbero molto significativi, perché equivarrebbero a dire che nel lungo periodo sui giornali online i blogger attivi saranno soprattutto di due tipi: o “egocentrici”, alla spasmodica ricerca di visibilità, o con un basso costo-opportunità del proprio tempo, cioè privi di un lavoro e con basse possibilità di trovarne uno.

Immagino possiate intuire che una tendenza del genere potrebbe avere conseguenze importanti sulla qualità dei contenuti.

Ammesso che questa breve riflessione sia ragionevole, il che è tutt’altro che scontato.

Il trend del traffico internet

Questo grafico dell’Economist riporta l’evoluzione del traffico dati mensile medio pro capite in Nord America, dal 2009 al 2012. Ciò che salta subito all’occhio è la crescente importanza dell’intrattenimento multimediale (video e audio) rispetto al traffico totale: si passa dal 30% del 2009 al 60% del 2012. Nel frattempo il web browsing, la navigazione su siti, diventa sempre meno importante.

L’audiovisivo cresce molto più degli altri media e questo non potrà non avere conseguenze economiche sulla sostenibilità di alcuni business che non partecipano alla festa, in primis quotidiani e periodici, che dovranno farsi venire in fretta una buona idea per non rimanere vittime di questa rivoluzione tecnologica.

Barack Obama e il fiscal cliff

Dal solito KAL, su The Economist:

Si può fare: 20 startup per cambiare l’Italia

Oggi sono andato a Roma per Si può fare!, l’evento con cui Working Capital ha presentato i vincitori del 2012: venti startupper che hanno ricevuto un grant di 25.000 euro per realizzare un prototipo del loro prodotto e per presentarlo ai potenziali investitori.

Nelle startup italiane il talento c’è, la voglia di fare pure, finora mancavano i capitali. E, sì, 25.000 euro non sono tantissimi, ma sono un bel piatto su cui non sputerei. Soprattutto perché questo è solo l’inizio.

L’elenco dei 20 progetti lo trovate qui: si passa dai big data alle tecnologie green alle applicazioni in campo medicale ad alcuni progetti dallo spirito più schiettamente social.

I miei preferiti sono FlyAQ, Captiks, Okobici, SoCool e DIRAMa.

Utile e tamarro al punto giusto, FlyAQ è “una piattaforma open-source per permettere di fare mission planning di quadrirotori autonomi. La piattaforma permette a UAV di questo tipo, impegnati principalmente in operazioni di search-and-rescue, di venire agevolmente e rapidamente programmati per supportare il personale umano tramite un’interfaccia grafica di programmazione basata su di un linguaggio appositamente sviluppato.”  Per chi non lo sapesse, un quadrirotore è un veicolo volante autonomo, come questo:

Figata, eh??

La foto è uno screenshot di un capitolo di Call of Duty, una serie di videogiochi, non fatevi ingannare: FlyAQ non ha intenzione di lavorare con i militari.

Captiks è un sistema di sensori da applicare al corpo che rileva ed analizza tutti i movimenti dell’indossatore. DIRAMa, creato da una simpatica dottoranda dell’Istituto Italiano di Tecnologia, è uno strumento per creare mappe informazionali degli ambienti marini e sottomarini. SoCool è un’impresa che punta in alto, non solo metaforicamente: vuole portare il solar cooling, l’aria condizionata alimentata ad energia solare, in tutte le case italiane.

Date le mie abitudini però sono rimasto particolarmente colpito da Okobici, il sistema privato p2p di bikesharing, in cui ogni persona collabora alla riuscita del network: c’è chi è un semplice utente, chi ci mette le bici, chi si offre per ripararle. Interessante, anche considerando che me ne hanno fottute due in pochi mesi.

Tante buone idee, dunque, ma la sensazione che questo non sia sufficiente a creare le fondamenta su cui edificare il rilancio del Paese. Mancano alcuni tasselli fondamentali: un governo non emergenziale com’è purtroppo quello attualmente in carica; una vera legge sul crowdfunding, non il surrogato che è contenuto nel decreto sviluppo; un deciso investimento dello Stato in istruzione e ricerca, che politicamente non è una priorità perché offre grandi benefici nel lungo periodo, mentre lo sguardo dei politici non va oltre la tornata elettorale più vicina; una radicale semplificazione delle procedure della Pubblica Amministrazione; la rimodulazione del sistema fiscale; una riforma della giustizia civile, che ora costituisce forse il principale ostacolo agli investimenti esteri.

C’è però un’ottima notizia, che rende sicuramente più roseo il panorama dipinto qui sopra: nel 2013 Working Capital apre tre incubatori in tre città italiane: Catania, Milano, Roma. Tre grandi spazi gratuiti di coworking, dove le startup possono lavorare gomito a gomito, scambiarsi pareri e consigli, operare immersi in un ecosistema innovativo. Ottimo, è anche così che si costruisce la Rainforest.

Insomma, siamo ancora indietro, soprattutto rispetto a paesi come USA, Israele, Germania e UK. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e mi sembra che il nostro sia un inizio promettente. Si può fare, insomma: bisogna volerlo e bisogna porre con forza la questione sul tavolo del dibattito pubblico

Le cause della crisi italiana: una risposta a Guido Iodice

Il 25 ottobre Guido risponde, su questo blog, ad un mio post che criticava le ricette economiche del movimento “Su la testa”. Il suo obbiettivo è dimostrare che la crisi italiana è l’effetto infausto delle politiche liberiste che sarebbero state applicate in questi anni. Guido esordisce in questo modo:

La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Il suo errore è vedere un’unica crisi laddove invece ve ne sono tre: quella americana del 2007-2008, quella europea, che inizia nel 2010 ed è strettamente collegata a quella americana, ed infine quella italiana.

Partiamo dalla crisi americana. Secondo Guido è una crisi da imputare sostanzialmente all’eccessiva sregolatezza dei mercati. Cito dal testo:

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

La crisi finanziaria americana, come è noto, nasce dall’eccessivo indebitamento privato. Ma quest’indebitamento non nasce, come dice Guido, dalla “finanza libera da lacci e laccioli”. A dire il vero l’impetuoso incremento dell’indebitamento privato e lo sviluppo della bolla immobiliare furono il risultato di un intervento attivo dello Stato federale, che attraverso la politica dei bassi tassi di Greenspan da una parte, e dall’altra attraverso la concessione indiscriminata di mutui da parte di Fannie Mae e Freddie Mac, due enti parastatali, creò i presupposti per la crisi. Il clima generale di bassi tassi d’interesse, l’intenzione del governo federale di dare a tutti gli americani una casa di proprietà, uniti all’implicita garanzia dello Stato sull’eventuale fallimento delle banche hanno provocato una corsa all’indebitamento che doveva condurre per forza ad un profondo baratro. Ma perché il governo americano è intervenuto in questa maniera? Perché voleva aumentare la percentuale di americani proprietari di una casa senza dover agire sulle radici del problema: tra le altre, la difficile condizione economica delle minoranze, che non avevano i requisiti reddituali per accedere ad un prestito.

Subito dopo Guido si lancia in una tirata contro l’economia dei servizi e la globalizzazione:

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Il problema non è la diffusione dell’economia dei servizi, ma l’effetto che la globalizzazione ha avuto sulla distribuzione dei redditi nei paesi sviluppati: in molti casi la concorrenza dei paesi in via di sviluppo ha comportato il peggioramento delle condizioni economiche dei lavoratori a bassa specializzazione e quindi l’aumento della diseguaglianza. Attenzione, non sto facendo un discorso protezionista, un discorso no-global: sono fermamente convinto che la creazione di un mercato globale sia la più grande opportunità di sviluppo a disposizione dell’umanità. Sto dicendo che però la crescente globalizzazione dell’economia richiede che lo Stato si attivi per riqualificare e rendere competitivo il Paese. Per farlo c’è bisogno di un sistema d’istruzione capillare ed efficace non solo nella formazione iniziale del capitale umano dei prossimi anni, ma anche nel continuo aggiornamento dei lavoratori low-skilled. Un paese occidentale non può pensare di competere con i paesi asiatici sul costo del lavoro, deve concentrarsi sui settori ad alto tasso di specializzazione e per fare questo l’intervento dello Stato è indispensabile.

La seconda crisi è quella europea. Qui la questione è molto complessa, e sarebbe fuorviante additare alla folla adirata un unico colpevole: il colpevole non è la Merkel, non è la Grecia, non è l’alto indebitamento di alcuni Stati. Le soluzioni totalizzanti è meglio lasciarle a chi vede il mondo come una gigantesca lotta tra Bene e Male. La crisi europea nasce dal fatto che ancora oggi l’Eurozona è una semplice unione monetaria e non un’unione economica. E non potrebbe essere altrimenti, visto che comprende paesi diversissimi tra loro in quanto a forma di governo, cultura politica, mercato del lavoro, sistema normativo et cetera.

Proprio perché l’Unione Europea è stata un progetto politico che quasi nessuno voleva portare fino alle sue logiche conseguenze (cioè la definitiva integrazione economica e politica) sono state enunciate delle regole, i criteri di Maastricht, che in pochissimi hanno veramente rispettato.

Non li ha rispettati l’Italia, che venne ugualmente ammessa a far parte dell’Eurozona contro il parere dei tedeschi in virtù del suo ruolo di fondatore dell’Unione.

Non li hanno rispettati Francia e Germania nel 2003, non li ha rispettati la Grecia, che ha addirittura truccato i bilanci.

La predisposizione di regole assurde da parte di un soggetto politico assai poco legittimato ha creato una situazione per cui ogni soggetto era incentivato ad infrangere quelle stesse regole. Se ci si pensa un attimo, è esattamente quello che succede da decenni in Italia.

Ma come si esce dalla crisi? è possibile tornare a crescere? Ovviamente sì, prima o poi torneremo a crescere. Più poi che prima, molto probabilmente. La soluzione non è esigere a gran voce gli eurobond o la tobin tax: purtroppo non esistono terapie indolori.

Per come la vedo io, l’unica strada da percorrere è l’allentamento del percorso di consolidamento fiscale dei singoli Stati, che per come è strutturato adesso sta trascinando il continente nel baratro della recessione, unito all’approvazione di una serie di riforme strutturali volte a recuperare competitività. Il tutto inserito in un percorso di progressiva integrazione economica e poi politica dei paesi membri dell’Unione.

Un percorso del genere potrebbe iniziare solo l’anno prossimo, con l’inizio della nuova legislatura in Germania, e durerebbe probabilmente non meno di 5-6 anni. Ammesso che le classi dirigenti europee si dimostrino all’altezza, cosa che mi pare quantomeno dubbia, limitandomi a guardare in casa nostra.

Arriviamo infine alla terza crisi, quella specificamente italiana, che era l’oggetto del mio post precedente. Quella italiana è una crisi strutturale dovuta ad un sistema economico nazionale che semplicemente non funziona. Il periodo di poderoso sviluppo economico che il paese ha sperimentato dopo il secondo dopoguerra è oggi preso a modello di riferimento e molti commentatori lo considerano un’opzione politica come un’altra, qualcosa che è a portata di mano e che si potrebbe raggiungere senza difficoltà se solo lo si volesse. Non è così.

L’Italia negli anni ’50 e ’60 è cresciuta per vari motivi: innanzitutto “vantava” dei salari bassissimi, il che garantiva alla sua industria un vantaggio notevole rispetto ai concorrenti stranieri. Questo è importante ricordarlo, la nostra competitività era basata, almeno inizialmente, sull’ampia disponibilità di manodopera a basso prezzo: in sostanza eravamo ciò che ora è per noi il Bangladesh.

Un altro fattore che contribuì alla crescita economica fu la stessa situazione in cui versava il paese dopo le distruzioni dei bombardamenti alleati: è ovvio che un’economia che deve ripartire da zero mostri per tanti anni tassi di crescita da paese in via di sviluppo, noi in quegli anni lo eravamo a tutti gli effetti. Se sei un paese che esce dalla guerra, hai una popolazione molto giovane e ricevi dagli americani un sacco di soldi da “buttare nella fornace”, crescere non è molto difficile, è tutta questione di quanto carburante hai, non è ancora importante la sua qualità e il modo in cui viene bruciato.

Guido Iodice presenta il declino dell’Italia secondo la solita prospettiva molto in voga a sinistra, quella per cui la crisi sarebbe dovuta alla diminuzione del ruolo dello Stato nell’economia:

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Spiace che l’Euro venga considerato un’avventura fallimentare, perché significa che non se ne comprende il valore politico. La forza dell’Euro è stata ed è proprio il regime di cambio fisso in cui mantiene gli stati membri, perché li costringe ad affrontare le proprie contraddizioni, è un impegno irreversibile a lavorare per una reale integrazione continentale. è la leva per far venire a galla i nazionalismi latenti ed affrontarli a viso aperto. è lo strumento che ora ci costringe a fare una scelta netta: proseguire con decisione nella costruzione dell’Unione o scegliere di andare ognuno per conto suo.

Il vero, drammatico problema del Paese è che la spesa pubblica è sempre stata utilizzata in primo luogo come mezzo per mantenere il consenso elettorale o per anestetizzare il conflitto sociale. Tutto il ceto politico democristiano ha costruito la propria fortuna politica su queste dinamiche: siccome l’Italia era e per molti versi è ancora un paese feudale, la classe dirigente aveva davanti a sé due opzioni: intraprendere una lunga battaglia politica “antimedievale” contro l’aristocrazia parassitaria, i monopoli e gli oligopoli che dominavano la grande industria, la burocrazia fascio-monarchica sopravvissuta al cambio di regime politico, oppure rinunciare e preoccuparsi di gestire i flussi elettorali dei ceti popolari.

è stata scelta la seconda opzione, ovviamente. Nella zona x c’è poco lavoro? Nessun problema, basta costruire un’enorme acciaieria, o una bella fabbrica, una vera cattedrale nel deserto che crea sì un po’ di indotto ma distrugge tutte le altre attività economiche della zona. Il lavoro lo dà lo Stato, così può controllare meglio i cittadini.

Questo è un processo che si intensificò col passare degli anni e che mentre prima veniva nascosto dalla continua monetizzazione del debito, a partire dagli anni ’80, dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, venne alla luce attraverso un impetuoso aumento del debito pubblico. Durante gli anni ’80 il paese non è riuscito a riorganizzare il proprio sistema produttivo per poter rispondere alle sfide della globalizzazione: abbiamo un tasso di abbandono scolastico altissimo, pochi laureati, una burocrazia inefficiente (per usare un eufemismo), una giustizia civile lentissima, un sistema di protezione dei lavoratori obsoleto. Siamo, in sostanza, una democrazia fallita: un paese che non riesce a sconfiggere il cancro radicato dell’evasione fiscale, una vera “tassa sugli onesti”. Da questo punto di vista (ma solo da questo, attenzione – noi una base industriale almeno ce l’abbiamo) non c’è grande differenza tra noi e la Grecia. Finché non riusciremo a risolvere questi problemi sarà difficile riprendere il sentiero della crescita, con o senza l’Euro.

Il finanziamento pubblico alla cultura è di destra

è giusto che lo Stato finanzi il settore culturale, direttamente con appositi stanziamenti o indirettamente con agevolazioni fiscali di vario tipo?

Ogni volta che spuntano proposte di tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, registi, attori, artisti ed intellettuali annunciano agitazioni, scioperi e manifestazioni per difendere “il diritto alla cultura”: ma veramente i tagli mettono in pericolo questo diritto? Chi vieta loro di continuare a fare cultura senza prendere soldi dallo Stato?

I piccoli imprenditori che producono macchinari, arredi per la casa, lavandini e bidet non hanno a disposizione un fondo unico a loro dedicato: perché allora chi opera nell’industria culturale  pretende che lo Stato sussidi la loro attività?

La sensazione è che questi signori siano convinti della superiorità morale del loro lavoro rispetto ad altre occupazioni. Questa è la prima ragione per cui finanziare teatro, cinema e arte con i soldi pubblici è di destra; si fa passare l’idea che alcuni mestieri siano migliori di altri, che siano dedicati al perseguimento di una “missione” superiore: in particolare, si afferma la superiorità del lavoro intellettuale su quello manuale, dell’attore teatrale sull’idraulico, del regista sul panettiere.

A me hanno insegnato una cosa diversa, mi hanno insegnato che lo Stato non deve discriminare una persona sulla base del lavoro che svolge. Ognuno contribuisce al benessere della società attraverso lo svolgimento di una certa attività, a seconda del suo talento, delle sue capacità e di mille altre variabili. Il valore di ogni attività economica è ricavabile dal prezzo di vendita dei suoi frutti. Se i lavoratori della cultura sono così convinti dell’importanza di quel che fanno, perché non rinunciano ai finanziamenti e non alzano i prezzi?

Qui arriviamo al secondo motivo, che è squisitamente economico. Qual è l’effetto redistributivo del finanziamento pubblico all’industria culturale?

Il ragionamento è molto semplice: i finanziamenti pubblici coprono parte dei costi delle imprese che li ricevono e permettono quindi di praticare prezzi più bassi. Chi gode di questi prezzi bassi? Gli utenti. E chi sono gli utenti dei prodotti culturali?

Solo chi è ricco o benestante può permettersi di andare spesso a teatro, al cinema o alle mostre d’arte. Da dove arrivano i soldi per la cultura? Arrivano dalla fiscalità generale, che attualmente ha di fatto una struttura regressiva, se consideriamo che i redditi da capitale non rientrano nel computo dell’IRPEF. Quindi, a dispetto di tutte le belle parole, oggi il finanziamento pubblico alla cultura sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Questo perché, che vi piaccia o no, i poveri a teatro non ci vanno, hanno altro a cui pensare. Vogliamo che anche i più indigenti abbiano accesso alla cultura? Bene, allora possiamo sussidiare il loro consumo introducendo ad esempio una detrazione o una deduzione parziale o totale del costo degli spettacoli dal reddito, oppure praticando degli sconti direttamente alla cassa, sempre tarati sul reddito. Ci sono tanti modi per rendere i prodotti culturali accessibili a tutti, quello attualmente in vigore non solo non funziona, ma ha un effetto redistributivo veramente odioso.

Se volete un sistema regressivo, un sistema cioè in cui il ricco versa allo Stato in proporzione meno del povero e riceve in proporzione di più, siete liberissimi di dirlo, ma non venite a dirmi che è una cosa di sinistra: è solo un modo per foraggiare gli artisti e far risparmiare i ricchi a spese del contribuente.

Precisazione: in seguito alle osservazioni di alcuni lettori, vorrei far presente che in questo post per “finanziamenti pubblici alla cultura” intendo sostanzialmente quelli a teatro e cinema, quelli contenuti nel FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), non mi riferisco alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, settore che invece soffre di un cronico sottofinanziamento e di una pessima gestione delle poche risorse a disposizione.

Caro Lorenzo, la crisi ha radici nel liberismo e te lo dimostro

Pubblico volentieri una risposta di Guido Iodice al mio ultimo post a proposito di “Su la testa”. Mi sembra si stia avviando un dibattito interessante che può portare a raggiungere, forse, conclusioni comuni.

Caro Lorenzo, mi permetto di intromettermi nel dibattito che hai intessuto con “Su la testa”, anche se non ne faccio parte, poiché credo che la discussione abbia una valenza più generale.

Nella replica pubblicata il 22 ottobre sul tuo blog, scrivi, tra l’altro:

L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali.

Ora, sei davvero sicuro che sia così? Mi pare che tu cada nello stesso errore – peraltro molto comune – di “Fermare il declino”,. La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Si può ragionevolmente sostenere che la più grande crisi mondiale dal 1929 ad oggi sia “dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali”? O la specifica crisi dell’eurozona? Credo proprio di no. La grandissima parte degli economisti è concorde nell’individuare la causa della crisi europea nello squilibrio delle bilance commerciali tra centro e periferia e quindi nel debito con l’estero, nella gran parte dei casi debito privato che – a seguito dei “salvataggi” – si è poi trasformato in debito pubblico.

Questo non significa assolvere la nostra classe politica, che ha ovviamente grandi responsabilità. Ma classi politiche considerate decisamente migliori e paesi elogiati come “modelli” hanno avuto conseguenze pesantissime anche più delle nostre.

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Poi c’è la situazione specifica italiana. Vale la pena ricordarla? A questo punto direi di sì, ma va raccontata tutta: politici incapaci e ladri (secondo sentenze della magistratura passate in giudicato) hanno governato questo paese anche negli anni ’70 e ’80, ma all’epoca eravamo diventati una media potenza industriale (checché se ne dica, grazie soprattutto alle grandi aziende pubbliche, all’IRI, Eni ed Enel) ed esportavamo in Germania. Ah, dimenticavo: avevamo anche l’articolo 18.

La Seconda Repubblica ha avuto protagonisti alcuni che hanno mimato il peggio della Prima ed altri più seri. Ma gli uni e gli altri sono stati tutt’altro che un toccasana per l’economia nazionale.

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Oggi scopriamo amaramente che il buon vecchio Keynes aveva ragione: “Bada alla disoccupazione e il bilancio pubblico baderà a se stesso”. E potremmo aggiungere: “Bada meno al bilancio pubblico e più a quello dei privati: al reddito delle famiglie, a quanto il paese importa dall’estero, alla difficoltà delle aziende di trovare credito”. Ma, invece di rileggere Keynes, l’Italia ha scelto di affidarsi alla vecchia e fallimentare “Treasury View” degli anni 30, incarnata oggi da Mario Monti (e in Spagna da Rajoy, in Grecia da Samaras). La “casta dei tecnici” al governo non è certo migliore di quella dei politici e i suoi danni li stiamo già vedendo, con un debito pubblico che è nuovamente schizzato alle stelle nonostante gli enormi sacrifici degli italiani, proprio a causa dell’austerità e a e del “rigore”, così come già avvenuto negli altri “PIIGS”.

Mi sento quindi in tutta onestà di difendere le politiche interventiste che hanno reso questo paese una potenza industriale. Mi sento di difendere l’articolo 18. Mi sento di difendere l’economia mista in cui l’iniziativa privata concorre, insieme alle aziende pubbliche, alla crescita. Altro che “improduttive” buche nel terreno (vedi alla voce TAV in Valsusa). E credo che una seria analisi debba concludere che proprio l’allentamento del ruolo dello Stato nell’economia sia all’origine della crisi. E questo vale per tutte le economie occidentali, non certo solo per Italia.

Sono un dogmatico liberista, a quanto pare

Ho ricevuto, ormai una settimana fa, la risposta del movimento “Su la testa” ad un post in cui criticavo il loro programma e chiedevo chiarimenti. Ho letto la risposta e, duole ammetterlo, ma i chiarimenti non sono arrivati.

è arrivata invece una saccente predica sul mio presunto “dogmatismo liberista” (LOL):

 Deregolamentazione, scelte politiche dogmaticamente market oriented, sono alla base del disastro in cui ci troviamo. Il fatto che queste posizioni siano ormai da vent’anni regolarmente spacciate nelle facoltà di economia come la panacea ai mali del mondo non significa che non possano essere messe in discussione e – cosa auspicabile – valutate per i loro effetti (costi sociali, prima di tutto) a nostro avviso devastanti. Il bilancio degli ultimi vent’anni di scelte di politica economica neoliberista, cui si ispirano le critiche che ci sono state mosse da Lorenzo, hanno impoverito il Paese, ridotto i diritti e la coesione sociale, fiaccato l’economia.

Da questo brano è evidente come la visione politica di questi signori sia pesantemente limitata dai paraocchi ideologici che continuano a voler indossare. L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali. Tutte le retoriche del complotto, del popolo buono e degli oligarchi cattivi sono tanto affascinanti e comode quanto fuorvianti; faccio peraltro notare che sono state promosse da movimenti che si sono collocati al di fuori dell’alveo democratico e del rispetto dei diritti umani: fascismo, nazismo e comunismo, che nelle loro applicazioni non hanno mai fatto mancare una violenta ed isterica propaganda contro il ricco, le democrazie plutocratiche, il banchiere massone e altri comodi capri espiatori.

Questi signori di “Su la testa” mi accusano di neoliberismo ma non conoscono neanche il significato della parola, che non è, come scrive Alessandro Gilioli su Facebook,

quel sistema secondo il quale il capitalismo meno regole ha meglio è, tranne quelle che servono a privatizzare le perdite e a socializzare i profitti – e che alla fine cerca di convincerti che questo guazzabuglio dovrebbe rendere tutti più ricchi.

La parola ha un significato diverso, fu introdotta da Benedetto Croce (nessuno gli aveva chiesto di farlo, peraltro) e ripresa da Giovanni Sartori, ma già prima dell’invenzione crociana il significato di liberismo era espresso dal termine “liberalismo economico”. Cito da Wikipedia inglese:

Economic liberalism is the ideological belief in organizing the economy on individualist lines, such that the greatest possible number of economic decisions are made by private individuals and not by collective institutions. It includes a spectrum of different economic policies, but it is always based on strong support for a market economy and private property in the means of production. Although economic liberalism can also be supportive of government regulation to a certain degree, it tends to oppose government intervention in the free market when it inhibits free trade and open competition. However, economic liberalism may accept government intervention in order to remove private monopoly, as this is considered to limit the decision power of some individuals (most often the poor). Economic liberalism emphasizes that individuals should make their own choices with their money, so long as it does not infringe on the liberty of others.

Traduco la parte in neretto: “il liberalismo economico può accettare l’intervento del governo per rimuovere monopoli privati, dal momento che questi limitano il potere di decisione degli individui (quasi sempre di quelli più poveri)”.

Oltre al liberale economico c’è poi il liberale sociale, il quale crede sia necessario l’intervento dello Stato in alcuni campi, sostanzialmente l’istruzione, la sanità e il welfare. Per inciso, io sono un liberale sociale.

Quindi è sbagliato, ad esempio, associare il termine “liberismo” a Berlusconi e agli ultimi 20 anni di politica italiana, perché lì di liberista non c’è proprio nulla.

Ora voi vi chiederete il perché di questo pippone etimologico: lo so, non è divertente, ma è necessario. Come al solito ricorrerò al grande Moretti, che ci ricorda che “le parole sono importanti”. Sono importanti perché influiscono sulla chiarezza e sulla solidità dei ragionamenti che facciamo.

Nel caso in questione, se i promotori di “Su la testa” mi accusano di essere liberista e concepiscono il liberismo nell’accezione “gilioliana”, mi stanno evidentemente calunniando, visto che io non voglio un’economia senza regole e non voglio privatizzare i ricavi e socializzare le perdite: questo semmai vogliono farlo loro, visto che hanno intenzione di mantenere i finanziamenti ai giornali. Il finanziamento ai giornali è esattamente questo: la privatizzazione dei ricavi e la socializzazione dei costi. Quindi, stando a Gilioli, sarebbe liberista. Sempre stando allo stesso ragionamento, anche i sussidi alle energie rinnovabili sono un esempio di liberismo, perché “privatizzano i ricavi e socializzano i costi”.

è evidente che non è questa la vera definizione di liberismo. Il liberismo (o liberalismo economico) è la difesa del libero mercato, della competizione e della concorrenza.

Questo per dire che prima di avventurarsi nello scivoloso territorio della politica economica sarebbe bene approfondire le proprie conoscenze in materia.

Al di là della querelle linguistica, in molti hanno notato che le risposte dei promotori sono delle non-risposte, nel senso che non rispondono nel merito ma si limitano a ribadire posizioni di principio. Il post con le risposte lo trovate qui.

Mi si dice innanzitutto che “la credibilità in Europa non si acquisisce tagliando servizi e riducendo i diritti”. Ma io non ho mai detto una cosa del genere, io ho fatto notare che per recuperare credibilità in Europa è necessario risanare il Paese, cioè combattere l’evasione, diminuire la spesa pubblica parassitaria (sussidi alle imprese, piccole e grandi, finanziamenti alla politica e ai grandi gruppi di potere), diminuire le imposte per l’importo corrispondente, introdurre più concorrenza nel settore bancario, in quello assicurativo, abolire le corporazioni che ingessano il Paese (notai, avvocati, farmacisti, giornalisti, commercialisti, etc.), riformare la giustizia civile ed eliminare il dualismo del mercato del lavoro. Loro invece sono convinti che sia sufficiente dichiararsi europeisti e fare un bel sorriso per arrivare in fretta alla federazione.

Ho spiegato loro che la tassazione delle transazioni finanziarie è irrealizzabile e danneggerebbe solo i piccoli risparmiatori, perché i grandi investitori sposterebbero senza alcuna difficoltà i loro capitali in altre piazze finanziarie. L’esito sarebbe beffardo: un gettito misero, la drastica diminuzione del giro d’affari e la perdita di altri posti di lavoro. Loro mi hanno risposto: “paghi chi specula”. Che è un po’ un modo di dire: “fottesega”. Sostengono poi che tutti i governi europei stanno promettendo la tassa: è vero, forse la applicheranno anche, ma lo fanno esclusivamente per ragioni di consenso, per dare un contentino alle proteste popolari. Dicono inoltre che la crisi è il risultato della crescente diseguaglianza sociale, che ha spinto il ceto medio a indebitarsi: una relazione che non è mai stata dimostrata e in cui lo stesso Krugman ha più volte dichiarato di non credere, ma in Italia molti santoni la spacciano come verità rivelata.

Quando chiedo lumi sulla loro proposta di un controllo politico della banca centrale, mi rispondono semplicemente che “le politiche economiche europee devono essere sotto il controllo dei cittadini europei. Si chiama democrazia”. A me sembra populismo, ma pare che la crisi argentina sia una prospettiva che alletta molti, di questi tempi. Affidare la banca centrale al controllo dello Stato significa darla in mano ai politici che la useranno per perseguire i fini politici o peggio elettorali che non sono capaci di perseguire con gli altri strumenti che hanno a disposizione: arriveremmo ad un sistema in cui le dinamiche dell’economia non vengono affrontate perché “tanto possiamo stampare tutta la moneta che vogliamo”. Esattamente come è stato fatto negli USA da Clinton, Bush e Greenspan. Tanto poi una volta che arriva la crisi si dà la colpa ai liberisti, giusto?

Poi arriva la chicca dell’agenzia di rating europea. Un’agenzia di rating pubblica che dovrebbe valutare i titoli del debito pubblico. Non è che magari c’è conflitto d’interessi? Noooo, mi rispondono, “ogni Stato ha le sue agenzie indipendenti. Non si capisce perché lo Stato democratico Europa non possa averne una”. Sì, ma le agenzie indipendenti di cui parlano sono enti che vigilano su qualcos’altro, mentre l’agenzia di rating europea (quindi pubblica) vigilerebbe su una parte di sé. Va via Berlusconi ma la passione per i conflitti d’interesse non viene mai meno, in questo paese.

Il punto successivo è un classico: si vuole sconfiggere il precariato ordinando agli imprenditori di pagare di più i precari. Inutile far notare che, a parità di altre condizioni, aumentare l’imposizione fiscale sui precari elimina il precariato in un modo solo: trasformando i precari in disoccupati, perché gli imprenditori a quelle condizioni non sono più disposti ad assumere. A parità di altre condizioni, ovviamente. E sono proprio le “altre condizioni” che vanno modificate. Ma tassare di più il lavoro precario serve a poco.

Sulle delocalizzazioni la risposta è semplicemente frutto di ignoranza, lo dico senza alcun intento polemico. Mi viene detto che “non si tratta ovviamente di “demonizzare” le delocalizzazioni ma di gestirle, di studiare forme di governance che abbiano come obiettivo il bene comune”. L’ideologia della deregulation assoluta e dogmatica non ha portato nulla di buono nemmeno in questo campo”. In sostanza loro vogliono disincentivare la delocalizzazione delle attività produttive. La teoria economica ci dice invece che dobbiamo concentrarci sui settori in cui abbiamo o possiamo avere un vantaggio comparato (su questo consiglio il bel manuale di Krugman): quindi, ad esempio, non Alcoa e Carbosulcis, ma le nanotecnologie, la bioingegneria ed altri settori all’avanguardia.

Sul piano per il riutilizzo del patrimonio immobiliare non sfruttato arriva il chiarimento, sarebbe patrimonio pubblico e non privato. Finalmente una risposta.

Ma subito dopo si torna al solito tono battagliero e sognatore, si esige l’abbassamento delle commissioni sui pagamenti elettronici. Come credete di ottenere questo risultato per decreto? La risposta: “le unghie alla finanza si tagliano con leggi democratiche di un Parlamento sovrano: dov’è il problema?”. Neanche “Siamo la gente, il potere ci temono” avrebbe saputo fare di meglio.

Faccio notare che il “contrasto d’interessi” non funziona e porto un link. Mi dicono: “ma in Brasile funziona!”, senza citare fonti, paper, ricerche et similia.

La patrimoniale non produrrà gettito perché i capitali scapperanno, rilancio io. Mi rispondono in sostanza che a loro non interessa il gettito ma il principio. Tassare i ricchi anche se non si racimola nulla. A questo punto tanto vale creare una bella tassa su chi non paga le tasse, oppure una tassa sui fascisti. Nessuno pagherà, ma chi se ne frega, è il principio che conta. Vedete un po’ voi se vi sembra una proposta seria.

Sulla Tav c’è una risposta chiara, precisa. Non gli interessa, non la ritengono una priorità per il Paese. Liberi di pensarlo.

Sugli investimenti pubblici sulle rinnovabili sembrano non cogliere la delicatezza del discorso: che succede se si investe nella tecnologia sbagliata? è giusto aumentare ancora il costo della bolletta energetica per finanziare gli incentivi? Non è tutto, vogliono anche fissare una scadenza per la circolazione di veicoli a combustibili fossili: hanno deciso che la mobilità urbana con mezzi privati è obsoleta, e decideranno la data precisa in cui porre fine a questo abominio. Sono invidioso della loro sicurezza, ma mi fa anche un po’ paura.

Infine si parla di cibo a kilometro zero e agricoltura biologica, proponendo di sostenere la loro diffusione (ma non si dice in che modo). I prodotti slow food sono più costosi? Se sì, chi paga la differenza per mantenerli competitivi?

Insomma, l’impressione è che ci sia tanta buona volontà. Ma la buona volontà serve a poco, se viene incanalata in idee incoerenti, inefficaci e contraddittorie. Il mondo è molto più complesso di come se lo immaginano i promotori. Su la testa, osservatelo meglio

Aboliamo il termine liberismo

Questo è un post già pubblicato su Linkiesta il 17 settembre 2012, ma mi sembra il caso di rilanciarlo anche da qui, è un argomento su cui è necessario fare chiarezza.

Le parole sono importanti, gridava Nanni Moretti in uno spezzone di “Palombella rossa”. Noi sembriamo averlo dimenticato, visto che il dibattito politico, a tutti i livelli, è appestato da frasi fatte ed espressioni ambigue o prive di senso.

La classifica dei termini usati senza criterio è dominata dal “liberismo”: tutti parlano di liberismo, chi per lodarlo, chi per demonizzarlo, chi per criticarlo, ma in pochi sembrano avere un’idea precisa di cosa significhi.

Il punto è che la parola NON ha un significato preciso, è vuota, inconsistente da un punto di vista tecnico, estranea alla tradizione lessicale del pensiero economico anglo-sassone.

L’origine del vocabolo infatti è tutta italiana: fu diffuso a livello internazionale da Giovanni Sartori, che a sua volta la prese da Benedetto Croce, per distinguere il liberalismo sociale dal liberalismo classico.

La voce corrispondente della Wikipedia inglese recita:

Liberism (derived from the Italian term liberismo) is a term for the economic doctrine of laissez-faire capitalism first used by the philosopher Benedetto Croce, and popularized in English by the Italian-American political scientist Giovanni Sartori.
Sartori imported the term from Italian in order to distinguish between social liberalism, which is generally considered a political ideology often advocating extensive government intervention in the economy, and those liberal theories of economics which propose to virtually eliminate such intervention. In informal usage, liberism overlaps with other concepts such as free trade, neoliberalism, right-libertarianism, the American concept of libertarianism, and the French notion of laissez-faire.

Sartori quando parla di economia prende delle cantonate imbarazzanti, è risaputo: anche in questo caso ha fatto più danni che altro.

Obbiettivo del politologo italiano era separare agevolmente nel dibattito corrente chi predica l’opportunità dell’intervento dello Stato in alcuni settori dell’economia  e chi crede che lo Stato debba astenersi da qualsiasi ingerenza. Il problema è che Sartori pretese di risolvere un problema che non è mai esistito e sostituì “liberismo” a “liberalismo economico”, un’espressione di certo più articolata ma che svolgeva egregiamente il proprio compito.

Il risultato è che oggi liberismo vuol dire tutto e niente: secondo alcuni è la posizione di chi ritiene che lo Stato non debba intervenire nell’economia, secondo altri è liberista chi crede che lo Stato debba garantire l’esistenza di mercati liberi e concorrenziali. Meglio dunque tornare alle origini e parlare di liberalismo economico, così descritto sempre da Wikipedia:

Economic liberalism is the ideological belief in organizing the economy on individualist lines, such that the greatest possible number of economic decisions are made by private individuals and not by collective institutions.[1] It includes a spectrum of different economic policies, but it is always based on strong support for a market economy and private property in the means of production. Although economic liberalism can also be supportive of government regulation to a certain degree, it tends to oppose government intervention in the free market when it inhibits free trade and open competition. However, economic liberalism may accept government intervention in order to remove private monopoly, as this is considered to limit the decision power of some individuals (most often the poor). Economic liberalism emphasizes that individuals should make their own choices with their money, so long as it does not infringe on the liberty of others.

Si spiega, qui sopra, che il liberalismo economico “può accettare l’intervento governativo volto alla disgregazione di un monopolio privato, dal momento che questo limita la libertà di scelta degli individui”. Un liberale economico è dunque chi pensa che debba essere garantito il diritto degli individui di scegliere cosa acquistare, quanto acquistare e da chi acquistare.

Questa definizione cozza fastidiosamente con la realizzazione storica del liberalismo nel corso del XIX secolo, laddove i governi cosiddetti “liberali” si sono limitati a non intervenire in alcun modo nell’economia, senza garantire la concorrenzialità del mercato.

Va fatto notare, in questa sede, che mercato non regolato e mercato concorrenziale sono due cose diverse. Il modello concorrenziale si basa su alcune assunzioni: informazione perfetta e impossibilità per il singolo agente economico di influire sul prezzo, tra quelle più importanti. Spesso queste assunzioni nella realtà non sono verificate e quindi senza l’intervento regolatorio dello Stato il mercato non massimizza il benessere generale ma fa gli interessi di determinati gruppi sociali.

Nell’Inghilterra dell’Ottocento le condizioni sociali in cui il capitalismo iniziò ad operare erano spaventosamente diverse da quelle proprie del modello concorrenziale: il potere economico era concentrato nelle mani di pochi privilegiati, che detenevano tutte le informazioni su ogni caratteristica dei beni prodotti. Il popolo non aveva ancora il diritto di partecipare alla vita politica proprio perché era privo di qualsiasi potere economico.

Di conseguenza il potere politico per tutto il XIX secolo fu detenuto dalle classi dominanti, proprietari terrieri e capitalisti. I due gruppi facevano riferimento rispettivamente a Tories e Whigs, che poi prenderanno i nomi di Partito Conservatore e Partito Liberale), perché i loro interessi erano contrapposti: l’aristocrazia terriera voleva proteggere la propria rendita dalla concorrenza dei prodotti agricoli stranieri e voleva rallentare l’inevitabile declino cui era condannata, i capitalisti volevano che il loro crescente ruolo economico ottenesse un riconoscimento politico.

Gli stessi capitalisti, però, erano liberali solo “a metà”, nel senso che erano contrari ad ogni intervento dello Stato nell’economia, anche a quei provvedimenti che sarebbero stati necessari per rendere il mercato concorrenziale. Perché? Perché tutti i grandi capitalisti erano monopolisti e quindi un’apertura del mercato li avrebbe seriamente danneggiati. Da notare, tuttavia, che i capitalisti-politici non si fecero scrupoli a chiedere ed ottenere l’intervento dello Stato con la diffusione del sistema brevettuale, che proteggeva i loro prodotti dalla concorrenza.

Possiamo quindi dire il liberalismo ottocentesco, in Inghilterra come nell’Europa continentale, non fu vero “liberalismo economico”, fu semplicemente l’espressione degli interessi della classe dominante. Ma nel corso del Novecento il tema dell’effettiva concorrenzialità dei mercati assunse l’importanza che merita: conseguenza pratica di questa crescente consapevolezza fu l’istituzione in molti paesi di un’autorità antitrust.

La vera contrapposizione, quindi, è tra “economic liberalism” e “social liberalism”. Il liberalismo sociale altro non è che il liberalismo economico alla luce degli sviluppi teorico-empirici più recenti, secondo i quali l’intervento dello Stato in alcuni settori, come sanità ed assicurazione, è dovuto alle asimmetrie informative che li caratterizzano e che rendono impossibile l’esistenza di un mercato concorrenziale senza correttivi esterni.

Il liberismo, che teoricamente dovrebbe definire il liberalismo economico, assume un senso ancora più incerto dopo lo stupro che ha subito in questi anni da politici, politicanti ed ignorati di vario genere: Vendola che accusa Berlusconi di essere liberista (che è un po’ come accusare un leone di essere vegetariano), Fassina e Orfini che lanciano strali contro il neo-liberismo e la finanza globale, Renzi che dice che il liberismo è di sinistra.

Usiamo termini più corretti, lo chiedo a tutti coloro che hanno a cuore la qualità e la concretezza del dibattito: parliamo di concorrenza, parliamo di sanità ed istruzione pubbliche o private, parliamo di sistema assistenziale. Ma mettiamo in soffitta il liberismo, è una parola utile solo a chi vuole confondere le acque.

Il programma di “Su la testa” – i primi 5 punti

Nei giorni scorsi è nato “Su la testa”, un nuovo movimento che si propone di costituire una forza politica di sinistra capace di andare oltre le contraddizioni di PD e SEL, una sinistra vicina ai militanti che sappia parlare chiaro e guardare al futuro. Ebbene, ho letto il programma e mi sembra che sia un progetto rivolto più che altro al passato, almeno per quanto riguarda la politica economica. L’ho fatto notare ad Alessandro Gilioli, che mi ha chiesto di spiegare perché non sono d’accordo. Trovate qui le 10 proposte del movimento, qui sotto cercherò di analizzarle brevemente tutte. Relativamente ad ogni proposta, commenterò soltanto quelle che mi sembrano rilevanti e con cui NON sono d’accordo.

1 – Vogliamo l’Europa dei cittadini, non della finanza qui

Tralasciando il titolo da “Siamo la gente il potere ci temono”, arriviamo alla prima pecca:

Vogliamo l’abbandono delle politiche dei tagli automatici della spesa pubblica che colpiscono il welfare e quindi la rinegoziazione del fiscal compact: il welfare non è solo un dovere morale, ma produce anche ricchezza e sviluppo.

Vogliamo che l’Italia s’impegni per arrivare agli Stati Uniti d’Europa, con un Parlamento sovrano e un governo europeo che risponda a questo Parlamento.

I promotori sembrano non capire che prima di poter “arrivare agli Stati Uniti d’Europa”, bisogna mettere a posto l’Italia. I paesi del Nord Europa, molto semplicemente, non si fidano di noi. Non si fidano del modo in cui raccogliamo risorse tramite le tasse e del modo in cui le sperperiamo tramite la spesa pubblica. Uno sperpero che non include solo Fiorito, ma anche i sussidi a pioggia alle imprese, i finanziamenti statali alle grandi aziende e molto altro. Se vogliamo gli Stati Uniti d’Europa (io li voglio) dobbiamo prima risanare il Paese.

Vogliamo un sistema fiscale federale europeo, a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie) e vogliamo un bilancio federale europeo: due strumenti per  stabilizzare le economie dei singoli paesi e per ridurre le differenze economiche territoriali.

La tassa sulle transazioni finanziarie è una baggianata populista che farebbe fuggire i grandi capitali e andrebbe a penalizzare solo i piccoli risparmiatori: famiglie a medio reddito, pensionati, lavoratori. Le banche resterebbero intoccate dal provvedimento. Qui si spiega perché. Non si torna a crescere aumentando le tasse, ma sembra che la sinistra continui a non volerlo accettare.

Vogliamo che le decisioni sull’euro e le scelte delle banche centrali siano considerate questioni squisitamente politiche e quindi discutibili come qualsiasi altro argomento.

Frase ambigua. Cosa si vuole dire? Che la banca centrale deve tornare sotto il controllo della politica? Amiamo così tanto le crisi che ne vogliamo causare un’altra, questa volta dall’atmosfera argentina?

Vogliamo la creazione di un’agenzia di rating europea indipendente dal potere politico ed economico-finanziario.

Bella questa! Come fa un’agenzia di rating europea ad essere indipendente? Non può esserlo e non avrebbe credibilità. Se anche si riuscisse a garantirne l’indipendenza (ma dovete spiegarmi come), sarebbe un organismo dotato di enormi poteri controllato da tecnici: ma voi non avete esordito dicendo di essere contrari al “potere gestito dai tecnocrati”?

2 – Basta precariato e sfruttamento, nasce il nuovo welfare qui

Vogliamo l’eliminazione delle attuali forme contrattuali precarie, prevedendole per soli i lavori davvero temporanei, che devono in ogni caso esser pagati di più per riequilibrare la saltuarietà dei compensi.

Veramente, scusate se sono così duro, ma sembrate non avere idea di come funzioni l’economia. Cosa significa “devono in ogni caso essere pagati di più”? Come pretendete di imporre agli imprenditori il prezzo che ritenete opportuno? Con che criteri volete definirlo? A me questo sembra puro fascismo economico. Pericoloso, oltre che inefficace.

Vogliamo che le politiche pubbliche, a partire da quelle fiscali e sul lavoro, disincentivino il più possibile le delocalizzazioni, anche da una parte all’altra del Paese.

Sostanzialmente state promuovendo lo stesso ottuso localismo che la Lega Nord ha portato avanti in questi anni. Delocalizzare è una scelta economica che non va demonizzata. Da noi le delocalizzazioni sono un problema perché il nostro sistema produttivo è rimasto focalizzato su settori in cui ora NON possiamo più competere per evidenti differenze nel costo del lavoro rispetto ad altri paesi.

Vogliamo un piano per il riutilizzo delle centinaia di migliaia di seconde case oggi abbandonate o sottoutilizzate lungo le coste e nelle aree montane con lo sviluppo del turismo sociale e con una particolare attenzione all’infanzia: tutti i bambini hanno diritto alle vacanze.

Questa andrebbe specificata meglio: scritta così mi sa tanto di esproprio generalizzato.

3 – Tassare i ricchi e gli speculatori, tagli alle spese militari qui

Vogliamo il contestuale drastico abbassamento delle commissioni sulle transizioni con sistemi di pagamento elettronici.

E come sperate di ottenerlo? Con la solita, illusoria bacchetta magica, il decreto?

Vogliamo l’introduzione degli scontrini-premio: chi richiede lo scontrino si vedrà rimborsata una parte dell’Iva che lo Stato incassa attraverso quella transazione.

Il cosiddetto “contrasto d’interessi”, già suggerito in passato da Alesina e Giavazzi. Ma non funziona, qui si spiega perché.

Vogliamo spostare il peso fiscale dal lavoro verso i patrimoni, le rendite e i redditi più alti: vogliamo una patrimoniale che non colpisca solo la casa ma tutti i valori, che scatti oltre i 500.000 euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota del 5 per mille, crescente al crescere del patrimonio; vogliamo un aumento delle aliquote per gli scaglioni di reddito oltre i 300 mila euro.

La patrimoniale non serve a nulla ed è destinata ad avere un gettito poco significativo: può infatti colpire solo gli immobili, perché una tassazione straordinaria dei titoli mobiliari provocherebbe soltanto la loro fuga all’estero. Basta guardare gli effetti della tassa sugli yacht approvata dal Governo Monti: l’Esecutivo si attendeva 115 milioni, ne ha incassati 23,5.

4 – Ma quali grandi opere: salviamo territorio ed ambiente qui

Vogliamo lo spostamento delle risorse oggi destinate ad alcune “grandi opere” (come la Tav Torino-Lione) verso i sistemi di trasporto locale su ferro, verso la riqualificazione dei centri urbani e verso la difesa del suolo.

Niente Tav? Quindi siete favorevoli al traffico su gomma che appesta la Val di Susa?

Vogliamo spostare in modo deciso e immediato gli investimenti verso le energie rinnovabili, perché «l’Italia è l’Arabia Saudita del solare e dell’eolico» (Jeremy Rifkin) e sarebbe folle non sfruttare questo infinito giacimento.

Chi paga questi investimenti? I consumatori nella bolletta elettrica? I contribuenti? Come se le tasse non fossero già abbastanza alte! Il solare purtroppo è ancora troppo costoso da produrre rispetto agli idrocarburi. Possiamo decidere di raggiungere la grid parity finanziandoci con la bolletta dei consumatori, certo: basta farglielo sapere.

Vogliamo fissare una scadenza per la commercializzazione di veicoli a combustibili fossili e una successiva scadenza per la fine della loro circolazione.

Non vi state sopravvalutando? Con che criteri decidete quando un’auto a combustibili fossili diventa obsoleta? Chi vi credete di essere?

Vogliamo incentivi all’estensione dell’agricoltura biologica e degli orti urbani, sostegno ai gruppi di acquisto solidale e ai presidi di slow food e a  chilometro zero.

Così i poveri pagheranno il cibo ai ricchi di sinistra che mangiano solo prodotti a marchio Slow Food….e i prodotti importati dal terzo mondo, chi li compra? In questo modo togliamo lavoro al coltivatore africano o sudamericano, attenzione.

5 – Diritti civili, stato laico, nessun privilegio al Vaticano qui

Non ho alcuna nota da fare, sono totalmente d’accordo con tutto ciò che è scritto in questa parte. Mi rincresce che nei punti precedenti manchi lo stesso spirito liberale che è presente qui.

Dato che il post è già lungo abbastanza, affronterò i punti rimanenti in un altro articolo. Iniziamo a discutere questi.

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