Tag Archives: copyright

La propaganda di Microsoft

Ecco uno degli “incontri” che Microsoft organizza in Bocconi. La morale probabilmente sarà: “scaricare è brutto, usate solo prodotti originali”.

Intellectual monopoly, a burden on the economy

The media coverage of the legal battle between Apple and Samsung shows that there’s growing debate on copyright and patent issues.

In the past decades copyright protection has become stronger and stronger and public authorities have agreed upon extending patentability to several sectors that were not protected from competition.

The development of a huge IP normative framework is commonly perceived as one of the main factors that enabled the great wave of innovation we’ve been experiencing since the late seventies.

Facts, anyway, speak differently: the third globalization era has been caused by the diffusion of computer technologies and the dramatic fall of transport costs. Every observer in good faith must admit that these two sectors have not been protected by IP laws until recently. The birth and early development of tech industry were built on free competition and the absence of copyright or patents.

The economic role of intellectual monopoly is widely misunderstood: it does not spur innovation and growth, it simply protects the first innovator preventing the others from copying him. As you can imagine, this is not exactly the right way to achieve economic growth and increase social wealth: a patent is a reward to the entrepreneur who obtains it but is an obstacle to further innovation since it stops incremental innovation, which accounts for a great part of total technological progress.

People usually conceive innovation as the result of the lonely work of a laboratory-living genius: that’s wrong. Nobody has ever discovered or invented anything without basing his research on some previous knowledge. James Watt’s machine wouldn’t have been created without Newcomen’s one. Apple developed the first commercial PC after a visit to Xerox labs. Apple and Linux OSs come from the Unix system.

When Watt patented his machine, thus obtaining the exclusive right of producing and selling it, he paralyzed the british steam-powered machine sector for the length of the monopoly. The industrial revolution came to continental Europe when some engineers from Belgium and Germany copied the british machines and brought the projects to their countries.

As economic theory suggests and historical experience shows, IP legislation does not promote innovation: then, what is its rationale?

IP laws exist to reward someone’s work and to make sure that he’ll be repaid for his efforts. But does he deserve to be repaid? Does he deserve to deliver a sure profit at the collectivity’s expense? How long should this exclusive right last?

It’s very hard to find a good answer to the first two questions: from a theoretical point of view the innovator should not get any privilege, but for practical reason a certain degree of protection can be provided, at least in some sectors.

The core question is the third one: what about the length of this monopoly? In most western countries copyright lasts until 70 years after the author’s death; a patented product is protected from competition for twenty years. Do you think this is consistent with nowadays’ economic environment? I do not.

I think that a 5 year-lasting copyright could at the same time offer reasonable protection to the innovator and avoid the negative effects of a long-lasting monopoly. Experience shows that, if an artist is a best seller, he will always sell many copies; if he’s not successful, his work will be practically disappeared 5 years after its publication. Furthermore, copyright laws have an unpleasant side-effect: the vanishing of old copyrighted works.

As for patents, the most efficient solution would probably consist in different durations depending on the sector involved. For instance, software and hardware patents establish a monopoly in a market that’s fundamental for the global economy: therefore it would be wise to put a term far shorter than the existing one, say, two or three years. Other industries would instead benefit from a longer term, in any case less than 10 years.

Finding the right mix is not an easy task; what we know for sure is that the current system is not working anymore and will cause great damage to the economy if it continues this way: what about changing it?

 

For more info:

Michele Boldrin and David K. Levine, Against intellectual monopoly, available for free here.

Christian Engstrom and Rick Falkwinge, The case for copyright reform, downloadable here

I link della settimana – 16/09/2012

Altroconsumo ha denunciato Apple per pubblicità ingannevole: i file che comprate su iTunes in realtà non sono vostri.

La strana storia che ha studiato Giulio Sapelli, meritoriamente riportata da Phastidio.

Il Giappone approva un piano che prevede l’abbandono definitivo del nucleare entro il 2040.

Postare link a delle foto è una violazione di copyright. Lo dice la sentenza di un tribunale olandese. Andiamo bene.

Alcune cose interessanti

Sentenza della Corte Federale tedesca: Rapidshare è responsabile dei contenuti condivisi dagli utenti

Notizia piuttosto inquietante: in Svezia si sta discutendo l’opportunità di istituire con una legge ad hoc un enorme database di transessuali, omosessuali, malati, zingari e sindacalisti

Si allarga la gamma di mini-computer in commercio: questo ha un processore quad-core e 1 gb di RAM. A 129 $

L’importanza del fact checking nei social media

Dopo ACTA arriva CETA

I link della settimana – 16/07/2012

Perché la tecnologia non sta cambiando la politica? 

Ars Technica recensisce Nexus 7, il nuovo tablet di Google

La nuova, assurda legge giapponese sul copyright

I contrasti inesistenti del PD e il populismo di Bersani. Da leggere entrambi.

 

Vogliamo Stefano Quintarelli all’AGCOM

Perché sarebbe il primo regolatore dell’Autorità capace di comprendere le dinamiche di ciò che deve regolare.

Perché ha un curriculum che parla da solo.

Perché l’Italia è drammaticamente in ritardo, per quanto riguarda le politiche per l’innovazione, Internet-oriented e contro il digital divide.

Perché una riforma del copyright, dei brevetti e della proprietà intellettuale è ormai prioritaria, ed è opportuno che chi se ne deve occupare presenti i seguenti requisiti: buon senso, indipendenza e competenza tecnica. Stefano Quintarelli li possiede tutti.

Per questo sostengo la proposta di Quintarelli come presidente dell’AGCOM, che sarebbe in questi giorni sul tavolo del Ministro Passera. Su Twitter l’hashtag da diffondere è #quinta4president. Diamoci da fare.

Update: è in corso una raccolta firme per cercare di fare pressione sul Governo, siamo quasi a 6.000, l’obbiettivo è 100.000. Firmate e condividete! http://www.firmiamo.it/stefano-quintarelli-4-president

Sul Partito Pirata in Europa e in Italia

La stampa italiana, che si concentra in maniera quasi ossessiva sul gossip politico di casa nostra, ne parla molto poco, ma alcuni paesi europei (in particolare Svezia e Germania) stanno assistendo all’affermazione elettorale del Partito Pirata, nato nel 2006 in Svezia come “braccio politico” di The Pirate Bay, che sta emergendo tra i partiti di “sinistra” per le sue posizioni libertarie sul copyright, sull’informazione e sulla privacy del consumatore.

Ne parla invece GigaOm in un bell’articolo (in inglese), che riassume la storia del movimento, il suo programma politico e le questioni aperte tra i militanti e gli iscritti.

Peccato che questo partito vada forte nei paesi citati sopra, ma sia praticamente inesistente nell’Europa meridionale. In Italia il Partito Pirata, per quel poco che ne so, mi sembra un partitino vetero-comunista, libertario e concorrenzialista soltanto per ciò che concerne il diritto d’autore, non in campo economico, ad esempio. Non so bene a cosa attribuire questa differenza: sicuramente non si tratta soltanto di un divario nella diffusione di Internet e della cultura digitale, che pure esiste ed è rilevante. Più probabilmente credo che ciò che ci manca sia la capacità di organizzarci: laddove in Germania la politica è responsabilizzazione del cittadino, da noi si risolve nella sua irreggimentazione in scatole ideologiche, da cui ci sembra quasi un “peccato” scappare. Tant’è vero che parole come “traditore”, “ingrato”, “venduto” sono molto usate nel dibattito pubblico.

Le follie primaverili della MPAA

Noi ci lamentiamo giustamente dell’atteggiamento spocchioso e sprezzante che SIAE ed artisti “stagionati”  mantengono nei confronti degli utenti di Internet e dello scambio di file protetti da copyright. Ma negli States lo scontro tra i vecchi organi parassitari del settore e il movimento per un’Internet libera e concorrenziale ha raggiunto livelli di asprezza allarmanti.

Secondo la MPAA (Motion Picture Association of America) embeddare un video ospitato da una terza parte costituirebbe una violazione del copyright. Le posizioni deliranti dell’industria cinematografica sono peraltro sostenute da una recente sentenza in materia di un giudice federale. Se questo trend non verrà interrotto ci aspetta un futuro piuttosto inquietante.

Microsoft, il copyright e il mercato cinese

Come molti sanno, la Cina è la patria della contraffazione, il posto da dove partono verso il resto del mondo milioni di prodotti equivalenti agli originali, ma vietati per legge. Il settore informatico non fa eccezione, ed anzi ha visto fin dai primi anni ’90 la diffusione massiccia di copie piratate delle varie versioni di Windows.

Un fenomeno che Microsoft ha sempre cercato di contrastare, vendendolo all’opinione pubblica come un vero e proprio furto, un danno agli asset aziendali. In realtà si tratta semplicemente di concorrenza, e non danneggia la Microsoft più di quanto un imprenditore danneggi il proprietario di una ditta di trasporti entrando in quel mercato. La teoria propagandata da tutti i detentori di un monopolio intellettuale secondo cui ogni copia contraffatta venduta sarebbe una somma sottratta al loro business risulta infondata a chiunque abbia visto anche una sola volta nella vita una curva di domanda.

La curva di domanda mostra una cosa molto banale, ma le cui implicazioni pratiche sono spesso ignorate: la domanda di un bene cala all’aumentare del suo prezzo. Ci sono pochissimi beni che fanno eccezione a questa regola e il software non è tra quelli.

Dunque chi pirata un software e lo vende ad un decimo del prezzo della versione originale non sta danneggiando l’azienda produttrice, perché chi ha acquistato la copia illegale, ad esempio, a 10 dollari non l’avrebbe acquistata se il prezzo fosse stato 100 dollari. Paradossalmente i monopolisti intellettuali dovrebbero ringraziare i “pirati”, perché vendendo i loro prodotti ad un prezzo competitivo ne favoriscono la diffusione e creano una clientela fidelizzata, che in futuro potrebbe decidere di comprare il prodotto originale. è un fenomeno già osservabile nel mercato musicale, dove le vendite online continuano ad aumentare parallelamente alla persistenza della pirateria informatica.

Sembra che Microsoft abbia finalmente capito l’andazzo, ed abbia deciso di rispondere nel modo economicamente più efficiente: abbassando il prezzo della versione cinese di Windows.

L’unica cosa che mi lascia scettico è la loro convinzione di poter impedire la diffusione in Occidente di quella stessa versione. Fare differenziazione di prezzo in un mercato globale come quello informatico non è difficile, è praticamente impossibile.

L’Open Source e i soldi

A tutti quelli che “l’open source è roba da comunisti” e “non ha futuro perché è tutto gratis”, un piccolo annuncio: Red Hat, l’azienda californiana che produce e vende una particolare distribuzione Linux, nel 2011 ha ottenuto ricavi per più di un miliardo di dollari – come ha fatto? Ve lo spiegano qua. Ovviamente  i numeri non sono paragonabili a quelli dei monopolisti del settore come Microsoft o Apple, ma al contempo sono di tutto rispetto e smentiscono ancora una volta la vulgata secondo la quale l’assenza di copyright impedirebbe di fare business. Non è che lo impedisce, è che ti costringe a fare un prodotto migliore perché i tuoi concorrenti non sono stati estromessi dalla legge.

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