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Le cause della crisi italiana: una risposta a Guido Iodice

Il 25 ottobre Guido risponde, su questo blog, ad un mio post che criticava le ricette economiche del movimento “Su la testa”. Il suo obbiettivo è dimostrare che la crisi italiana è l’effetto infausto delle politiche liberiste che sarebbero state applicate in questi anni. Guido esordisce in questo modo:

La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Il suo errore è vedere un’unica crisi laddove invece ve ne sono tre: quella americana del 2007-2008, quella europea, che inizia nel 2010 ed è strettamente collegata a quella americana, ed infine quella italiana.

Partiamo dalla crisi americana. Secondo Guido è una crisi da imputare sostanzialmente all’eccessiva sregolatezza dei mercati. Cito dal testo:

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

La crisi finanziaria americana, come è noto, nasce dall’eccessivo indebitamento privato. Ma quest’indebitamento non nasce, come dice Guido, dalla “finanza libera da lacci e laccioli”. A dire il vero l’impetuoso incremento dell’indebitamento privato e lo sviluppo della bolla immobiliare furono il risultato di un intervento attivo dello Stato federale, che attraverso la politica dei bassi tassi di Greenspan da una parte, e dall’altra attraverso la concessione indiscriminata di mutui da parte di Fannie Mae e Freddie Mac, due enti parastatali, creò i presupposti per la crisi. Il clima generale di bassi tassi d’interesse, l’intenzione del governo federale di dare a tutti gli americani una casa di proprietà, uniti all’implicita garanzia dello Stato sull’eventuale fallimento delle banche hanno provocato una corsa all’indebitamento che doveva condurre per forza ad un profondo baratro. Ma perché il governo americano è intervenuto in questa maniera? Perché voleva aumentare la percentuale di americani proprietari di una casa senza dover agire sulle radici del problema: tra le altre, la difficile condizione economica delle minoranze, che non avevano i requisiti reddituali per accedere ad un prestito.

Subito dopo Guido si lancia in una tirata contro l’economia dei servizi e la globalizzazione:

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Il problema non è la diffusione dell’economia dei servizi, ma l’effetto che la globalizzazione ha avuto sulla distribuzione dei redditi nei paesi sviluppati: in molti casi la concorrenza dei paesi in via di sviluppo ha comportato il peggioramento delle condizioni economiche dei lavoratori a bassa specializzazione e quindi l’aumento della diseguaglianza. Attenzione, non sto facendo un discorso protezionista, un discorso no-global: sono fermamente convinto che la creazione di un mercato globale sia la più grande opportunità di sviluppo a disposizione dell’umanità. Sto dicendo che però la crescente globalizzazione dell’economia richiede che lo Stato si attivi per riqualificare e rendere competitivo il Paese. Per farlo c’è bisogno di un sistema d’istruzione capillare ed efficace non solo nella formazione iniziale del capitale umano dei prossimi anni, ma anche nel continuo aggiornamento dei lavoratori low-skilled. Un paese occidentale non può pensare di competere con i paesi asiatici sul costo del lavoro, deve concentrarsi sui settori ad alto tasso di specializzazione e per fare questo l’intervento dello Stato è indispensabile.

La seconda crisi è quella europea. Qui la questione è molto complessa, e sarebbe fuorviante additare alla folla adirata un unico colpevole: il colpevole non è la Merkel, non è la Grecia, non è l’alto indebitamento di alcuni Stati. Le soluzioni totalizzanti è meglio lasciarle a chi vede il mondo come una gigantesca lotta tra Bene e Male. La crisi europea nasce dal fatto che ancora oggi l’Eurozona è una semplice unione monetaria e non un’unione economica. E non potrebbe essere altrimenti, visto che comprende paesi diversissimi tra loro in quanto a forma di governo, cultura politica, mercato del lavoro, sistema normativo et cetera.

Proprio perché l’Unione Europea è stata un progetto politico che quasi nessuno voleva portare fino alle sue logiche conseguenze (cioè la definitiva integrazione economica e politica) sono state enunciate delle regole, i criteri di Maastricht, che in pochissimi hanno veramente rispettato.

Non li ha rispettati l’Italia, che venne ugualmente ammessa a far parte dell’Eurozona contro il parere dei tedeschi in virtù del suo ruolo di fondatore dell’Unione.

Non li hanno rispettati Francia e Germania nel 2003, non li ha rispettati la Grecia, che ha addirittura truccato i bilanci.

La predisposizione di regole assurde da parte di un soggetto politico assai poco legittimato ha creato una situazione per cui ogni soggetto era incentivato ad infrangere quelle stesse regole. Se ci si pensa un attimo, è esattamente quello che succede da decenni in Italia.

Ma come si esce dalla crisi? è possibile tornare a crescere? Ovviamente sì, prima o poi torneremo a crescere. Più poi che prima, molto probabilmente. La soluzione non è esigere a gran voce gli eurobond o la tobin tax: purtroppo non esistono terapie indolori.

Per come la vedo io, l’unica strada da percorrere è l’allentamento del percorso di consolidamento fiscale dei singoli Stati, che per come è strutturato adesso sta trascinando il continente nel baratro della recessione, unito all’approvazione di una serie di riforme strutturali volte a recuperare competitività. Il tutto inserito in un percorso di progressiva integrazione economica e poi politica dei paesi membri dell’Unione.

Un percorso del genere potrebbe iniziare solo l’anno prossimo, con l’inizio della nuova legislatura in Germania, e durerebbe probabilmente non meno di 5-6 anni. Ammesso che le classi dirigenti europee si dimostrino all’altezza, cosa che mi pare quantomeno dubbia, limitandomi a guardare in casa nostra.

Arriviamo infine alla terza crisi, quella specificamente italiana, che era l’oggetto del mio post precedente. Quella italiana è una crisi strutturale dovuta ad un sistema economico nazionale che semplicemente non funziona. Il periodo di poderoso sviluppo economico che il paese ha sperimentato dopo il secondo dopoguerra è oggi preso a modello di riferimento e molti commentatori lo considerano un’opzione politica come un’altra, qualcosa che è a portata di mano e che si potrebbe raggiungere senza difficoltà se solo lo si volesse. Non è così.

L’Italia negli anni ’50 e ’60 è cresciuta per vari motivi: innanzitutto “vantava” dei salari bassissimi, il che garantiva alla sua industria un vantaggio notevole rispetto ai concorrenti stranieri. Questo è importante ricordarlo, la nostra competitività era basata, almeno inizialmente, sull’ampia disponibilità di manodopera a basso prezzo: in sostanza eravamo ciò che ora è per noi il Bangladesh.

Un altro fattore che contribuì alla crescita economica fu la stessa situazione in cui versava il paese dopo le distruzioni dei bombardamenti alleati: è ovvio che un’economia che deve ripartire da zero mostri per tanti anni tassi di crescita da paese in via di sviluppo, noi in quegli anni lo eravamo a tutti gli effetti. Se sei un paese che esce dalla guerra, hai una popolazione molto giovane e ricevi dagli americani un sacco di soldi da “buttare nella fornace”, crescere non è molto difficile, è tutta questione di quanto carburante hai, non è ancora importante la sua qualità e il modo in cui viene bruciato.

Guido Iodice presenta il declino dell’Italia secondo la solita prospettiva molto in voga a sinistra, quella per cui la crisi sarebbe dovuta alla diminuzione del ruolo dello Stato nell’economia:

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Spiace che l’Euro venga considerato un’avventura fallimentare, perché significa che non se ne comprende il valore politico. La forza dell’Euro è stata ed è proprio il regime di cambio fisso in cui mantiene gli stati membri, perché li costringe ad affrontare le proprie contraddizioni, è un impegno irreversibile a lavorare per una reale integrazione continentale. è la leva per far venire a galla i nazionalismi latenti ed affrontarli a viso aperto. è lo strumento che ora ci costringe a fare una scelta netta: proseguire con decisione nella costruzione dell’Unione o scegliere di andare ognuno per conto suo.

Il vero, drammatico problema del Paese è che la spesa pubblica è sempre stata utilizzata in primo luogo come mezzo per mantenere il consenso elettorale o per anestetizzare il conflitto sociale. Tutto il ceto politico democristiano ha costruito la propria fortuna politica su queste dinamiche: siccome l’Italia era e per molti versi è ancora un paese feudale, la classe dirigente aveva davanti a sé due opzioni: intraprendere una lunga battaglia politica “antimedievale” contro l’aristocrazia parassitaria, i monopoli e gli oligopoli che dominavano la grande industria, la burocrazia fascio-monarchica sopravvissuta al cambio di regime politico, oppure rinunciare e preoccuparsi di gestire i flussi elettorali dei ceti popolari.

è stata scelta la seconda opzione, ovviamente. Nella zona x c’è poco lavoro? Nessun problema, basta costruire un’enorme acciaieria, o una bella fabbrica, una vera cattedrale nel deserto che crea sì un po’ di indotto ma distrugge tutte le altre attività economiche della zona. Il lavoro lo dà lo Stato, così può controllare meglio i cittadini.

Questo è un processo che si intensificò col passare degli anni e che mentre prima veniva nascosto dalla continua monetizzazione del debito, a partire dagli anni ’80, dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, venne alla luce attraverso un impetuoso aumento del debito pubblico. Durante gli anni ’80 il paese non è riuscito a riorganizzare il proprio sistema produttivo per poter rispondere alle sfide della globalizzazione: abbiamo un tasso di abbandono scolastico altissimo, pochi laureati, una burocrazia inefficiente (per usare un eufemismo), una giustizia civile lentissima, un sistema di protezione dei lavoratori obsoleto. Siamo, in sostanza, una democrazia fallita: un paese che non riesce a sconfiggere il cancro radicato dell’evasione fiscale, una vera “tassa sugli onesti”. Da questo punto di vista (ma solo da questo, attenzione – noi una base industriale almeno ce l’abbiamo) non c’è grande differenza tra noi e la Grecia. Finché non riusciremo a risolvere questi problemi sarà difficile riprendere il sentiero della crescita, con o senza l’Euro.

Sono un dogmatico liberista, a quanto pare

Ho ricevuto, ormai una settimana fa, la risposta del movimento “Su la testa” ad un post in cui criticavo il loro programma e chiedevo chiarimenti. Ho letto la risposta e, duole ammetterlo, ma i chiarimenti non sono arrivati.

è arrivata invece una saccente predica sul mio presunto “dogmatismo liberista” (LOL):

 Deregolamentazione, scelte politiche dogmaticamente market oriented, sono alla base del disastro in cui ci troviamo. Il fatto che queste posizioni siano ormai da vent’anni regolarmente spacciate nelle facoltà di economia come la panacea ai mali del mondo non significa che non possano essere messe in discussione e – cosa auspicabile – valutate per i loro effetti (costi sociali, prima di tutto) a nostro avviso devastanti. Il bilancio degli ultimi vent’anni di scelte di politica economica neoliberista, cui si ispirano le critiche che ci sono state mosse da Lorenzo, hanno impoverito il Paese, ridotto i diritti e la coesione sociale, fiaccato l’economia.

Da questo brano è evidente come la visione politica di questi signori sia pesantemente limitata dai paraocchi ideologici che continuano a voler indossare. L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali. Tutte le retoriche del complotto, del popolo buono e degli oligarchi cattivi sono tanto affascinanti e comode quanto fuorvianti; faccio peraltro notare che sono state promosse da movimenti che si sono collocati al di fuori dell’alveo democratico e del rispetto dei diritti umani: fascismo, nazismo e comunismo, che nelle loro applicazioni non hanno mai fatto mancare una violenta ed isterica propaganda contro il ricco, le democrazie plutocratiche, il banchiere massone e altri comodi capri espiatori.

Questi signori di “Su la testa” mi accusano di neoliberismo ma non conoscono neanche il significato della parola, che non è, come scrive Alessandro Gilioli su Facebook,

quel sistema secondo il quale il capitalismo meno regole ha meglio è, tranne quelle che servono a privatizzare le perdite e a socializzare i profitti – e che alla fine cerca di convincerti che questo guazzabuglio dovrebbe rendere tutti più ricchi.

La parola ha un significato diverso, fu introdotta da Benedetto Croce (nessuno gli aveva chiesto di farlo, peraltro) e ripresa da Giovanni Sartori, ma già prima dell’invenzione crociana il significato di liberismo era espresso dal termine “liberalismo economico”. Cito da Wikipedia inglese:

Economic liberalism is the ideological belief in organizing the economy on individualist lines, such that the greatest possible number of economic decisions are made by private individuals and not by collective institutions. It includes a spectrum of different economic policies, but it is always based on strong support for a market economy and private property in the means of production. Although economic liberalism can also be supportive of government regulation to a certain degree, it tends to oppose government intervention in the free market when it inhibits free trade and open competition. However, economic liberalism may accept government intervention in order to remove private monopoly, as this is considered to limit the decision power of some individuals (most often the poor). Economic liberalism emphasizes that individuals should make their own choices with their money, so long as it does not infringe on the liberty of others.

Traduco la parte in neretto: “il liberalismo economico può accettare l’intervento del governo per rimuovere monopoli privati, dal momento che questi limitano il potere di decisione degli individui (quasi sempre di quelli più poveri)”.

Oltre al liberale economico c’è poi il liberale sociale, il quale crede sia necessario l’intervento dello Stato in alcuni campi, sostanzialmente l’istruzione, la sanità e il welfare. Per inciso, io sono un liberale sociale.

Quindi è sbagliato, ad esempio, associare il termine “liberismo” a Berlusconi e agli ultimi 20 anni di politica italiana, perché lì di liberista non c’è proprio nulla.

Ora voi vi chiederete il perché di questo pippone etimologico: lo so, non è divertente, ma è necessario. Come al solito ricorrerò al grande Moretti, che ci ricorda che “le parole sono importanti”. Sono importanti perché influiscono sulla chiarezza e sulla solidità dei ragionamenti che facciamo.

Nel caso in questione, se i promotori di “Su la testa” mi accusano di essere liberista e concepiscono il liberismo nell’accezione “gilioliana”, mi stanno evidentemente calunniando, visto che io non voglio un’economia senza regole e non voglio privatizzare i ricavi e socializzare le perdite: questo semmai vogliono farlo loro, visto che hanno intenzione di mantenere i finanziamenti ai giornali. Il finanziamento ai giornali è esattamente questo: la privatizzazione dei ricavi e la socializzazione dei costi. Quindi, stando a Gilioli, sarebbe liberista. Sempre stando allo stesso ragionamento, anche i sussidi alle energie rinnovabili sono un esempio di liberismo, perché “privatizzano i ricavi e socializzano i costi”.

è evidente che non è questa la vera definizione di liberismo. Il liberismo (o liberalismo economico) è la difesa del libero mercato, della competizione e della concorrenza.

Questo per dire che prima di avventurarsi nello scivoloso territorio della politica economica sarebbe bene approfondire le proprie conoscenze in materia.

Al di là della querelle linguistica, in molti hanno notato che le risposte dei promotori sono delle non-risposte, nel senso che non rispondono nel merito ma si limitano a ribadire posizioni di principio. Il post con le risposte lo trovate qui.

Mi si dice innanzitutto che “la credibilità in Europa non si acquisisce tagliando servizi e riducendo i diritti”. Ma io non ho mai detto una cosa del genere, io ho fatto notare che per recuperare credibilità in Europa è necessario risanare il Paese, cioè combattere l’evasione, diminuire la spesa pubblica parassitaria (sussidi alle imprese, piccole e grandi, finanziamenti alla politica e ai grandi gruppi di potere), diminuire le imposte per l’importo corrispondente, introdurre più concorrenza nel settore bancario, in quello assicurativo, abolire le corporazioni che ingessano il Paese (notai, avvocati, farmacisti, giornalisti, commercialisti, etc.), riformare la giustizia civile ed eliminare il dualismo del mercato del lavoro. Loro invece sono convinti che sia sufficiente dichiararsi europeisti e fare un bel sorriso per arrivare in fretta alla federazione.

Ho spiegato loro che la tassazione delle transazioni finanziarie è irrealizzabile e danneggerebbe solo i piccoli risparmiatori, perché i grandi investitori sposterebbero senza alcuna difficoltà i loro capitali in altre piazze finanziarie. L’esito sarebbe beffardo: un gettito misero, la drastica diminuzione del giro d’affari e la perdita di altri posti di lavoro. Loro mi hanno risposto: “paghi chi specula”. Che è un po’ un modo di dire: “fottesega”. Sostengono poi che tutti i governi europei stanno promettendo la tassa: è vero, forse la applicheranno anche, ma lo fanno esclusivamente per ragioni di consenso, per dare un contentino alle proteste popolari. Dicono inoltre che la crisi è il risultato della crescente diseguaglianza sociale, che ha spinto il ceto medio a indebitarsi: una relazione che non è mai stata dimostrata e in cui lo stesso Krugman ha più volte dichiarato di non credere, ma in Italia molti santoni la spacciano come verità rivelata.

Quando chiedo lumi sulla loro proposta di un controllo politico della banca centrale, mi rispondono semplicemente che “le politiche economiche europee devono essere sotto il controllo dei cittadini europei. Si chiama democrazia”. A me sembra populismo, ma pare che la crisi argentina sia una prospettiva che alletta molti, di questi tempi. Affidare la banca centrale al controllo dello Stato significa darla in mano ai politici che la useranno per perseguire i fini politici o peggio elettorali che non sono capaci di perseguire con gli altri strumenti che hanno a disposizione: arriveremmo ad un sistema in cui le dinamiche dell’economia non vengono affrontate perché “tanto possiamo stampare tutta la moneta che vogliamo”. Esattamente come è stato fatto negli USA da Clinton, Bush e Greenspan. Tanto poi una volta che arriva la crisi si dà la colpa ai liberisti, giusto?

Poi arriva la chicca dell’agenzia di rating europea. Un’agenzia di rating pubblica che dovrebbe valutare i titoli del debito pubblico. Non è che magari c’è conflitto d’interessi? Noooo, mi rispondono, “ogni Stato ha le sue agenzie indipendenti. Non si capisce perché lo Stato democratico Europa non possa averne una”. Sì, ma le agenzie indipendenti di cui parlano sono enti che vigilano su qualcos’altro, mentre l’agenzia di rating europea (quindi pubblica) vigilerebbe su una parte di sé. Va via Berlusconi ma la passione per i conflitti d’interesse non viene mai meno, in questo paese.

Il punto successivo è un classico: si vuole sconfiggere il precariato ordinando agli imprenditori di pagare di più i precari. Inutile far notare che, a parità di altre condizioni, aumentare l’imposizione fiscale sui precari elimina il precariato in un modo solo: trasformando i precari in disoccupati, perché gli imprenditori a quelle condizioni non sono più disposti ad assumere. A parità di altre condizioni, ovviamente. E sono proprio le “altre condizioni” che vanno modificate. Ma tassare di più il lavoro precario serve a poco.

Sulle delocalizzazioni la risposta è semplicemente frutto di ignoranza, lo dico senza alcun intento polemico. Mi viene detto che “non si tratta ovviamente di “demonizzare” le delocalizzazioni ma di gestirle, di studiare forme di governance che abbiano come obiettivo il bene comune”. L’ideologia della deregulation assoluta e dogmatica non ha portato nulla di buono nemmeno in questo campo”. In sostanza loro vogliono disincentivare la delocalizzazione delle attività produttive. La teoria economica ci dice invece che dobbiamo concentrarci sui settori in cui abbiamo o possiamo avere un vantaggio comparato (su questo consiglio il bel manuale di Krugman): quindi, ad esempio, non Alcoa e Carbosulcis, ma le nanotecnologie, la bioingegneria ed altri settori all’avanguardia.

Sul piano per il riutilizzo del patrimonio immobiliare non sfruttato arriva il chiarimento, sarebbe patrimonio pubblico e non privato. Finalmente una risposta.

Ma subito dopo si torna al solito tono battagliero e sognatore, si esige l’abbassamento delle commissioni sui pagamenti elettronici. Come credete di ottenere questo risultato per decreto? La risposta: “le unghie alla finanza si tagliano con leggi democratiche di un Parlamento sovrano: dov’è il problema?”. Neanche “Siamo la gente, il potere ci temono” avrebbe saputo fare di meglio.

Faccio notare che il “contrasto d’interessi” non funziona e porto un link. Mi dicono: “ma in Brasile funziona!”, senza citare fonti, paper, ricerche et similia.

La patrimoniale non produrrà gettito perché i capitali scapperanno, rilancio io. Mi rispondono in sostanza che a loro non interessa il gettito ma il principio. Tassare i ricchi anche se non si racimola nulla. A questo punto tanto vale creare una bella tassa su chi non paga le tasse, oppure una tassa sui fascisti. Nessuno pagherà, ma chi se ne frega, è il principio che conta. Vedete un po’ voi se vi sembra una proposta seria.

Sulla Tav c’è una risposta chiara, precisa. Non gli interessa, non la ritengono una priorità per il Paese. Liberi di pensarlo.

Sugli investimenti pubblici sulle rinnovabili sembrano non cogliere la delicatezza del discorso: che succede se si investe nella tecnologia sbagliata? è giusto aumentare ancora il costo della bolletta energetica per finanziare gli incentivi? Non è tutto, vogliono anche fissare una scadenza per la circolazione di veicoli a combustibili fossili: hanno deciso che la mobilità urbana con mezzi privati è obsoleta, e decideranno la data precisa in cui porre fine a questo abominio. Sono invidioso della loro sicurezza, ma mi fa anche un po’ paura.

Infine si parla di cibo a kilometro zero e agricoltura biologica, proponendo di sostenere la loro diffusione (ma non si dice in che modo). I prodotti slow food sono più costosi? Se sì, chi paga la differenza per mantenerli competitivi?

Insomma, l’impressione è che ci sia tanta buona volontà. Ma la buona volontà serve a poco, se viene incanalata in idee incoerenti, inefficaci e contraddittorie. Il mondo è molto più complesso di come se lo immaginano i promotori. Su la testa, osservatelo meglio

Il programma di “Su la testa” – i primi 5 punti

Nei giorni scorsi è nato “Su la testa”, un nuovo movimento che si propone di costituire una forza politica di sinistra capace di andare oltre le contraddizioni di PD e SEL, una sinistra vicina ai militanti che sappia parlare chiaro e guardare al futuro. Ebbene, ho letto il programma e mi sembra che sia un progetto rivolto più che altro al passato, almeno per quanto riguarda la politica economica. L’ho fatto notare ad Alessandro Gilioli, che mi ha chiesto di spiegare perché non sono d’accordo. Trovate qui le 10 proposte del movimento, qui sotto cercherò di analizzarle brevemente tutte. Relativamente ad ogni proposta, commenterò soltanto quelle che mi sembrano rilevanti e con cui NON sono d’accordo.

1 – Vogliamo l’Europa dei cittadini, non della finanza qui

Tralasciando il titolo da “Siamo la gente il potere ci temono”, arriviamo alla prima pecca:

Vogliamo l’abbandono delle politiche dei tagli automatici della spesa pubblica che colpiscono il welfare e quindi la rinegoziazione del fiscal compact: il welfare non è solo un dovere morale, ma produce anche ricchezza e sviluppo.

Vogliamo che l’Italia s’impegni per arrivare agli Stati Uniti d’Europa, con un Parlamento sovrano e un governo europeo che risponda a questo Parlamento.

I promotori sembrano non capire che prima di poter “arrivare agli Stati Uniti d’Europa”, bisogna mettere a posto l’Italia. I paesi del Nord Europa, molto semplicemente, non si fidano di noi. Non si fidano del modo in cui raccogliamo risorse tramite le tasse e del modo in cui le sperperiamo tramite la spesa pubblica. Uno sperpero che non include solo Fiorito, ma anche i sussidi a pioggia alle imprese, i finanziamenti statali alle grandi aziende e molto altro. Se vogliamo gli Stati Uniti d’Europa (io li voglio) dobbiamo prima risanare il Paese.

Vogliamo un sistema fiscale federale europeo, a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie) e vogliamo un bilancio federale europeo: due strumenti per  stabilizzare le economie dei singoli paesi e per ridurre le differenze economiche territoriali.

La tassa sulle transazioni finanziarie è una baggianata populista che farebbe fuggire i grandi capitali e andrebbe a penalizzare solo i piccoli risparmiatori: famiglie a medio reddito, pensionati, lavoratori. Le banche resterebbero intoccate dal provvedimento. Qui si spiega perché. Non si torna a crescere aumentando le tasse, ma sembra che la sinistra continui a non volerlo accettare.

Vogliamo che le decisioni sull’euro e le scelte delle banche centrali siano considerate questioni squisitamente politiche e quindi discutibili come qualsiasi altro argomento.

Frase ambigua. Cosa si vuole dire? Che la banca centrale deve tornare sotto il controllo della politica? Amiamo così tanto le crisi che ne vogliamo causare un’altra, questa volta dall’atmosfera argentina?

Vogliamo la creazione di un’agenzia di rating europea indipendente dal potere politico ed economico-finanziario.

Bella questa! Come fa un’agenzia di rating europea ad essere indipendente? Non può esserlo e non avrebbe credibilità. Se anche si riuscisse a garantirne l’indipendenza (ma dovete spiegarmi come), sarebbe un organismo dotato di enormi poteri controllato da tecnici: ma voi non avete esordito dicendo di essere contrari al “potere gestito dai tecnocrati”?

2 – Basta precariato e sfruttamento, nasce il nuovo welfare qui

Vogliamo l’eliminazione delle attuali forme contrattuali precarie, prevedendole per soli i lavori davvero temporanei, che devono in ogni caso esser pagati di più per riequilibrare la saltuarietà dei compensi.

Veramente, scusate se sono così duro, ma sembrate non avere idea di come funzioni l’economia. Cosa significa “devono in ogni caso essere pagati di più”? Come pretendete di imporre agli imprenditori il prezzo che ritenete opportuno? Con che criteri volete definirlo? A me questo sembra puro fascismo economico. Pericoloso, oltre che inefficace.

Vogliamo che le politiche pubbliche, a partire da quelle fiscali e sul lavoro, disincentivino il più possibile le delocalizzazioni, anche da una parte all’altra del Paese.

Sostanzialmente state promuovendo lo stesso ottuso localismo che la Lega Nord ha portato avanti in questi anni. Delocalizzare è una scelta economica che non va demonizzata. Da noi le delocalizzazioni sono un problema perché il nostro sistema produttivo è rimasto focalizzato su settori in cui ora NON possiamo più competere per evidenti differenze nel costo del lavoro rispetto ad altri paesi.

Vogliamo un piano per il riutilizzo delle centinaia di migliaia di seconde case oggi abbandonate o sottoutilizzate lungo le coste e nelle aree montane con lo sviluppo del turismo sociale e con una particolare attenzione all’infanzia: tutti i bambini hanno diritto alle vacanze.

Questa andrebbe specificata meglio: scritta così mi sa tanto di esproprio generalizzato.

3 – Tassare i ricchi e gli speculatori, tagli alle spese militari qui

Vogliamo il contestuale drastico abbassamento delle commissioni sulle transizioni con sistemi di pagamento elettronici.

E come sperate di ottenerlo? Con la solita, illusoria bacchetta magica, il decreto?

Vogliamo l’introduzione degli scontrini-premio: chi richiede lo scontrino si vedrà rimborsata una parte dell’Iva che lo Stato incassa attraverso quella transazione.

Il cosiddetto “contrasto d’interessi”, già suggerito in passato da Alesina e Giavazzi. Ma non funziona, qui si spiega perché.

Vogliamo spostare il peso fiscale dal lavoro verso i patrimoni, le rendite e i redditi più alti: vogliamo una patrimoniale che non colpisca solo la casa ma tutti i valori, che scatti oltre i 500.000 euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota del 5 per mille, crescente al crescere del patrimonio; vogliamo un aumento delle aliquote per gli scaglioni di reddito oltre i 300 mila euro.

La patrimoniale non serve a nulla ed è destinata ad avere un gettito poco significativo: può infatti colpire solo gli immobili, perché una tassazione straordinaria dei titoli mobiliari provocherebbe soltanto la loro fuga all’estero. Basta guardare gli effetti della tassa sugli yacht approvata dal Governo Monti: l’Esecutivo si attendeva 115 milioni, ne ha incassati 23,5.

4 – Ma quali grandi opere: salviamo territorio ed ambiente qui

Vogliamo lo spostamento delle risorse oggi destinate ad alcune “grandi opere” (come la Tav Torino-Lione) verso i sistemi di trasporto locale su ferro, verso la riqualificazione dei centri urbani e verso la difesa del suolo.

Niente Tav? Quindi siete favorevoli al traffico su gomma che appesta la Val di Susa?

Vogliamo spostare in modo deciso e immediato gli investimenti verso le energie rinnovabili, perché «l’Italia è l’Arabia Saudita del solare e dell’eolico» (Jeremy Rifkin) e sarebbe folle non sfruttare questo infinito giacimento.

Chi paga questi investimenti? I consumatori nella bolletta elettrica? I contribuenti? Come se le tasse non fossero già abbastanza alte! Il solare purtroppo è ancora troppo costoso da produrre rispetto agli idrocarburi. Possiamo decidere di raggiungere la grid parity finanziandoci con la bolletta dei consumatori, certo: basta farglielo sapere.

Vogliamo fissare una scadenza per la commercializzazione di veicoli a combustibili fossili e una successiva scadenza per la fine della loro circolazione.

Non vi state sopravvalutando? Con che criteri decidete quando un’auto a combustibili fossili diventa obsoleta? Chi vi credete di essere?

Vogliamo incentivi all’estensione dell’agricoltura biologica e degli orti urbani, sostegno ai gruppi di acquisto solidale e ai presidi di slow food e a  chilometro zero.

Così i poveri pagheranno il cibo ai ricchi di sinistra che mangiano solo prodotti a marchio Slow Food….e i prodotti importati dal terzo mondo, chi li compra? In questo modo togliamo lavoro al coltivatore africano o sudamericano, attenzione.

5 – Diritti civili, stato laico, nessun privilegio al Vaticano qui

Non ho alcuna nota da fare, sono totalmente d’accordo con tutto ciò che è scritto in questa parte. Mi rincresce che nei punti precedenti manchi lo stesso spirito liberale che è presente qui.

Dato che il post è già lungo abbastanza, affronterò i punti rimanenti in un altro articolo. Iniziamo a discutere questi.

I link della settimana – 8/07/12

Netflix ora attira più utenti di qualsiasi televisione via cavo americana;

Storica sentenza della Corte di Giustizia europea: chi compra legalmente un software è libero di rivenderlo a terzi. Il mercato del software usato viene legalizzato per via giudiziaria e non legislativa (il che conferma la miopia delle attuali classi dirigenti);

Apple vuole entrare nel settore del “wearable computing”;

Gli espedienti di Apple per abbattere la concorrenza: non sul mercato, ma in tribunale;

Il mercato internazionale delle app mobile: un’infografica;

Il programma dei socialisti francesi: duri e puri a prescindere;

Avviare un’impresa nel nostro Paese: ecco perché è impossibile farlo;

Le regole sul licenziamento: in Europa e in Italia;

Come passare da Windows a Linux;

I tre nuovi movimenti per la “libertà” di Internet;

Il tempio sospeso

Subito dopo la diffusione dei risultati delle ultime elezioni greche, su Twitter commentai la situazione in questo modo:

Ma c’è una bella vignetta di Spiros Derveniotis pubblicata su CartoonMovement il 19 luglio che è molto più efficace:

L’abbandono di Sarkozy, lo spread culturale tra Europa ed Italia

Dopo la sconfitta contro Hollande, Nicolas Sarkozy lascia. Non sarà più il leader dell’UMP, non si candiderà alle amministrative né in altre occasioni e non assumerà più ruoli dirigenziali nel partito. Si ritira dalla politica attiva.

Forse, al di là di tutte le analisi della vittoria socialista, per le quali c’è sempre tempo, la differenza vera, lo “spread” culturale che si affianca a quello economico sta tutto qua: Sarkozy  perde le elezioni e si dimette. Perché anche se è un arrogante, anche se ha idee che disprezzo, dimostra un rispetto verso il partito, lo Stato e i cittadini che i nostri politici non riescono nemmeno a concepire.

Forse gli altri sono già europei, è che noi siamo rimasti italiani.

Sul Partito Pirata in Europa e in Italia

La stampa italiana, che si concentra in maniera quasi ossessiva sul gossip politico di casa nostra, ne parla molto poco, ma alcuni paesi europei (in particolare Svezia e Germania) stanno assistendo all’affermazione elettorale del Partito Pirata, nato nel 2006 in Svezia come “braccio politico” di The Pirate Bay, che sta emergendo tra i partiti di “sinistra” per le sue posizioni libertarie sul copyright, sull’informazione e sulla privacy del consumatore.

Ne parla invece GigaOm in un bell’articolo (in inglese), che riassume la storia del movimento, il suo programma politico e le questioni aperte tra i militanti e gli iscritti.

Peccato che questo partito vada forte nei paesi citati sopra, ma sia praticamente inesistente nell’Europa meridionale. In Italia il Partito Pirata, per quel poco che ne so, mi sembra un partitino vetero-comunista, libertario e concorrenzialista soltanto per ciò che concerne il diritto d’autore, non in campo economico, ad esempio. Non so bene a cosa attribuire questa differenza: sicuramente non si tratta soltanto di un divario nella diffusione di Internet e della cultura digitale, che pure esiste ed è rilevante. Più probabilmente credo che ciò che ci manca sia la capacità di organizzarci: laddove in Germania la politica è responsabilizzazione del cittadino, da noi si risolve nella sua irreggimentazione in scatole ideologiche, da cui ci sembra quasi un “peccato” scappare. Tant’è vero che parole come “traditore”, “ingrato”, “venduto” sono molto usate nel dibattito pubblico.

La Croazia entra nell’Unione Europea

Il 22 gennaio, nella sostanziale indifferenza dei media continentali alle prese con la crisi del debito, i cittadini croati hanno approvato tramite referendum l’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea. Favorevoli il 66% dei votanti, una maggioranza schiacciante. Lascia un po’ perplessi la bassa affluenza alle urne, poco più del 43% degli aventi diritto, ma secondo Pierluigi Mennitti, giornalista esperto di Europa orientale, questo non è un problema:

Ma la bassa affluenza non deve trarre in inganno. Sebbene il referendum non abbia raggiunto neppure la metà degli aventi diritto, nei Paesi che parteciparono a vario titolo all’esperienza del blocco socialista ai tempi della guerra fredda la percentuale dei votanti alle varie tornate elettorali resta tradizionalmente molto più bassa che a occidente.

Con questi precedenti, che poco più di 2 milioni di elettori abbiano speso qualche ora di una domenica tiepida e soleggiata per mettere una scheda nell’urna, è in fondo un risultato di qualche rilievo. È stato un assenso pragmatico, forse privo di grande passione ma in sintonia perfetta col clima di incertezza che pervade ogni passo attuale delle politiche europee.

All’ingresso ufficiale, previsto per il 1° luglio 2013, manca soltanto l’appprovazione da parte dei parlamenti degli Stati Membri. L’ingresso della Croazia nell’Unione costituisce un passo importante verso l’integrazione dei Balcani sotto l’ombrello comunitario e un’occasione per chiudere definitivamente con gli orrori della guerra degli anni ’90.

Il paese è stato duramente colpito dalla crisi economica e i movimenti populisti hanno guadagnato consensi, approfittando della situazione. Ciononostante, le elezioni politiche appena svoltesi hanno visto l’affermazione dei socialdemocratici e il responso del referendum sembra fotografare un paese dove le posizioni europeiste e il moderatismo politico risultano ancora dominanti.

L’Europa unita dunque continua ad ingrandirsi, nonostante la crisi. Il sistema ha ormai raggiunto un livello di complessità che non può più essere gestito dalla forma di governance attuale: per proseguire e rafforzare il processo di integrazione è necessario ripensare radicalmente in senso federalista le sue strutture politiche ed amministrative. Se non creiamo degli organismi comunitari che godano di una genuina legittimazione popolare dovremo fronteggiare il rischio che il populismo fratricida prenda il sopravvento.

I supertecnici non esistono: il futuro resta politico

In questi mesi l’opinione pubblica, specialmente quella un po’ radical che legge solo Repubblica, è stata posseduta dalla granitica convinzione che quello del governo tecnico sia il migliore dei mondi possibili e che avremmo finalmente avuto le riforme strutturali di cui il Paese ha disperato bisogno. Invece le riforme vere non si sono viste, né si vedranno: ciò che finora ha fatto questo Governo è quello che ci si poteva aspettare da un buon esecutivo tecnico costretto a confrontarsi con la realtà. Una manovra durissima ma necessaria per evitare il collasso finanziario dello Stato, qualche timida liberalizzazione, un po’ di semplificazioni.

La cronaca politica di questi due mesi ha smentito tutti i fedeli del culto “governista”, secondo cui un governo guidato da un tecnico di polso, libero dagli interessi elettorali contingenti (ma ne siamo sicuri?), avrebbe potuto riformare il Paese in pochi giorni. Nonostante Berlusconi si sia defilato, l’idea suggestiva dell’esecutivo forte che ha sempre diffuso a destra e a manca si è radicata nel dibattito politico. Ma quella di Berlusconi era soltanto una favoletta: l’Italia è una Repubblica parlamentare e sono le Camere a detenere il potere legislativo. Il Governo può legiferare tramite i decreti, è vero, ma su delega o successiva conferma del Parlamento. Ne consegue che tutto ciò che fa Monti deve essere approvato dai parlamentari (gli stessi del 2008). Non bisogna dunque nutrire aspettative eccessive sull’azione del Governo. Un Governo che con tutta probabilità arriverà al 2013, ora che il referendum elettorale è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale. Ancora poco più di un anno. Il tempo di dare la possibilità ai partiti di cercare un nuovo assetto o di ricostruire quello precedente, al governo di recuperare un po’ di reputazione in Europa e a tutti quanti di prepararsi alla campagna elettorale. Nel biennio che è appena iniziato si decidono due destini: quello della politica italiana e quello del processo di integrazione europea.

Un aspetto positivo del governo tecnico è che ha spaccato il centrodestra, causando una crisi dalla quale forse può nascere qualcosa di vagamente somigliante ad una destra europea. Questo a condizione che Casini, Rutelli e Fini non siano così fessi da lasciarsi scappare la ghiotta occasione – ma probabilmente lo sono.

Anche a sinistra è necessario ripartire, cambiare classe dirigente e presentare un programma serio. Credo sia sbagliato sperare in un centrosinistra a guida Monti: per quanto abbia dimostrato, soprattutto sul tema liberalizzazioni, di essere vicino a posizioni molto diffuse nel PD, Mario Monti non potrebbe guidare un fronte progressista moderno, a meno che non si decida preliminarmente di mettere da parte ogni progetto riformista sui diritti civili. Questo non significa che Monti non possa essere il protagonista di un eventuale scenario PD+Terzo Polo: in quel caso però sarebbe improprio parlare di sinistra.

Il destino dell’Unione Europea e del progetto federalista passerà per tre elezioni importanti, quella francese di questa primavera e quelle italiana e tedesca dell’anno prossimo. Fino ad allora probabilmente non verrà presa nessuna decisione particolarmente importante, al di là di una progressiva espansione del “fondo salva-stati” e di patti con validità poco più che formale. A seconda degli equilibri politici che si verranno a determinare in questi tre Stati potremo capire che strada intraprenderà l’Unione.

Tutte le grida strazianti sulla sovranità popolare usurpata, tutti gli articoli di giornale sulla “fine della politica” sono soltanto aria fritta: la fase tecnica è passeggera, la politica tornerà. Stavolta però dovrà dimostrarsi all’altezza.

Quello che Monti pensa di Sarkò e Angela

La foto è tratta da una bella galleria di “facce da Bruxelles”. La trovate sul Post.

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