Category Archives: Istruzione e cultura

Insegnare la politica

è di queste ore la notizia della candidatura di Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, nelle liste del PD. Una candidatura che segue quella di Pietro Grasso di pochi giorni fa. Nessuno dei due è un politico di professione: Grasso è stato tra i membri più conosciuti della magistratura italiana, Mucchetti è un giornalista molto noto.

Non è la prima volta che un partito candida personaggi “esterni”, i cosiddetti esponenti della società civile, un’espressione eufemistica che cerca di spacciare per scelta illuminata e moderna un segnale inequivocabile di decadenza del sistema partitico italiano: la drammatica incapacità di selezionare la classe dirigente del Paese. L’incapacità di selezionarla e formarla all’interno del partito e quindi la necessità di ridursi a pescare nella società civile.

D’altro canto è forse irragionevole aspettarsi che in un mondo complesso, frenetico e multidimensionale un partito politico abbia lo stesso ruolo centrale e pervasivo che aveva un tempo, ed in fin dei conti è meglio così. La politicizzazione di ogni aspetto della vita umana è un tratto distintivo dell’italiano che “si interessa di politica” – per noi la politica è tutto, almeno a parole, ma i risultati sono a dir poco deludenti.

Che fare, dunque? A ben guardare esiste una terza via tra la formazione esclusiva all’interno del partito e il ricorso costante e generalizzato alla società civile: è un sistema di istruzione superiore, appositamente disegnato per educare gli amministratori e i politici dello Stato. In Francia la quasi totalità della classe politica e dei funzionari dello Stato è selezionata tramite un sistema di grandes écoles, istituti di eccellenza che operano in tutti i campi del sapere. Così, se sei un politico francese è molto probabile che tu abbia frequentato SciencesPo o l’Ecole Normale e poi abbia proseguito gli studi all’Ecole Nationale d’Administration.

In Italia abbiamo qualcosa del genere? Sì e no: abbiamo la Normale e il Sant’Anna a Pisa, lo IUSS a Pavia, per citare i più importanti. Ma non mi risulta che questi centri siano specificamente dedicati alla “produzione” di dirigenti, funzionari e politici. Forse è qui che sbagliamo, forse è da qui che dovremmo partire.

Il finanziamento pubblico alla cultura è di destra

è giusto che lo Stato finanzi il settore culturale, direttamente con appositi stanziamenti o indirettamente con agevolazioni fiscali di vario tipo?

Ogni volta che spuntano proposte di tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, registi, attori, artisti ed intellettuali annunciano agitazioni, scioperi e manifestazioni per difendere “il diritto alla cultura”: ma veramente i tagli mettono in pericolo questo diritto? Chi vieta loro di continuare a fare cultura senza prendere soldi dallo Stato?

I piccoli imprenditori che producono macchinari, arredi per la casa, lavandini e bidet non hanno a disposizione un fondo unico a loro dedicato: perché allora chi opera nell’industria culturale  pretende che lo Stato sussidi la loro attività?

La sensazione è che questi signori siano convinti della superiorità morale del loro lavoro rispetto ad altre occupazioni. Questa è la prima ragione per cui finanziare teatro, cinema e arte con i soldi pubblici è di destra; si fa passare l’idea che alcuni mestieri siano migliori di altri, che siano dedicati al perseguimento di una “missione” superiore: in particolare, si afferma la superiorità del lavoro intellettuale su quello manuale, dell’attore teatrale sull’idraulico, del regista sul panettiere.

A me hanno insegnato una cosa diversa, mi hanno insegnato che lo Stato non deve discriminare una persona sulla base del lavoro che svolge. Ognuno contribuisce al benessere della società attraverso lo svolgimento di una certa attività, a seconda del suo talento, delle sue capacità e di mille altre variabili. Il valore di ogni attività economica è ricavabile dal prezzo di vendita dei suoi frutti. Se i lavoratori della cultura sono così convinti dell’importanza di quel che fanno, perché non rinunciano ai finanziamenti e non alzano i prezzi?

Qui arriviamo al secondo motivo, che è squisitamente economico. Qual è l’effetto redistributivo del finanziamento pubblico all’industria culturale?

Il ragionamento è molto semplice: i finanziamenti pubblici coprono parte dei costi delle imprese che li ricevono e permettono quindi di praticare prezzi più bassi. Chi gode di questi prezzi bassi? Gli utenti. E chi sono gli utenti dei prodotti culturali?

Solo chi è ricco o benestante può permettersi di andare spesso a teatro, al cinema o alle mostre d’arte. Da dove arrivano i soldi per la cultura? Arrivano dalla fiscalità generale, che attualmente ha di fatto una struttura regressiva, se consideriamo che i redditi da capitale non rientrano nel computo dell’IRPEF. Quindi, a dispetto di tutte le belle parole, oggi il finanziamento pubblico alla cultura sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Questo perché, che vi piaccia o no, i poveri a teatro non ci vanno, hanno altro a cui pensare. Vogliamo che anche i più indigenti abbiano accesso alla cultura? Bene, allora possiamo sussidiare il loro consumo introducendo ad esempio una detrazione o una deduzione parziale o totale del costo degli spettacoli dal reddito, oppure praticando degli sconti direttamente alla cassa, sempre tarati sul reddito. Ci sono tanti modi per rendere i prodotti culturali accessibili a tutti, quello attualmente in vigore non solo non funziona, ma ha un effetto redistributivo veramente odioso.

Se volete un sistema regressivo, un sistema cioè in cui il ricco versa allo Stato in proporzione meno del povero e riceve in proporzione di più, siete liberissimi di dirlo, ma non venite a dirmi che è una cosa di sinistra: è solo un modo per foraggiare gli artisti e far risparmiare i ricchi a spese del contribuente.

Precisazione: in seguito alle osservazioni di alcuni lettori, vorrei far presente che in questo post per “finanziamenti pubblici alla cultura” intendo sostanzialmente quelli a teatro e cinema, quelli contenuti nel FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), non mi riferisco alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, settore che invece soffre di un cronico sottofinanziamento e di una pessima gestione delle poche risorse a disposizione.

La biblioteca del futuro

Sbagliava di grosso il cialtrone che pochi anni fa dichiarava sprezzante che “con la cultura non si mangia”, che i libri non servono a niente: certo, dipende da quali libri si leggono e da come li si studia; ma la qualità del capitale umano è un asset indispensabile per chiunque voglia competere nell’economia globale.

Il sistema bibliotecario pubblico è stato un grande strumento di liberazione delle masse: liberazione culturale prima che economica. Grazie all’esistenza di un sistema bibliotecario pubblico i ceti meno abbienti hanno potuto attingere ad un patrimonio culturale altrimenti irraggiungibile.

Oggi, tuttavia, la biblioteca come istituzione è in crisi profonda: intendiamoci, non è il pubblico che manca, anzi. La crisi è di natura diversa, ed è dovuta in particolare allo scarto tra lo scopo istituzionale perseguito e le esigenze degli utenti.

L’obbiettivo della biblioteca è offrire gratuitamente prodotti culturali (libri, film, musica….); ma è questo ciò che vuole il consumatore? Dipende.

Le biblioteche pubbliche sono frequentate da persone di tutte le estrazioni sociali: dalla ragazza della “Milano bene” che studia filosofia o giurisprudenza nella Braidense al clochard e all’immigrato che utilizzano Internet e ascoltano musica nella biblioteca del Parco Sempione. Per come il sistema bibliotecario è attualmente disegnato, la categoria più svantaggiata è quella dello studente – per inciso, si tratta della categoria di gran lunga maggioritaria in tutte le biblioteche.

è svantaggiata perché lo studente non ha bisogno di prendere in prestito i libri: se è ricco li compra, se è povero o non vuole spendere li fotocopia o li scarica da Internet. Che questo sia legale o meno non ci deve interessare, dobbiamo solo tener presente che nessuno studente ha difficoltà ad accedere ai libri.

Di cosa ha bisogno, quindi? Di spazio. Lo studente oggi cerca uno spazio per poter studiare in tranquillità, un riparo dalla giungla di rumori e distrazioni che lo circonda. La biblioteca offre molti, moltissimi libri, ma pochi, pochissimi posti a sedere e un orario di apertura ridicolo, che termina, se va bene, alle 19,30.

L’offerta dovrebbe focalizzarsi sull’attività, non sull’oggetto di quell’attività. Il fallimento del sistema attuale va ricercato nell’impostazione dirigistica che lo caratterizza: “noi scegliamo i libri tra i quali puoi scegliere”. Dinamiche di questo tipo non sono più efficaci, ammesso che lo siano mai state. La dinamica vincente, ora, è quella della responsabilità personale: “sei tu a scegliere, noi ti diamo gli strumenti per portare fino in fondo la tua scelta”.

Questo, concretamente, significa mettere a disposizione spazi comunali o di altri enti pubblici, da impiegare in maniera pressoché esclusiva come sale di lettura, aperte dalle 8,30 alle 23,30. Proviamo ad immaginare come uno scenario del genere potrebbe cambiare il nostro modo di vivere la città: certo, gli studenti che a casa non possono studiare avrebbero la possibilità di stare in biblioteca tutto il giorno. Ma è solo la punta dell’iceberg; pensiamo ad esempio agli effetti sulla sicurezza e sull’ordine pubblico: tenere aperte le biblioteche fino quasi a mezzanotte significa mantenere attivo un centro di aggregazione anche nelle ore serali, sottrarre quella zona alla desolazione che colpisce alcune parti di Milano dopo le 20,00. Un quartiere affollato è un quartiere più sicuro.

Il costo economico di tutto questo? Non credo sia alto: si può rinegoziare il contratto dei bibliotecari estendendone l’orario e riducendo il carico di lavoro. Nel caso in cui la rinegoziazione fosse impossibile, si potrebbe assumere qualche studente con un contratto a tempo determinato per coprire le ore aggiuntive rispetto a quelle attuali: si darebbe un lavoro ad alcuni e si offrirebbe un servizio a molti.

Mi chiedo, a questo punto: la Giunta Pisapia ci ha già pensato? Quella che ho indicato è una strada praticabile?

Il programma di “Su la testa” – gli ultimi 5 punti

Continua da qui. Come nel post precedente, parlerò solo delle proposte con cui NON sono d’accordo.

6 – Cambiamo il volto alla politica qui

Vogliamo che nessuno possa svolgere l’incarico di parlamentare a tutti i livelli territoriali per non più di due mandati (dieci anni).

Non capisco se intendete un massimo di 10 anni all’interno di un singolo livello (es. Parlamento) oppure 10 anni di carriera politica a qualsiasi livello. In entrambi i casi sono contrario. Fino a qualche mese fa ero favorevole all’introduzione di limiti stringenti sui mandati; poi alcuni, tra i quali ad esempio Dan Marinos, mi hanno fatto notare che il problema non è tanto la durata della carriera politica – quella è lunga in tutti i paesi democratici – ma l’attaccamento dei politici italiani ai ruoli di primo piano dei rispettivi partiti e nei governi che formano. Il problema di D’Alema non è la sua più che ventennale esperienza parlamentare, è la sua ostinazione a voler assumere ruoli di governo nel tentativo di apparire a tutti lo statista che non è e non è mai stato. Quindi semmai, più che mettere un limite ai mandati parlamentari, lo metterei agli incarichi governativi.

Vogliamo la riduzione di almeno un terzo del numero dei parlamentari, portandoli a circa 600 in tutto. Al contempo vogliamo che il ruolo centrale del parlamento sia riaffermato, limitando la possibilità di ricorrere alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia.

D’accordissimo sulla riaffermazione del ruolo del Parlamento: proprio per questo sono contrario alla riduzione del numero dei parlamentari, perlomeno al modo in cui volete attuarla. Il vero problema che mina l’autorevolezza del Parlamento è il sistema della doppia navetta, perché aumenta i costi di coordinamento delle due camere e allunga in maniera intollerabile il processo deliberativo. La contro-proposta che faccio, di cui ho già parlato in passato, è eliminare il Senato o trasformarlo in una camera ad esclusiva competenza regionale. In questo modo la Camera può deliberare rapidamente e con piena legittimazione popolare, senza venire stuprata dalla decretazione d’urgenza del Governo e senza infognarsi in un iter infinito di approvazioni e riapprovazioni della stessa legge.

Su tutto il resto non ho obiezioni rilevanti da fare.

7 – Informazione libera, conflitto d’interessi, diritto a Internet qui

Vogliamo una riforma severa dell’attuale legge sul finanziamento pubblico ai giornali, soprattutto per quanto riguarda le assurde norme che regalano centinaia di migliaia di euro alle testate o ai siti di partito, senza incentivare invece le attività editoriali culturali e di ricerca.

Troppo poco, io lo abolirei del tutto. Un giornale finanziato dallo Stato è un giornale influenzato dallo Stato. La stampa deve rimanere il più possibile libera da ogni condizionamento.

Vogliamo un servizio pubblico svolto nell’interesse dei cittadini e non dei partiti. Vogliamo quindi che il management della concessionaria pubblica del servizio radiotelevisivo  sia nominato per la metà dei membri del CdA dal Parlamento sulla base di un procedimento trasparente, limitatamente a candidati i  cui curricula corrispondano a criteri certi predeterminati e non modificabili per quanto riguarda  i titoli di studio, le esperienze manageriali e le competenze mediatiche, e comunque con un atto impugnabile dinanzi al giudice amministrativo nel caso i curricula non corrispondano ai criteri stabiliti; per il restante 50 per cento dai cittadini-abbonati attraverso libera elezione (anche telematica, su piattaforma sicura)

D’accordo con lo spirito della proposta, non con il metodo. Lasciare che metà del CDA continui ad essere nominato dal Parlamento permette ai partiti di continuare a controllare l’informazione. L’elezione da parte dei cittadini mi sembra pericolosa: l’informazione non deve rispondere né alla politica né agli elettori, ma alla verità. Contro-proposta: elezione di tutto il CDA da parte dei dipendenti RAI.

Vogliamo una forte flessibilizzazione del diritto d’autore finalizzata a consentire la massima diffusione della conoscenza e del sapere.

Bene ma non è sufficiente. Bisogna anche ridurre la pervasività e la durata del sistema brevettuale. Propongo: durata del diritto d’autore abbassata a 20 anni dalla data di pubblicazione dell’opera (e mi sembra già tanto), protezione del fair use. Il diritto della proprietà industriale in Italia comprende brevetti, modelli di utilità, disegni e modelli. Propongo di eliminare modelli di utilità e disegni e modelli e di differenziare la durata dei brevetti a seconda del settore: ad esempio 2 anni per il settore informatico, 5 per quello farmaceutico, in ogni caso non più di 10 anni rispetto ai 20 attuali. I brevetti e il copyright istituiscono un monopolio legale e limitano la concorrenza e l’innovazione, con danni rilevanti per i consumatori.

Il resto lo sottoscrivo volentieri.

8 – Una giustizia davvero uguale per tutti qui

Vogliamo che per regola  il processo civile si svolga per via telematica e che, solo ove necessario, le parti e il giudice possano chiedere un’udienza nella quale discutere fisicamente la causa.

Mi sembra francamente impraticabile, ma non sono un esperto di diritto processuale, è solo un’impressione.

Completamente d’accordo su tutto il resto.

9 – Scuola, Università e Ricerca pubbliche, laiche e libere qui

Vogliamo che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche sia sostituito da un insegnamento di storia comparata delle religioni affidato a docenti laici.

Contrario, l’insegnamento della religione cattolica va abolito e basta, senza essere sostituito da una materia che non può che risultare discriminatoria. Quante religioni dovremmo includere? Le prime 10? le prime 20? Chi decide cosa è una religione e cosa non lo è? La materia dovrebbe parlare anche di Scientology? O del Pastafarianesimo? Se dite di no, allora significa che state discriminando le religioni meno praticate. Se dite di sì, volete creare un insegnamento in cui potenzialmente ogni credo religioso dovrebbe essere studiato. Volete un consiglio? Lasciate perdere, la religione è un aspetto personale e tale deve rimanere. è sufficiente eliminare l’insegnamento della religione cattolica.

Condivido invece tutte le altre proposte.

10 – Una sanità aperta, universale e umana qui

Non ho obiezioni, anzi, una proposta mi pare fin troppo timida:

Vogliamo che lo Stato renda praticabile la scelta dell’interruzione di gravidanza in ogni ospedale pubblico e, in caso di insufficienza di medici per obiezione di coscienza, sia tenuto ad assumere altri medici, se necessario anche da Paesi esteri.

Io renderei illegale l’obiezione di coscienza per i medici che esercitano in strutture pubbliche: se sei un medico anti-abortista puoi benissimo andare a lavorare in un ospedale privato. Se lavori nel pubblico rispetti la legge e i diritti dei pazienti.

Quotidiani disagi di chi frequenta la Braidense

La Biblioteca Nazionale Braidense è una delle più belle di Milano. è anche uno degli edifici pubblici con gli impiegati più arroganti, scansafatiche e menefreghisti che ci siano in circolazione.

Quando, pochi giorni fa, Milano è stata messa in ginocchio dall’ennesimo sciopero ATM, gli impiegati ne hanno approfittato per chiudere la biblioteca con un’ora di anticipo rispetto all’orario di chiusura, giustificando la cosa con “è per permettere a tutti di tornare a casa”. Come se l’orario di chiusura normale fosse nel cuore della notte: le 6 e un quarto. Vedete voi.

Ieri, la perla: usciamo mezz’ora prima perché c’è una “visita guidata non programmata”. Visita guidata non programmata, proprio così ha detto. Ora, già il fatto che in una biblioteca si facciano le visite guidate è indice del marciume che alberga nella mente degli amministratori. Ma è l’espressione “non programmata” che mi lascia esterrefatto: se la visita non è programmata, a maggior ragione è folle interrompere il servizio, non vi pare?

Anche quando il personale decide che, suvvia, si può anche rispettare l’orario, riesce comunque a fregare alla collettività quel quarto d’ora. Alle 6 meno qualcosa arriva sempre il tizio di turno che inizia a chiudere le persiane della sala – mentre tu sei dentro e stai leggendo! Come a dire: “muoviti, sloggia, ché mi fai perdere tempo!”.

Ora, magari voi state pensando che sono un rompicoglioni che non ha nulla da fare (il che è anche vero), ma mi sembra che questi comportamenti siano indice di un’abitudine molto diffusa: quella a considerare il pubblico ufficio non un servizio alla collettività, ma un posto di lavoro tranquillo e riposante.

Ma, certo, se dici cose del genere sei un “turboliberista”.

Neofascismo culturale: il no degli accademici all’inglese in università

Ieri sul Corriere Claudio Magris si è scagliato, come molti hanno fatto in queste settimane, contro l’eventualità di introdurre l’inglese come lingua di insegnamento nelle università italiane: proposta avanzata recentemente dal rettore del Politecnico di Torino e che ha scatenato un vespaio di polemiche.
Gli argomenti del Magris sono gli stessi che altri hanno esposto: l’impoverimento della didattica che ne risulterebbe, l’esigenza di non darla vinta ai “padroni” (sì, avete letto bene) ed altre amenità simili.
Ogni volta che leggo pezzi del genere ho quasi l’impressione che l’autore stia scherzando, o che stia scrivendo tanto per scrivere. Nonostante l’articolo si riduca al lamento di un radical-chic, stupisce il fatto che riceva regolarmente spazio su grandi quotidiani.

Veramente la didattica in inglese sarebbe la fine della nostra identità? Questi discorsi sono meritevoli dell’attenzione di cui godono? Alcune precisazioni possono aiutarci parlare con un filo di consapevolezza in più.

- la qualità della didattica dipende in primo luogo dalla qualità del professore, e non dalla lingua usata. Ovviamente la lingua bisogna conoscerla, altrimenti non si può usarla per insegnare. Ed è questo uno dei motivi per cui molti professori del PoliTo si sono opposti alla proposta del rettore: loro evidentemente l’inglese non lo sanno (non credo sia il caso di Magris, eminente germanista).
D’altro canto, se la qualità dell’inglese di molti professori è pessima, non si può dire che quella del loro italiano sia eccellente. Chi non si è trovato di fronte almeno una volta ad un docente universitario che sfoggiava il famoso italiano “correggiuto”?

- ma possiamo e dobbiamo chiederci per quale motivo la didattica nelle lauree specialistiche dovrebbe essere in inglese. Chi ce lo impone? Nessuno, in effetti. Ma se vogliamo un’università che possa competere a livello internazionale, se vogliamo attrarre i talenti esteri, predisporre piani di studio in inglese è una condicio sine qua non. In altre parole, non è sufficiente ma è necessaria. Lo hanno fatto da tempo altri paesi europei, ad esempio l’Olanda.

- l’argomento della lotta contro l’imperialismo culturale è una tirata moralistica imbarazzante, inconsistente da un punto di vista logico e dal sapore vagamente fascistoide. Da dove viene tutta la tradizione polemica verso la perfida Albione? Da dove viene tutto il populismo contro quelle che una volta venivano additate come “plutocrazie occidentali”? Viene dalla propaganda fascista e da quella comunista. Magris si dà al terrorismo psicologico immaginando, tra qualche anno, corsi universitari in cinese. Cazzate. Nel caso la cosa vi turbi, meglio rassicurarvi: il cinese non diventerà mai una lingua internazionale. La lingua dominante è quella usata nel commercio, e il cinese è troppo difficile da imparare e poco pratico da usare.
La legge di cui sopra è sempre stata valida e sempre lo sarà: ai tempi dell’impero romano la lingua franca era il latino, nel Rinascimento era l’italiano, dopo toccò al francese e da svariati decenni è il turno dell’inglese. Non è questione di padroni e servi, è uno degli effetti collaterali della storia.
E la storia se ne frega di quel che dice Magris.

Il programma di storia del liceo, specchio della società

Nessuno dei ragazzi che conosco, quando ero al liceo, ha terminato il programma di storia, che in linea teorica finiva con il crollo del Muro di Berlino, nel 1989. Trovare qualcuno che abbia studiato a scuola l’argomento è un’impresa praticamente impossibile. Quasi tutti non vanno oltre la Seconda Guerra Mondiale: la mia sezione era particolarmente avanti ed è arrivata al Governo Tambroni (1960).

Ha senso un programma che insiste nel fare pelo e contropelo alla Destra e alla Sinistra storiche ma ignora totalmente l’analisi dei processi politici, economici e sociali dell’Italia contemporanea, diciamo dal 1950 ad oggi? Domanda retorica, è chiaro, non ha senso. Ma allora perché nessuna riforma l’ha mai modificato?

Avanzo due risposte che possono a mio avviso essere considerate complementari:

1) Si pensava che bisognasse privilegiare lo studio della Storia risorgimentale perché il regime mussoliniano la considerava una base culturale molto solida su cui intraprendere l’opera di “educazione” al fascismo. Dopo la riforma Gentile l’impianto ideologico del nostro sistema scolastico non è mai stato modificato in maniera radicale, e ancora oggi probabilmente molti vecchi tromboni pensano che la conoscenza dell’Italia risorgimentale sia indispensabile per la formazione di un buon cittadino. Perché sono gli anni dell’Unità nazionale, dei grandi ideali (?!) e dei veri statisti (?!?).

2) Molto più pragmaticamente, la classe politica non vuole essere studiata. Questo è il punto fondamentale: tutti i politici di tutti gli schieramenti o occupano il loro scranno da quando esiste la Repubblica (Andreotti, Cossiga, Napolitano, Scalfaro) o sono attivi da 20 anni con risultati disastrosi (Berlusconi, Fassino, Amato, D’Alema, etc). In sostanza sono i “residui” politici della Prima Repubblica: inserirla nel programma renderebbe i cittadini più informati e consapevoli e questi cittadini potrebbero presto decidere di sostituire la classe dirigente che li governa con tanta inettitudine.

Lo studio della storia nella scuola italiana è lo specchio di una società il cui dibattito politico è basato sull’ignoranza dei fatti, sulle frasi ad effetto, su un confronto tra programmi alla luce delle emozioni e non delle risorse disponibili, sul predominio delle idee sulla realtà. Una società in cui i cittadini possono scegliere la classe dirigente, ma questa fa in modo che la scelta sia sempre la stessa.

Le settimane di stocazzo

Le settimane di stocazzo sono diffusissime in Italia, non so nel resto del mondo. Ogni grande città ne ha almeno due o tre: la settimana della Moda, quella della Cultura, quella del Taglia  & Cucito, quella dei Libri, quella dell’Elettronica, et cetera.

Questo proliferare di iniziative temporanee e iperpubblicizzate mi sembra il segnale dello stato patologico della vita culturale nel nostro Paese. Mi spiego meglio. Da oggi fino al 25 aprile in tutta Italia sarà la Settimana della Cultura: musei ad accesso gratuito, promozioni, iniziative varie, e così via. Bene. Questo pomeriggio, subito dopo pranzo, mi sono infilato nella centralissima Biblioteca Nazionale Braidense col proposito di studiare per un esame. Lascio la mia roba nell’armadietto, percorro l’imponente scalinata che conduce all’ingresso, vado dal bibliotecario per compilare il foglietto. Salvo scoprire, pochi secondi dopo, che la biblioteca è chiusa perché nella sala è in corso un’iniziativa della Settimana della Cultura: trattasi per la precisione di una pubblica lettura di nonsocosa.

Ora, già a Milano ci sono poche biblioteche in rapporto alla decine di migliaia di studenti (considerando solo gli universitari) che ci vivono; già queste biblioteche hanno orari che a momenti neanche l’ufficio postale di un anonimo comune del foggiano: è opportuno privare gli studenti del servizio per ospitare una cazzo di lettura??

Come al solito ciò che importa è la facciata: facciamo qualche bella iniziativa fighetta, divertente, poi però le biblioteche sono sempre strapiene e chiudono alle 7 (se vi va bene!), gli over 65 e i militari hanno il cinema scontato e noi no, soltanto negli ultimi anni sono aumentate le convenzioni teatrali, grazie all’impegno delle Università. Ecco, magari è meglio avere le biblioteche aperte fino alle 11 piuttosto che i reading della poetessa Distaminkia o gli happening col sociologo Kedupall, non credete?

L’Enciclopedia Britannica passa definitivamente all’online

Se ne parla su Techcrunch: l’enciclopedia più famosa del mondo, il simbolo dell’Illuminismo, testimone della continua espansione del sapere umano, non verrà più stampata. Continuerà ovviamente ad essere aggiornata ed integrata, ma verrà distribuita esclusivamente online: il set di 32 libri a poco meno di 1400 $ era ormai un prodotto palesemente fuori mercato. L’edizione 2010 ha venduto soltanto 8000 copie, briciole rispetto alle 120.000 del 1990.

Anche questo è un segno dei tempi. Segno che i giornali non sembrano voler cogliere, soprattutto nel nostro paese.

Martone ha sbagliato, ma sbaglia anche chi fa finta di niente

Sono diversi giorni che una certa stampa nazionale commenta sarcastica gli agganci di Michel Martone e la sua anomala carriera accademica. I giudizi della Commissione che l’ha nominato docente, sviscerati dal Fatto Quotidiano. I suoi rapporti con Dell’Utri, analizzati dall’Espresso. Va bene, possiamo anche essere d’accordo.

Ciò che però dà fastidio è che l’attenzione dei giornalisti non si sia concentrata sul significato dell’ormai celebre frase di Martone sui laureati ultraventottenni.

Martone non si riferiva certo agli studenti lavoratori, né a chi ha avuto problemi di salute o ha  vissuto situazioni familiari difficili. Questo lo sappiamo bene, e sarebbe ora di riconoscerlo. Martone si riferiva a tutti quei giovani italiani che si laureano in ritardo perché non vogliono (ma potrebbero) laurearsi in tempo. La bassa percentuale di laureati nel nostro paese non è l’unico record negativo: un altro è la loro età elevata. E non è un problema morale. Il problema è squisitamente economico, perché, a parità di competenze, soprattutto in un mercato del lavoro fortemente competitivo come quello attuale, chi si laurea in ritardo ha più difficoltà a trovare un impiego di chi ha rispettato i tempi.

Chiariamoci, questo è solo una parte del problema. Molto dipende da fattori, come le leggi sul lavoro e la competitività delle nostre imprese, che non dipendono dalle scelte degli studenti. Tuttavia contribuire a conservare l’alone di romanticismo che circonda lo studente fuori corso non fa che acuire il problema e rimandarne la soluzione.

Le eccezioni non contano. Laurearsi in tempo è bello, andare fuori corso no. Anche se lo dice Martone.

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