Category Archives: Scienza e tecnologia

The rise of electric car charging

Infographic by PluginCars.com, PlugShare and Recargo.

I link della settimana – 16/07/2012

Perché la tecnologia non sta cambiando la politica? 

Ars Technica recensisce Nexus 7, il nuovo tablet di Google

La nuova, assurda legge giapponese sul copyright

I contrasti inesistenti del PD e il populismo di Bersani. Da leggere entrambi.

 

Samsung presenta il Galaxy S III: una vera bomba

L’ultimo modello della casa sudcoreana è stato presentato oggi nel Regno Unito. Qui trovate le foto e le caratteristiche tecniche: alcune veramente ottime, come un 1 GB di RAM, un processore quad-core da 1.4 GHz, almeno 16 GB di hard disk.

La guerra è appena cominciata, Apple è avvisata.

Il nuovo iPad fa il record di vendite

Alla faccia di tutti coloro che pronosticavano difficoltà per l’azienda in seguito alla morte di Steve Jobs, ieri Apple ha reso pubblici i dati sulle vendite dei primi tre giorni successivi al lancio del Nuovo iPad:

the numbers are big. Very big. Three million iPads sold in the first three days big.

Il cambio del nome del prodotto non ha influito, pare: del resto pensarlo era ingiustificato. Il marchio Apple, complice la sua immediata associazione alla figura iconica di Jobs, è forte come mai prima d’ora e lo rimarrà ancora a lungo.

Working Capital è cambiato, vuole diventare grande

Venerdì scorso, nella cornice capitolina del World Wide Rome, è stata presentata la fase 2 di Working Capital, il più grande progetto italiano a sostegno dell’innovazione tecnologica e delle nuove imprese. Il venture capital e le facilitazioni a disposizione delle startup sono un punto debole del nostro Paese. Sembra esserci poco interesse a garantire un ambiente adeguato al pieno dispiegamento delle potenzialità di un’impresa, figuriamoci se poi l’impresa è appena nata e gestita da un ventenne. Eppure è da qui che dobbiamo partire, se vogliamo uscire dalla crisi e costruire un futuro di crescita e sviluppo per tutti. Sembra che Working Capital questa cosa ce l’abbia ben presente: in questi giorni io, Marco e tutti coloro che scrivono sul blog stiamo cercando di raccontare un’Italia diversa da quella che occupa le prime pagine dei giornali. Un’Italia piena di idee, di voglia di fare, che magari sbaglia e anche di grosso, ma che non ha paura di tentare.

Tutte belle parole, direte voi, ma la forza di volontà non basta: servono i soldi. è vero, e qui arriva la buona notizia: arriva Working Capital Accelerator. Ora l’obbiettivo non è più soltanto far nascere nuove imprese, ma anche aiutarle ad ingrandirsi e a diventare economicamente indipendenti: con 2.5 milioni di euro all’anno per tre anni e una rete di competenze a disposizione del giovane imprenditore. Si può fare di meglio, certamente. Forse dovremmo avere un atteggiamento un po’ più aggressivo, soprattutto sulle grandi questioni che incidono negativamente sulle performance del settore: il digital divide, la mancanza di un’agenda digitale, la difficoltà di accesso al credito, la riforma della pubblica amministrazione e l’adeguamento delle normative sulla proprietà intellettuale, ormai anacronistiche. Sono convinto che di tutto questo dovremmo parlare di più e dovremmo farlo a volume più alto, soprattutto in una fase “tecnica” che offre molte opportunità. La nostra voce è destinata a rimanere ininfluente se non verrà accolta e rilanciata dalla società civile, ma quello che si sta facendo mi sembra un buon punto di partenza.

Storia dell’industrialismo italiano- Parte terza: L’esperienza olivettiana

Nato ad Ivrea il 13 agosto 1868 da una famiglia della borghesia ebraica, Camillo Olivetti si forma sotto la guida di Galileo Ferraris, ma abbandona quasi subito la carriera accademica per dedicarsi all’imprenditoria. Intuisce presto il grande potenziale delle macchine da ufficio, che ai tempi erano marchingegni ingombranti di grande precisione, e inizia a produrle fondando l’azienda omonima nel 1908.

Adriano Olivetti, figlio di Camillo, si laurea nel 1925 in ingegneria chimica al Politecnico di Torino; viene impiegato per qualche tempo nella fabbrica di famiglia per volere del padre, poi si reca in America, nel Connecticut, a visitare la fabbrica della Underwood, ai tempi l’azienda leader nel settore delle macchine da scrivere.

Agli inizi degli anni ’30 Adriano prende le redini dell’impresa ad una condizione posta dal padre: la necessaria riorganizzazione della produzione non può passare per il licenziamento dei lavoratori. L’attenzione al benessere non solo materiale dei dipendenti sarà una costante della politica aziendale olivettiana. Sono anni complessi, in cui tutti i grandi imprenditori devono fare i conti con il regime fascista, ai massimi del suo consenso. I rapporti tra Adriano e le autorità si deteriorano rapidamente fino ad arrivare al suo arresto a Roma nel 1943.

Dopo la fine della guerra Adriano Olivetti nutre per qualche tempo un interesse particolare per la politica: scrive “L’ordine politico delle Comunità”, in cui postula un sistema federalista e radicato nella società. Si iscrive al PSI e collabora al suo Centro Studi. Presto però rimane deluso dal tono distaccato del dibattito politico corrente. Torna alla guida della Olivetti e si dedica a realizzare quello che è sempre stato il sogno di famiglia: la diffusione del modello fordista nell’industria italiana e la mass production.

Olivetti punta con decisione su un settore ancora poco sviluppato: l’obbiettivo è costruire e produrre su scala mondiale macchine da scrivere portatili, economiche e di qualità. Uno dei prodotti più dirompenti è la Lettera 22, lanciata sul mercato nel 1955. La sinergia tra approccio ingegneristico e valorizzazione del design è finalizzata ad affermare il marchio Olivetti nel mondo come esempio di made in Italy. L’ampliamento dell’offerta aziendale passa anche attraverso la creazione di altri modelli, come la Divisumma o la Lexicon. Alla Olivetti si verifica l’applicazione più consapevole e critica del taylorismo nella storia del nostro Paese.

A Pozzuoli Adriano installa la prima fabbrica di montaggio nel Sud Italia, perché vuole perseguire un progetto di industrializzazione omogeneo ed equilibrato. La durezza e la monotonia del sistema tayloristico è compensata, nell’azienda, da una paga sensibilmente più alta rispetto ai concorrenti e dalla disponibilità di un sistema di welfare aziendale tra i più avanzati in circolazione. La comunità olivettiana è integrata, il conferimento della propria forza-lavoro è, per il lavoratore, soltanto una componente della vita aziendale. Il lavoro viene visto come un mezzo attraverso cui il cittadino realizza se stesso. Le colonie estive, l’assistenza pensionistica e sanitaria altro non sono che l’applicazione dei principi socialisti che hanno sempre ispirato l’azione dei due Olivetti.

Nel 1955 avviene la vera svolta: per dare il via al suo progetto di radicale riorganizzazione delle relazioni industriali vuole istituzionalizzare il consiglio di gestione. Olivetti crea un sindacato espressione della visione aziendale, “Comunità di fabbrica”. Il responsabile del personale, l’economista Franco Momigliano, si dichiara contrario perché ritiene che un sindacato di questo tipo costituisca un espressione paternalistica delle istanze “padronali”. Adriano si rivolge quindi a Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL, che dà il via libera alle elezioni interne, giudicando legittima la presenza di più sindacati nell’azienda. Il coinvolgimento dei sindacati nella gestione dell’attività economica fu un tratto peculiare della visione aziendale di Adriano Olivetti.

La stessa presenza di Momigliano e di Franco Fortini, intellettuali socialisti, è un segnale dell’aria eccentrica che si respirava ad Ivrea rispetto al panorama industriale contemporaneo.

Adriano fu tra i primi a capire che il futuro dell’industria culturale era nell’elettronica. A Borgolombardo, col contributo fondamentale dell’ingegnere italo-cinese Mario Tchou, apre uno stabilimento per la progettazione e la produzione del primo computer interamente a transistor del mondo, l’Elea 9003 del 1959. Lo stesso anno si verifica l’acquisizione della Underwood, che sancisce la supremazia mondiale dell’impresa di Ivrea.

Adriano Olivetti scompare improvvisamente il 27 febbraio 1960, lasciando un’eredità aziendale preziosissima ma difficile da gestire, principalmente per due motivi: una drammatica sottocapitalizzazione, dovuta al rifiuto di Olivetti di ricorrere al finanziamento sui mercati finanziari, e il problema della successione, che ovviamente non era stato preso in considerazione.

Ciononostante l’attività di ricerca in campo elettronico continua, anche se su scala minore e in forma quasi “clandestina”. Dirige i lavori l’ingegnere e informatico Pier Giorgio Perotto: il risultato è la messa a punto del Programma 101, tra il 1962 al 1964, un calcolatore con stampante integrata che può essere considerato il primo personal computer della storia e che riscuote grande successo negli USA. La nuova classe dirigente però purtroppo non crede nel potenziale di crescita dell’elettronica, e decide per la graduale dismissione del ramo informatico.

Brevetti, copyright e startup: intervista a Michele Boldrin

La mia intervista a Michele Boldrin, autore insieme a David Levine di Against intellectual monopoly. La trovate su Working Capital.

Neutrini, la Gelmini non smette di stupire

Scoop! I neutrini non sono più veloci della luce, i risultati dei testi sono stati inficiati da errori di misurazione. La Gelmini non si lascia scappare una ghiotta occasione per fare un’altra figura di merda, e commenta su twitter l’accaduto:

Io a questo punto non so più che dire.

Piergiorgio Welby: 5 anni dopo non è cambiato niente

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia civile per affermare inequivocabilmente il diritto dell’individuo a rifiutare cure che non desidera e a disporre della sua vita in piena libertà.

Welby ha vinto la sua battaglia personale, grazie al sostegno dell’anestesista Mario Ricci (che per questo è poi stato indagato dalla magistratura e dall’Ordine dei Medici). Ma sul piano politico la situazione è sostanzialmente la stessa, nonostante siano passati 5 anni.

L’influenza nefasta dell’oscurantismo vaticano è purtroppo ancora forte, nel nostro Paese. Assistiamo ogni giorno imperterriti allo stupro sistematico delle libertà individuali. A parole tutti la vogliono: politici, giornalisti, intellettuali. Quando si tratta di agire di conseguenza e di garantirle sul piano pratico, i toni cambiano e si invoca il “buon senso”, si dice che “sono cose che vanno fatte per gradi”, et cetera.

Balle. Tutte le intromissioni dello Stato nella sfera privata del cittadino sono violazioni della sua libertà personale. E non trovano giustificazione alcuna nella presunta difficoltà di garantire questa libertà. Lo stesso vale per la Chiesa. Sono entrambi organismi che hanno come obbiettivo istituzionale il controllo sociale.

Lo Stato deve criminalizzare il consumo delle droghe leggere per rafforzare la criminalità e dunque dare alle forze di sicurezza un pretesto per ingrandirsi. La Chiesa deve inculcare nella gente la paura della morte e la convinzione perversa che la propria vita dipenda da qualcun altro, altrimenti la sua ragione d’essere verrebbe meno.

L’atteggiamento proibizionista sulle droghe leggere, che pure è da condannare e combattere con decisione, non è però spregevole, autoritario e inumano quanto la pretesa dei clericali, prontamente riconosciuta dalla legge dello Stato, di decidere dove inizia e dove finisce la vita altrui.

Questa pretesa non è soltanto una continua negazione dei più basilari principi di libertà, ma è anche un grave insulto a ciò che si sostiene di voler proteggere: la vita stessa.

Davvero un cattolico crede che mantenere artificialmente in vita una persona attaccandola ad una macchina sia il miglior modo per rispettare la volontà di dio?

Coloro che si oppongono all’introduzione del biotestamento o dell’eutanasia lo fanno, a loro dire, per difendere la sacralità della vita umana. Per loro la vita è più di un semplice stato “medico”, e un “qualcosa” che ci è stato donato. Ma allora perché vogliono difenderla attaccandosi a criteri meramente tecnici? Perché è l’unico modo che abbiamo per “identificarla”. Se l’identificazione della vita umana risponde a criteri tecnici e possiede dunque un certo grado di oggettività, il diritto di disporne appartiene al singolo individuo e a nessun altro. 

Dal momento che il valore della vita di una persona è il valore che quella persona gli dà, “obbligare” tutti i cittadini a vivere, senza tenere in considerazione la volontà del singolo, è un oltraggio alla dignità della vita umana oltre che un atto di sopraffazione.

Ecco perché ricordare Welby non basta. Ecco perché ogni forza politica progressista (in primo luogo il PD, se ci tiene ad essere considerato tale) non possono che considerare prioritaria l’approvazione di una legge in materia che ci faccia rientrare nel novero dei Paesi civili. Con la vita dei cittadini si è già giocato abbastanza, è ora di cambiare.

Neutrini 1 – Gelmini 0

Oggi Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha emesso un comunicato stampa, disponibile sul sito ministeriale, in cui afferma che esisterebbe un tunnel sotterraneo tra il Cern (in Svizzera) e i laboratori del Gran Sasso (in Abruzzo), e che in questo tunnel i ricercatori avrebbero dimostrato che la materia può viaggiare a velocità superiore di quella della luce.

Altro che ponte sullo Stretto! Altro che Salerno-Reggio Calabria! Queste sono le grandi opere di cui il Paese ha bisogno! Costruite così in fretta che nessuno era a conoscenza della loro esistenza! Dopo aver fatto viaggiare i neutrini per 700 km, il prossimo grande obiettivo è dimostrare che il cervello della Gelmini ospita dei neuroni. Sarà dura, ma ce la faremo!

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