Tag Archives: concorrenza

Le minacce che non puoi rifiutare

Le grandi compagnie del web 2.0 hanno ormai definitivamente abbracciato i metodi mafiosi.

Ars Technica riporta che Google avrebbe letteralmente minacciato Acer di interrompere la fornitura del sistema operativo Android nel caso in cui l’azienda cinese avesse lanciato prodotti con un sopra installato un sistema concorrente. La direzione che sta prendendo il settore è inquietante.

De gustibus non disputandum est. O forse sì

Giusto per farvi notare gli assurdi effetti collaterali della proliferazione dei processi per violazione di brevetto.

Da Ars Technica:

Samsung has won a ruling in UK High Court that its Galaxy Tab tablets do not infringe on Apple’s European registered community design for the iPad. While the court ruled that some physical differences exist, Judge Colin Birss on Monday implied that Samsung’s designs were just too different to be confused with Apple’s now-iconic iPad.

Samsung’s tablets “do not have the same understated and extreme simplicity which is possessed by the Apple design,” Judge Birss said during the court’s announcement, according to Bloomberg. “They are not as cool.”

[Secondo la sentenza dell'Alta Corte del Regno Unito i Galaxy Tab della Samsung non violano il design registrato dalla Apple per l'iPad. I tablet della Samsung "non hanno la stessa semplicità minimal ed estrema che è propria del design Apple", ha detto il giudice Birss durante la dichiarazione della Corte. "Non sono così fighi".]

Adesso, va bene tutto, ma che il diritto di un’azienda di operare in un mercato debba dipendere dal parere estetico di un giudice mi sembra veramente intollerabile. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Ecco quanto costano i patent troll

Secondo alcuni recenti studi di James Bessen e Michael Meuer, i patent troll caricano sulle spalle della società costi diretti per 29 miliardi di dollari ogni anno. I costi indiretti sono circa 83 miliari o forse anche più alti.

The $29 billion number comes from measuring the more straightforward costs associated with fighting off patent troll suits: those include legal fees going to lawyers, and the licensing fees paid in tribute to make the trolls go away (which nearly always get paid). The findings come from a relatively small sample of 83 companies, both small and large.

Dei patent troll ho già parlato in passato sul blog di Working Capital. Sono dei parassiti che registrano brevetti a manetta senza utilizzarli per poter poi “chiedere il pizzo” alle imprese che utilizzano le tecnologie brevettate.

Ancora da Ars Technica:

Most of the costs of dealing with the patent troll threat come from paying the licensing fees that trolling companies demand to settle lawsuits. The mean amount spent by large companies to end an NPE lawsuit is $7.27 million, while small-to-medium sized companies spend $1.33 million.

That number doesn’t tell the full story, though. The median amount spent to pay off a troll suit is just $230,000 for large companies and $180,000 for small- and medium-size defendants. The discrepancy means that the great majority of trolls go away after getting relatively small payouts, while a few very strong entities in the patent-trolling business are able to pull off giant multimillion-dollar settlements. (Of course, the fact that low six-figure settlements are seen as the “small” ones suggests how entrenched and lucrative the NPE business is.)

The second-largest cost is, unsurprisingly, fees paid to defense lawyers. Big companies spend a mean of $1.52 million per litigation, while small- and medium-sized companies spend $420,000. Again, those compare to much lower median figures ($230,000 for large companies and $70,000 for small/medium), showing that the companies have a large number of cheaply defended cases, while a few heavily litigated cases run up big fees.

Sono stronzi? Boh, possiamo dire di sì. La mia opinione tuttavia è che si limitino a sfruttare a proprio vantaggio il sistema di tutela della proprietà intellettuale esistente. Se limitassimo la durata della protezione concessa dal brevetto e rendessimo più ardua la sua registrazione, con tutta probabilità fenomeni del genere scomparirebbero o diventerebbero insignificanti.

Globalizzazione, commercio internazionale e protezionismo: una risposta a Giovanni Sartori

Molti di voi avranno letto l’editoriale di Giovanni Sartori pubblicato ieri sul Corriere, in cui l’autorevole politologo si è lanciato in un feroce “j’accuse” contro gli economisti, colpevoli di aver abbracciato acriticamente la globalizzazione senza considerarne i pro e i contro.

Siamo in tempo di crisi e dal momento che la responsabilità di questa crisi è più diffusa e generalizzata di quanto si voglia ammettere è comprensibile che ci sia la volontà di individuare un capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe di questo mondo.

Eppure…

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/la-globalizzazione-secondo-giovanni-sartori#ixzz1z0P34WyJ

I guardiani imperialisti del copyright

Semplicemente pazzesco:

A 23-year-old student from the UK will be extradited to the United States to face trial for operating a website overseas that linked visitors to external pages that hosted copyrighted material.

Richard O’Dwyer of Sheffield Hallam University in northern England will soon find himself on American soil following the United States’ recent victory in an attempt to extradite the student stateside over a website he ran. American authorities attest that O’Dwyer’s TVShack website, while not in violation of any UK laws where he lived and operated it, infringed on American copyright legislation.

Che per chi non mastica l’inglese, tradotto a spanne, è più o meno:

Uno studente 23enne britannico verrà estradato negli Stati Uniti, dove verrà processato per aver gestito un sito oltreoceano (quindi nel Regno Unito, ndr) che ospitava link a siti esterni che contenevano materiale protetto da copyright.

Richard O’Dwyer della Sheffield Hallam University, nell’Inghilterra del Nord, si troverà presto sul suolo americano in seguito al recente successo ottenuto dagli USA nel tentativo di estradare lo studente. Le autorità americane sostengono che TVShack, il sito di O’Dwyer, anche se non ha violato alcuna legge del Regno Unito, ha infranto la legislazione americana sul copyright.

Sono due, a mio avviso, gli aspetti inquietanti di questa decisione:

1) Al di là delle opinioni sull’opportunità o meno di reprimere le violazioni del copyright, qui stiamo parlando d’altro. Perché il sito in questione si è limitato a suggerire ai suoi utenti siti esterni in cui era reperibile materiale protetto da copyright. Non ha commesso quindi alcun reato o illecito. Questo significa che le autorità americane ( e i magistrati britannici che hanno autorizzato l’estradizione) ritengono che sia legittimo condannare qualcuno per aver espresso un’opinione su qualcosa. Perché poi il link questo è, un’opinione: “andate a vedervi questo sito, ché secondo me è interessante”. Secondo questo ragionamento, in linea teorica, sarebbe possibile accusare di “violazione di copyright” o cose simili chiunque, ad esempio, abbia criticato pubblicamente la legislazione in materia. E in questi casi passare dalla teoria alla prassi è piuttosto facile.

2) Il sito incriminato aveva sede legale e base operativa nel Regno Unito, non negli USA. Gli americani sono riusciti ad imporre le proprie regole su quelle britanniche, nonostante il caso da giudicare fosse soggetto a queste ultime. Mi sembra che questo sia un precedente molto pericoloso.

Il quadro generale è piuttosto fosco: credo che l’atteggiamento fanatico dei rappresentanti delle industrie che oggi detengono un monopolio intellettuale sia sotto gli occhi di tutti. Credo che sia altrettanto chiaro a tutti che questi soggetti, esponenti di un ceto industriale parassitario e retrogrado, sono disposti a tutto pur di non rinunciare alla loro posizione dominante nei mercati della conoscenza e alle rendite di posizione che ne ricavano: anche alla compressione delle libertà dei consumatori e all’eliminazione del potenziale innovativo di tutto il settore. L’amministrazione Obama sembra del tutto prona alle richieste di questi centri di potere, mentre in molti paesi europei, Italia compresa, una classe politica incompetente continua ad avanzare proposte di legge che mettono in pericolo la libertà della Rete e i diritti di proprietà dei consumatori ed ostacolano la creazione di un mercato concorrenziale. Per salvare le posizioni privilegiate di alcuni incumbent si sta sistematicamente distruggendo il futuro di un’intera industria.

Credo che la necessità di limitare fortemente l’ambito di applicazione e la durata del copyright e dei brevetti sia evidente e debba ormai entrare con prepotenza tra gli argomenti principali dell’agenda politica. Altrimenti ci aspetta un periodo di stagnazione economica e costante violazione dei diritti umani. Anche in Occidente.

Il pizzo legalizzato. Il fenomeno del patent trolling

Negli States c’è gente la cui attività economica è sostanzialmente assimilabile alla riscossione del pizzo. Il tutto nella perfetta legalità. Ne parlo oggi sul blog di WorkingCapital.

Le liberalizzazioni e la retorica dei sacrifici

Ultimamente chi è favorevole alle liberalizzazioni varate dal Governo Monti (e magari le considera condizione necessaria ma non sufficiente per il risanamento e lo sviluppo del Paese) cerca di convincere i contrari tramite argomentazioni varie che quasi sempre confluiscono in una generica retorica del sacrificio.

L’Italia è in crisi, dicono questi signori, e tutti i cittadini sono chiamati a dare il loro contributo. Così come i lavoratori più anziani hanno visto allontanarsi il pensionamento, i professionisti di tutti gli ordini dovrebbero comprendere la necessità che i sacrifici vengano anche da loro.

Chi fa questo ragionamento, a mio avviso, cerca di convincere gli interlocutori della bontà del proprio obbiettivo partendo dalle premesse sbagliate. Le liberalizzazioni non vanno fatte perché anche i professionisti devono fare sacrifici, vanno fatte perché è giusto farle, perché maggiore concorrenza significa qualità migliore e prezzi più bassi. Il discorso della crisi e dello sforzo comune della patria è fuorviante: gli ordini professionali andavano toccati 10, 20, 30 anni fa. Garantire e promuovere la concorrenza, nei mercati in cui è possibile averla, è un obbiettivo che andrebbe perseguito sempre, a prescindere dal ciclo economico del momento.

Non è una differenza di poco conto: se passa l’idea che le liberalizzazioni siano il tributo che i professionisti accettano di pagare per la salvezza della Patria, c’è il rischio che, finita la crisi, gli stessi professionisti si riprendano i privilegi a cui avevano momentaneamente rinunciato.

 

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