Tag Archives: corriere della sera

Insegnare la politica

è di queste ore la notizia della candidatura di Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, nelle liste del PD. Una candidatura che segue quella di Pietro Grasso di pochi giorni fa. Nessuno dei due è un politico di professione: Grasso è stato tra i membri più conosciuti della magistratura italiana, Mucchetti è un giornalista molto noto.

Non è la prima volta che un partito candida personaggi “esterni”, i cosiddetti esponenti della società civile, un’espressione eufemistica che cerca di spacciare per scelta illuminata e moderna un segnale inequivocabile di decadenza del sistema partitico italiano: la drammatica incapacità di selezionare la classe dirigente del Paese. L’incapacità di selezionarla e formarla all’interno del partito e quindi la necessità di ridursi a pescare nella società civile.

D’altro canto è forse irragionevole aspettarsi che in un mondo complesso, frenetico e multidimensionale un partito politico abbia lo stesso ruolo centrale e pervasivo che aveva un tempo, ed in fin dei conti è meglio così. La politicizzazione di ogni aspetto della vita umana è un tratto distintivo dell’italiano che “si interessa di politica” – per noi la politica è tutto, almeno a parole, ma i risultati sono a dir poco deludenti.

Che fare, dunque? A ben guardare esiste una terza via tra la formazione esclusiva all’interno del partito e il ricorso costante e generalizzato alla società civile: è un sistema di istruzione superiore, appositamente disegnato per educare gli amministratori e i politici dello Stato. In Francia la quasi totalità della classe politica e dei funzionari dello Stato è selezionata tramite un sistema di grandes écoles, istituti di eccellenza che operano in tutti i campi del sapere. Così, se sei un politico francese è molto probabile che tu abbia frequentato SciencesPo o l’Ecole Normale e poi abbia proseguito gli studi all’Ecole Nationale d’Administration.

In Italia abbiamo qualcosa del genere? Sì e no: abbiamo la Normale e il Sant’Anna a Pisa, lo IUSS a Pavia, per citare i più importanti. Ma non mi risulta che questi centri siano specificamente dedicati alla “produzione” di dirigenti, funzionari e politici. Forse è qui che sbagliamo, forse è da qui che dovremmo partire.

Arriva Edicola Italiana, i grandi quotidiani italiani in versione digitale

Su questi pixel ne parliamo da tempo, finalmente è arrivata, anche se con 3 mesi di ritardo. Cito da Repubblica:

Sei grandi gruppi di editoria d’informazione – Caltagirone Editore, Il Sole 24Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e RCS Mediagroup – hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano.  L’iniziativa – la prima che vede insieme fin dall’esordio i principali editori nazionali – ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un’interfaccia che ne semplifichi la scelta, l’acquisto e la fruizione.

Al consorzio – che opererà con un partner tecnologico e commerciale indipendente – possono fin d’ora aderire altri editori che intendono dare ai propri utenti la possibilità di leggere in digitale le proprie testate preferite.

Fra poche settimane sarà dunque a disposizione dei lettori una piattaforma digitale da cui sarà possibile acquistare i principali prodotti editoriali italiani, sicuramente Corriere, Repubblica, il Sole24Ore, la Stampa, l’Espresso, il Messaggero, Panorama.

Vedremo se con questa mossa i quotidiani storici riusciranno a frenare il proprio declino: un declino che non è solo provocato dall’evoluzione tecnologica, ma anche dalla qualità (scarsa) dei contenuti diffusi.

Avere le idee chiare

La dieta dei giornali italiani

MilanoFinanza riporta la decisione del Corriere di tagliare la foliazione: 4 pagine in meno per ridurre i costi e rimettere in sesto i conti del gruppo.

La strada del taglio delle pagine verrà intrapresa anche da Repubblica (che inoltre nel 2013 introdurrà un paywall  per i contenuti online) e dal Sole24Ore.

Si tratta di provvedimenti inevitabili, che giungono con colpevole ritardo rispetto a quanto fatto diversi anni fa dai quotidiani del resto del mondo. Prendiamo l’informazione economica, che essendo ad alto tasso di specializzazione sente la crisi meno dei prodotti generalisti: il Financial Times, compresi tutti gli inserti, non supera le 30 pagine, il Sole24Ore arriva ad 80.

Come si può sperare di sopravvivere alla crisi definitiva della stampa cartacea continuando a mandare nelle edicole un prodotto pachidermico, pesante, lungo quasi 100 pagine, mentre l’attenzione del lettore è ormai una risorsa scarsa che bisogna attrarre con giornali snelli e rinnovati?

Lo stesso discorso vale a maggior ragione per il Corriere e Repubblica, che vantano circa 60 pagine di lunghezza. Delle vere reliquie, dei reperti di un passato che non può tornare.

Come al solito l’Italia rimane indietro: mentre all’estero tutte le aziende editoriali stanno sperimentando nuovi modelli di business, noi stiamo faticosamente tentando di abbandonare quelli vecchi.

Globalizzazione, commercio internazionale e protezionismo: una risposta a Giovanni Sartori

Molti di voi avranno letto l’editoriale di Giovanni Sartori pubblicato ieri sul Corriere, in cui l’autorevole politologo si è lanciato in un feroce “j’accuse” contro gli economisti, colpevoli di aver abbracciato acriticamente la globalizzazione senza considerarne i pro e i contro.

Siamo in tempo di crisi e dal momento che la responsabilità di questa crisi è più diffusa e generalizzata di quanto si voglia ammettere è comprensibile che ci sia la volontà di individuare un capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe di questo mondo.

Eppure…

Leggi il resto: 
http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/la-globalizzazione-secondo-giovanni-sartori#ixzz1z0P34WyJ

Il Corriere scopre la disoccupazione giovanile

Spiace osservare che la versione online del Corriere della Sera sta percorrendo da tempo un sentiero di progressivo imbastardimento della qualità delle notizie che pubblica.

Questa mattina l’homepage apre così:

Spesso i piccoli dettagli sono molto più eloquenti dei discorsi articolati: in questo caso basta leggere l’occhiello: “emergenza”. Così viene definita la disoccupazione giovanile. Come se fosse un problema transitorio, momentaneo, una situazione appunto emergenziale, mentre invece è una tragedia umana prima ancora che economica che ci portiamo dietro da più di dieci anni.

Probabile che chi ha scelto quel termine sia in buona fede, ma il problema rimane: non potremo mai avere una stampa di qualità senza una maggiore consapevolezza dell’importanza delle parole.

Il nuovo approfondimento politico del Corriere

C’era una volta il Governo Berlusconi, con tutti gli scandali sessuali e non che si portava dietro: una manna dal cielo per i giornali, che potevano riempire pagine e pagine di pettegolezzi sull’olgettina Tizia piuttosto che sulla barzelletta del giorno del premier. Niente di particolarmente interessante, niente di politicamente pregnante, ma alla fine il lettore si divertiva ed era contento.

Ora, col governo tecnico presieduto da Mario Monti, tutto questo è finito. è scomparsa la giungla umana che circondava il precedente governo, e con essa è scomparso il principale argomento affrontato da Repubblica e Corriere.

Meglio, si dirà, magari si decideranno ad iniziare a parlare di contenuti: più politica internazionale, più riflessioni teoriche sulla destra e sulla sinistra, più competenza nel trattare tematiche tecniche.

Invece no. Il Corriere, a quanto pare, è disperato. Tanto da ridursi a piazzare in homepage, come sesta notizia, qualcosa di cui forse avremmo anche fatto a meno.

Servizio Pubblico, Santoro sfonda. Ma convince?

Ieri è andata in onda la prima puntata di Servizio Pubblico, il programma in multipiattaforma ideato e condotto da Michele Santoro. Un successo, bisogna dirlo: le prime stime parlano del 14% di share, che significa terzo “canale” della serata, dopo RaiUno e Canale5.

Di questo 14% pare che il 12% sia riferito alle televisioni locali che hanno mandato in onda la trasmissione: il residuo 2% sarebbe direttamente imputabile agli accessi web (Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Corriere, ServizioPubblico.it, etc). Sono dati interessanti: grazie al nuovo progetto di Santoro le emittenti regionali, fino a questo momento schiacciate e sopraffatte dal duopolio RAI-Mediaset, hanno l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, paragonabile per share e ricavi pubblicitari alle televisioni mainstream – anche se bisogna tenere presente che con tutta probabilità le prossime puntate otterranno uno share minore, come sempre accade in questi casi.

Ma non è così facile come sembra: al momento, contrariamente a quanto scrivono in molti, un terzo polo non esiste. Un programma che va in onda una volta alla settimana, anche se fa ascolti da record, non può costituire una valida alternativa ad un palinsesto strutturato. Se Santoro vuole veramente creare una televisione indipendente, autonoma da RAI e Mediaset e capace di incidere sul dibattito pubblico in Italia, deve andare oltre il format “Raiperunanotte”, dove sono tutti felici e contenti per una sera, dopodiché per tutta la settimana seguente bisogna tornare a RAI e Mediaset.

Una televisione vera significa avere programmi a tutte le ore di tutta la settimana, o almeno avere un programma in ogni prima serata. Altrimenti la cosa non ha molto senso. Senza contare che il progetto attuale è economicamente inefficiente, nel senso che quando Servizio Pubblico è in onda, il sito del programma deve riuscire a gestire l’enorme traffico che lo riguarda, e dunque deve assicurarsi di avere una larghezza di banda sufficiente. Banda che rimane inutilizzata o utilizzata solo parzialmente nel resto della settimana, quando il traffico sarà sensibilmente inferiore.

Ottima l’idea dei sondaggi su Facebook: un bel modo per coinvolgere gli spettatori. Peccato che la qualità delle domande faccia cadere le braccia. Come quello qui sotto, ad esempio:

Qualcuno aveva dei dubbi su come sarebbe finito questo sondaggio? è serio un sondaggio che come opzione di risposta prevede “il governo se ne deve andare e basta“? Soprattutto, è significativo, tenuto conto del profilo politico medio di chi guarda Santoro? Cosa ci dice? Ci dice che chi guarda Servizio Pubblico vuole che il Governo si dimetta. Ma questo, come dire, lo sapevamo già.

Infatti la domanda non puntava a questo, puntava semplicemente a dare agli spettatori l’impressione che la loro opinione conti qualcosa. Mentre è proprio il contrario: il voto diventa un rito di massa, che si realizza compiutamente nell’imponente flusso di commenti che nessuno leggerà (proprio perché non sono fatti per essere letti).

Ecco perché Santoro non mi entusiasma: il populismo è la rovina dell’informazione.

Alberoni lascia

Un’ottima notizia per il Corriere, che si è finalmente liberato del suo editorialista più banale, noioso e insipido, un vecchio dispensatore di panzane che scriveva cose vecchie per un pubblico altrettanto vecchio. Lunedì è scaduto il contratto che lo legava al Corriere della sera, e finalmente se ne va in pensione.

Ora è il turno degli altri matusa come, ad esempio, Piero Ostellino e Giovanni Sartori.

 

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1,741 other followers

%d bloggers like this: