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Quando hai un sacco di soldi li butti dalla finestra: l’esempio della Cina

n questi anni la Cina come sapete è stata ed è interessata da una crescita impetuosa ed impressionante, per numeri e conseguenze sugli equilibri internazionali.

Come sempre accade in questi casi si è diffusa una certa saggistica divulgativo-scandalistica che profetizza per il paese della Grande Muraglia un futuro glorioso e costellato di successi: capostipite di questi saggi e Maonomics, di Loretta Napoleoni.

In realtà il Paese ha mille problemi, e

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Globalizzazione, commercio internazionale e protezionismo: una risposta a Giovanni Sartori

Molti di voi avranno letto l’editoriale di Giovanni Sartori pubblicato ieri sul Corriere, in cui l’autorevole politologo si è lanciato in un feroce “j’accuse” contro gli economisti, colpevoli di aver abbracciato acriticamente la globalizzazione senza considerarne i pro e i contro.

Siamo in tempo di crisi e dal momento che la responsabilità di questa crisi è più diffusa e generalizzata di quanto si voglia ammettere è comprensibile che ci sia la volontà di individuare un capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe di questo mondo.

Eppure…

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Microsoft, il copyright e il mercato cinese

Come molti sanno, la Cina è la patria della contraffazione, il posto da dove partono verso il resto del mondo milioni di prodotti equivalenti agli originali, ma vietati per legge. Il settore informatico non fa eccezione, ed anzi ha visto fin dai primi anni ’90 la diffusione massiccia di copie piratate delle varie versioni di Windows.

Un fenomeno che Microsoft ha sempre cercato di contrastare, vendendolo all’opinione pubblica come un vero e proprio furto, un danno agli asset aziendali. In realtà si tratta semplicemente di concorrenza, e non danneggia la Microsoft più di quanto un imprenditore danneggi il proprietario di una ditta di trasporti entrando in quel mercato. La teoria propagandata da tutti i detentori di un monopolio intellettuale secondo cui ogni copia contraffatta venduta sarebbe una somma sottratta al loro business risulta infondata a chiunque abbia visto anche una sola volta nella vita una curva di domanda.

La curva di domanda mostra una cosa molto banale, ma le cui implicazioni pratiche sono spesso ignorate: la domanda di un bene cala all’aumentare del suo prezzo. Ci sono pochissimi beni che fanno eccezione a questa regola e il software non è tra quelli.

Dunque chi pirata un software e lo vende ad un decimo del prezzo della versione originale non sta danneggiando l’azienda produttrice, perché chi ha acquistato la copia illegale, ad esempio, a 10 dollari non l’avrebbe acquistata se il prezzo fosse stato 100 dollari. Paradossalmente i monopolisti intellettuali dovrebbero ringraziare i “pirati”, perché vendendo i loro prodotti ad un prezzo competitivo ne favoriscono la diffusione e creano una clientela fidelizzata, che in futuro potrebbe decidere di comprare il prodotto originale. è un fenomeno già osservabile nel mercato musicale, dove le vendite online continuano ad aumentare parallelamente alla persistenza della pirateria informatica.

Sembra che Microsoft abbia finalmente capito l’andazzo, ed abbia deciso di rispondere nel modo economicamente più efficiente: abbassando il prezzo della versione cinese di Windows.

L’unica cosa che mi lascia scettico è la loro convinzione di poter impedire la diffusione in Occidente di quella stessa versione. Fare differenziazione di prezzo in un mercato globale come quello informatico non è difficile, è praticamente impossibile.

La Cina punta sulla domanda interna

Se ne parla in un bell’articolo di Voxeu che trovate qui. Ciò che ci si chiede, dati alla mano, è se la frazione del PIL che in Cina è destinata al consumo non sia stata sottovalutata negli anni passati, a causa di errori di misurazione. Al di là di questo, si evidenzia come Pechino si stia lentamente avviando verso un modello di sviluppo più “occidentale”, che favorisca la crescita della domanda interna e non punti più esclusivamente sulle esportazioni. Le conseguenze di un processo di questo tipo sarebbero interessanti: il rapido formarsi di una classe media e la possibilità che questa, avuto il pane, chieda anche qualcos’altro. Più diritti, ad esempio.

Della serie “l’avevo detto”

Oggi sul Post potete trovare la segnalazione di un articolo del New York Times sui recenti problemi economici della Cina, articolo che conferma nella sostanza ciò che scrissi quasi un anno fa su La Golpe et il Lione. Gli Stati Uniti sono sempre più insofferenti rispetto all’atteggiamento del regime di Pechino, che mantiene basso il valore del renminbi (la moneta cinese) per favorire le esportazioni e garantire la sopravvivenza della poderosa ma inefficiente industria manifatturiera nazionale. In questi ultimi anni però gli interventi governativi non sono riusciti ad impedire un lieve apprezzamento del renminbi, che ora rende le imprese della Repubblica Popolare meno competitive di quelle di altri paesi del sud est asiatico. I recenti dati riportati dal NYT indicano che il settore manifatturiero è in contrazione per il terzo mese consecutivo.

A causa di anni ed anni di politiche monetarie espansive indiscriminate ora l’inflazione viaggia intorno al 6%, mentre il tasso d’interesse che le banche corrispondono ai risparmiatori non supera il 3%. Dal momento che tenere i soldi in un conto corrente è economicamente sconveniente, chi dispone di capitali li impiega nel settore immobiliare, che si sta gonfiando a ritmi preoccupanti.

A tutto questo si aggiunge la precarietà di un sistema bancario che è stato costretto a prestare enormi somme alle imprese statali e ai governi locali e che ora rischia di non riavere indietro quei soldi, spesso utilizzati per finanziare progetti infrastrutturali enormi ma poco profittevoli.

Il regime, per evitare che il paese cada nella recessione – con effetti devastanti sulle prospettive di ripresa dell’economia globale – deve abbandonare la politica dei sussidi alle esportazioni per incentivare lo sviluppo della domanda interna, in un’ottica di miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini cinesi. Si tratta però di una strada molto pericolosa per i burocrati di Pechino; una politica economica di questo tipo innalzerebbe il livello di benessere della popolazione, e con esso anche le loro aspettative: dopo il pane, i cinesi comincerebbero a pretendere la libertà.

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