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La Fornero sui gay se l’è fatta addosso

Pochi giorni fa la Fornero aveva timidamente accennato alla possibilità di riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di cui godono quelle eterosessuali: non l’avesse mai fatto! Immediatamente i profeti dell’odio di genere sono insorti, rilasciando dichiarazioni come questa di Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, alla cui conferenza il Ministro aveva appena parlato:

(da il Giornale) Il ministro, scrive Belletti in una lettera aperta, è salita in cattedra e ha impartito una lezioncina senza ascoltare e senza preoccuparsi dei «bisogni veri delle famiglie» mentre «ha spostato l’attenzione sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto». Belletti chiede alla Fornero se davvero pensa che sia questa la priorità rispetto invece ai bisogni «dei genitori, dei lavoratori, delle famiglie separate e di quelle vedove, di chi ha figli disabili». Il Forum ricorda che «le famiglie autentiche sono oramai all’angolo, grazie alle stangate e ad un regime fiscale che da troppo tempo penalizza le famiglie con i figli».

Quei “veri” e “autentiche” li trovo raccapriccianti, un modo neanche troppo nascosto di dire che l’amore eterosessuale è in quanto tale superiore a quello omosessuale.

Ma la Fornero avrà mostrato gli attributi, si potrebbe pensare: un Ministro che ha approvato due riforme durissime in tempi record, membro di un Governo che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione con uno schiocco di dita, non si farà certo intimorire dai proclami razzisti del primo bigotto che passa per strada.

E invece.

Invece pare che la Fornero se la sia fatta addosso, visto che oggi ha pubblicato su Avvenire una dolce letterina di scuse, in cui ammette di aver esagerato e chiede perdono per l’atteggiamento irrispettoso. In particolare dice:

Non ho quindi auspicato che le unioni di fatto, sia etero sia omosessuali, siano equiparate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, ma semplicemente invitato ad aprire gli occhi sulle diverse realtà che stanno emergendo e a non dimenticare, e meno che mai a discriminare, i diritti dei singoli individui che vi si riconoscono e che chiedono con forza un riconoscimento.

Bellissimo. Di fatto quello che dice è: “dobbiamo ascoltare le richieste degli omosessuali, però anche no, ché alla fine della fiera sono froci, cazzi loro”.

La letterina a Babbo Natale è seguita da una breve risposta di un compiaciutissimo Marco Tarquinio (direttore di Avvenire) che contiene passaggi come questo:

L’importante è però la sostanza della lettera del ministro: in essa non si parla a sproposito di «matrimonio» (di serie A o di serie B), ma del tutto a proposito ci si riferisce alla Costituzione repubblicana (che riconosce, e non disegna a suo capriccio, la famiglia «come società naturale fondata sul matrimonio») e riguardo alle diverse forme di convivenza si ragiona saggiamente e civilmente di «diritti dei singoli individui». Beh, questo è applicare in modo serio il principio enunciato dal ministro stesso: «Nelle analisi è bene separare preferenze e convincimenti personali da valutazioni più oggettive».

è sconcertante constatare come in Italia tutti siano liberi di dire le peggiori bestialità senza doverne poi rispondere all’opinione pubblica. Lascia spiazzati la malafede di Tarquinio: la Costituzione parla di “società naturale fondata sul matrimonio”, non parla espressamente di matrimonio eterosessuale. Ne consegue che il dettato costituzionale può essere liberamente interpretato e che per aprire l’istituto del matrimonio anche agli omosessuali è sufficiente una legge ordinaria. Ma più si va avanti peggio è:

Voglio dire che sedici milioni di famiglie fondate sul matrimonio tra un uomo e una donna sono un dato oggettivo e non rappresentano una «eccezione», bensì un’immensa e buona realtà dell’Italia che purtroppo non è ancora oggi rispettata e sostenuta come merita e come la Costituzione indica e, anzi, nella realtà finisce per essere addirittura disincentivata.

Qui il ragionamento raggiunge vette inarrivabili. Possiamo azzardare due interpretazioni:

1) La legge vieta agli omosessuali di sposarsi——> Tutte le famiglie sono eterosessuali——> “Vedi?! Se tutte le famiglie sono eterosessuali ci sarà pure un motivo!”. Una logica un po’ traballante, mi verrebbe da dire.

2) “Siccome la maggioranza degli italiani è eterosessuale, gli omosessuali non possono sposarsi. Noi siamo di più e vinciamo noi, pappappero.” Che è un po’ come dire che siccome la maggior parte degli italiani non beve il tè col latte bisogna vietare per legge di bere il tè col latte. Giudicate voi.

Il punto fondamentale è il secondo: lo Stato italiano impedisce ad alcuni privati cittadini di unirsi in matrimonio perché sono dello stesso sesso. Non so voi, ma io una cosa del genere la chiamo razzismo. Bisogna che sia chiaro a tutti che dare più diritti ai gay non implica toglierli agli eterosessuali: permettere agli omosessuali di sposarsi non implica privare gli eterosessuali dell’istituto del matrimonio!

Ma si sa, in Italia chi la pensa in questo modo è considerato un pericoloso sovversivo. Un buon cristiano, anche se è gay, deve sposare una donna perché lo dice Tarquinio, perché se pretende di scegliere liberamente come gestire la propria vita non “rispetta” la splendida realtà delle 16 milioni di famiglie italiane.

Su questo fronte una sinistra moderna può e deve distinguersi dall’autoritarismo fascio-clericale. Altro che PACS, DICO, registri e giocattolini vari: bisogna chiedere con chiarezza e con forza il matrimonio gay. Perché l’estremista non è chi lo propone, ma chi lo ostacola.

Piergiorgio Welby: 5 anni dopo non è cambiato niente

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia civile per affermare inequivocabilmente il diritto dell’individuo a rifiutare cure che non desidera e a disporre della sua vita in piena libertà.

Welby ha vinto la sua battaglia personale, grazie al sostegno dell’anestesista Mario Ricci (che per questo è poi stato indagato dalla magistratura e dall’Ordine dei Medici). Ma sul piano politico la situazione è sostanzialmente la stessa, nonostante siano passati 5 anni.

L’influenza nefasta dell’oscurantismo vaticano è purtroppo ancora forte, nel nostro Paese. Assistiamo ogni giorno imperterriti allo stupro sistematico delle libertà individuali. A parole tutti la vogliono: politici, giornalisti, intellettuali. Quando si tratta di agire di conseguenza e di garantirle sul piano pratico, i toni cambiano e si invoca il “buon senso”, si dice che “sono cose che vanno fatte per gradi”, et cetera.

Balle. Tutte le intromissioni dello Stato nella sfera privata del cittadino sono violazioni della sua libertà personale. E non trovano giustificazione alcuna nella presunta difficoltà di garantire questa libertà. Lo stesso vale per la Chiesa. Sono entrambi organismi che hanno come obbiettivo istituzionale il controllo sociale.

Lo Stato deve criminalizzare il consumo delle droghe leggere per rafforzare la criminalità e dunque dare alle forze di sicurezza un pretesto per ingrandirsi. La Chiesa deve inculcare nella gente la paura della morte e la convinzione perversa che la propria vita dipenda da qualcun altro, altrimenti la sua ragione d’essere verrebbe meno.

L’atteggiamento proibizionista sulle droghe leggere, che pure è da condannare e combattere con decisione, non è però spregevole, autoritario e inumano quanto la pretesa dei clericali, prontamente riconosciuta dalla legge dello Stato, di decidere dove inizia e dove finisce la vita altrui.

Questa pretesa non è soltanto una continua negazione dei più basilari principi di libertà, ma è anche un grave insulto a ciò che si sostiene di voler proteggere: la vita stessa.

Davvero un cattolico crede che mantenere artificialmente in vita una persona attaccandola ad una macchina sia il miglior modo per rispettare la volontà di dio?

Coloro che si oppongono all’introduzione del biotestamento o dell’eutanasia lo fanno, a loro dire, per difendere la sacralità della vita umana. Per loro la vita è più di un semplice stato “medico”, e un “qualcosa” che ci è stato donato. Ma allora perché vogliono difenderla attaccandosi a criteri meramente tecnici? Perché è l’unico modo che abbiamo per “identificarla”. Se l’identificazione della vita umana risponde a criteri tecnici e possiede dunque un certo grado di oggettività, il diritto di disporne appartiene al singolo individuo e a nessun altro. 

Dal momento che il valore della vita di una persona è il valore che quella persona gli dà, “obbligare” tutti i cittadini a vivere, senza tenere in considerazione la volontà del singolo, è un oltraggio alla dignità della vita umana oltre che un atto di sopraffazione.

Ecco perché ricordare Welby non basta. Ecco perché ogni forza politica progressista (in primo luogo il PD, se ci tiene ad essere considerato tale) non possono che considerare prioritaria l’approvazione di una legge in materia che ci faccia rientrare nel novero dei Paesi civili. Con la vita dei cittadini si è già giocato abbastanza, è ora di cambiare.

Il buon esempio del Papa

Sono rimasto impressionato dal contrasto tra due notizie sulla homepage di oggi del Corriere. Una subito dopo l’altra.

Il Vaticano mostra i muscoli

Avrete sicuramente letto della polemica scoppiata qualche giorno fa in seguito all’esposizione, a Roma, di un cartellone pubblicitario della Benetton raffigurante un bacio tra Joseph Ratzinger e Ahmed al-Tayyeb, Imam della moschea del Cairo.

Le reazioni non si sono fatte attendere, e come prevedibile sono pregne di dogmatismo e intolleranza: Luca Borgomeo, presidente dell’associazione dei telespettatori cattolici Aiart, considera la campagna “un’offesa al cattolicesimo” e chiede che venga ritirata. Forse vi ricorderete del caso scoppiato nel 2005, in merito ad alcune vignette raffiguranti Maometto pubblicate su un quotidiano danese. Vi furono violente proteste nel mondo islamico, e in Europa molti difesero (giustamente) la pubblicazione di quelle immagini, a garanzia della libertà d’espressione degli autori. Il Vaticano, bisogna dirlo, si comportò coerentemente alla sua tradizione illiberale ed autoritaria, dichiarando che

“Il diritto alla libertà di pensiero non può offendere il sentimento religioso dei credenti di qualsiasi religione”.

In sostanza, dicono i preti, ognuno è libero di esprimere il suo pensiero, purché esso non sia in contrasto con ciò che penso io. Sai che libertà! Quest’atteggiamento è ribadito e confermato dalle reazioni indignate di questi giorni. “Inaccettabile”, “si deve tutelare l’immagine del Papa”. Si parla di lui come fosse un marchio, lo si parifica di fatto ad una marca di detersivo, o di dolci al cioccolato. Niente di male, visto che in effetti la Chiesa Cattolica è un’azienda. Peccato che le modalità, secondo il Vaticano lesive della sensibilità dei fedeli, abbiano anche l’aggravante di essere “tipicamente commerciali”. è proprio necessaria tutta questa ipocrisia??

Alla fine l’immagine è stata ritirata. Una piccola ma significativa vittoria per gli ambienti cattolici più reazionari? Sì e no.

Sì, perché la campagna di Benetton proponeva, attraverso un uso spregiudicato del montaggio, messaggi di fratellanza e di tolleranza tra religioni e culture differenti. Messaggio che non potrà essere più essere visibile nelle strade, grazie alla censura vaticana.

No, perché l’immagine ritirata circola su Internet e sarà impossibile rimuoverla, nonostante la Segreteria del Vaticano abbia dato mandato ai propri legali “di intraprendere in Italia e all’estero, le opportune azioni al fine di impedire la circolazione, anche attraverso i mass media, del fotomontaggio realizzato nell’ambito della campagna pubblicitaria Benetton”.

Queste poche righe rendono pienamente la miseria morale di una classe dirigente vaticana vecchia, autoritaria ed incapace di parlare la lingua della modernità. Lingua che ha tra i suoi verbi fondamentali le libertà civili e il dialogo interreligioso. Altro che islamici, i fanatici ce li abbiamo anche noi, e hanno la loro sede centrale a Roma.

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