Tag Archives: crescita economica

Quando hai un sacco di soldi li butti dalla finestra: l’esempio della Cina

n questi anni la Cina come sapete è stata ed è interessata da una crescita impetuosa ed impressionante, per numeri e conseguenze sugli equilibri internazionali.

Come sempre accade in questi casi si è diffusa una certa saggistica divulgativo-scandalistica che profetizza per il paese della Grande Muraglia un futuro glorioso e costellato di successi: capostipite di questi saggi e Maonomics, di Loretta Napoleoni.

In realtà il Paese ha mille problemi, e

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/uno-dei-problemi-della-cina-ha-troppi-soldi#ixzz1zeE6ggX7

Oltre la nuova accisa sulla benzina: ecco le nuove tasse del Governo Monti

Dopo la nuova addizionale sulla benzina per finanziare la “riorganizzazione” della Protezione Civile sembra che il Governo punti decisamente sull’aumento della pressione fiscale come modo per far ripartire l’economia. Mah. Chissà Monti dove l’avrà letta, ‘sta cosa.

Siccome però sono un fervente patriota e mi riconosco pienamente nel nazionalismo da scuola elementare di Giorgio Napolitano, propongo una lista di future imposte a cui il Governo può, se vuole, attingere. Ovviamente la lista è aperta ai contributi dei lettori: la sezione dei commenti è pronta ad ospitarli.

- tassa del 5% sui preservativi: chi li usa non vuole fare figli e in questo modo danneggia lo Stato.

-accisa di 1 euro sull’acquisto di copertoni e materiale ciclistico: chi va in bicicletta usa meno la macchina e quindi si sottrae indebitamente al pagamento delle imposte.

-tassa sull’ascolto della radio, basata sulla consistenza del nucleo familiare

-imposta su chi evade le imposte: non paga le imposte riuscendo a sfuggire ai controlli. Non pagherà neanche questa ma noi almeno gli diciamo che dovrebbe pagarla e che se non lo fa è un cattivone.

-accisa di 2 euro su chi visita i siti di news: sta distruggendo l’industria culturale nazionale

-tassa del 10% su chi acquista ebook: vedi subito sopra.

-bollo di 123 euro sulle manifestazioni: creano tensione e dividono il Paese.

Questo per i prossimi mesi. Sono misure importanti e ci permetteranno di non fare un’altra manovra (fidiamoci!).

L’illusione della decrescita

Ultimamente la teoria della “decrescita felice” pare essere di gran moda, complice certamente il clima di incertezza che la crisi economica ha portato con sé.

Ampi settori della sinistra ne sono stati conquistati, e non è raro leggere articoli in cui si auspica un calo dei consumi o un ritorno ad uno stile di vita semplice e pre-industriale.

La polemica anti-industrialista ha più volte attraversato il pensiero politico progressista: basti pensare all’insistenza con cui alcuni ambienti dell’anarchismo (*) sostenevano, verso la fine del XIX secolo, la necessità di recuperare la prospettiva comunitaria delle società contadine.

Viene però da chiedersi dove vogliano portarci questi “decrescisti”: l’idealizzazione della società rurale potrà anche essere romantica e gradevole ad un primo sguardo, ma la sua applicazione politica avrebbe conseguenze nefaste, perché le radici contadine saranno anche pure ed innocenti, ma prima della rivoluzione industriale moltissimi “innocenti” morivano a quaranta o cinquant’anni.

L’accento posto sulla presunta superiorità etica della vita semplice e sul carattere immorale del consumismo mostra peraltro che quella della decrescita è una posizione religiosa più che economica, dato che si fonda su un’assunzione indimostrata: le risorse sono finite e dunque non è possibile avere una crescita infinita.

Come facciamo a dire che “le risorse sono finite”? In particolare, cos’è una “risorsa”? Possiamo definirla come ciò di cui l’uomo si serve per perseguire un determinato fine e dunque per soddisfare un determinato bisogno. Nel gergo economico si usa l’espressione “fattore produttivo”.

Il punto è che una risorsa è tale solo quando sappiamo in che modo e a che scopo usarla. La valorizzazione di una risorsa passa attraverso l’analisi e lo sfruttamento di alcune sue caratteristiche.

Ma cosa ci permette di analizzare e sfruttare queste caratteristiche? Rispettivamente, il metodo scientifico e il progresso tecnico: ignorare questi due fattori porta a raggiungere conclusioni affrettate.

Negli ultimi 250 anni svariati pensatori hanno sollevato la questione dell’esistenza di un limite alla crescita economica e tutti sono stati smentiti dalla Storia: il primo fu Thomas Malthus, nel 1798, che sosteneva che la popolazione mondiale avesse raggiunto un livello stabile, legato alla scarsità delle risorse a disposizione. Logica conseguenza della stabilità di quel livello era l’impossibilità di ottenere un salario superiore a quello di sussistenza. Tuttavia, pochi anni dopo la pubblicazione di queste tesi, la rivoluzione industriale si affermò in tutta la sua imponenza: la popolazione si moltiplicò e i salari aumentarono rapidamente, in barba alle profezie moralistiche malthusiane.

È inoltre curioso che il movimento per la decrescita abbia molti sostenitori in Italia, visto che il nostro paese è uno dei pochi nel mondo occidentale a non essere cresciuto negli ultimi dieci anni.

Le risorse non sono una categoria chiusa, ma il loro numero dipende, in ultima istanza, dal livello delle nostre conoscenze.

Ciò non implica che non vi siano risorse scarse: il primo caso che ci viene in mente è quello del petrolio. Ma se la risorsa è scarsa nel lungo periodo verrà usata in maniera intelligente perché il suo sfruttamento sarà regolato da un prezzo. Come mai negli ultimi anni c’è un’attenzione sempre maggiore all’efficienza energetica e dunque all’impatto ambientale? Certo non perché all’improvviso tutti siamo diventati ambientalisti, piuttosto perché il petrolio costa sempre di più e dunque è aumentato anche il prezzo della benzina. I decrescisti vogliono meno mercato e più “nonsisacosa”, mentre è proprio il mercato concorrenziale che garantisce l’allocazione efficiente dei fattori produttivi. Sia chiaro, non viviamo nel migliore dei mondi possibili: l’economia ha bisogno di una forte iniezione di concorrenza nei mercati dei trasporti, dell’energia e del credito bancario, mentre il sistema normativo deve essere riformato per garantire una maggiore apertura alla competizione e all’innovazione. Concretamente, ci servono una forte legislazione antitrust e una drastica limitazione della durata e del raggio d’azione dei brevetti. Ma questo significa agire in maniera opposta a quanto indicato da Latouche.

Infine, un appunto tecnico che potrà sembrare irrilevante ma non lo è: ogni impiego di risorse ha uno o più impieghi alternativi, quindi eliminare alcune nostre abitudini di consumo non implica necessariamente una diminuzione del PIL. Facciamo un esempio: tra i sostenitori della decrescita uno dei più comuni è quello dell’acqua in bottiglia. Se smettessimo di comprarla ed iniziassimo a bere quella del rubinetto, si sostiene, l’attività economica (e quindi il PIL) calerebbe, perché i supermercati non venderebbero più acqua, i camionisti non la trasporterebbero più, le industrie del settore non la produrrebbero più. Tuttavia il nostro livello di benessere, nonostante il calo del PIL, ne risulterebbe inalterato. Falso, non vi sarebbe alcun calo del PIL: avremmo a disposizione la somma che prima spendevamo per l’acqua in bottiglia e dovremmo decidere come usarla.

Ora, il denaro si può destinare a tre diversi utilizzi: consumo, risparmio e/o investimento. Quindi potremmo usare questa somma per comprare qualcos’altro, oppure, ad esempio, per finanziare l’avvio di una nuova impresa, o ancora potremmo versarla in banca. In tutti i tre casi qui descritti, il PIL non cala, anzi negli ultimi due è molto probabile che aumenti.

Questo per dire cosa? Per ricordare a tutti che per discutere con criterio di temi economici, un po’ di teoria bisogna averla studiata. Almeno qualche basilare concetto di micro.

La sinistra può vincere solo se fa della crescita economica un punto centrale del suo programma, mentre se la sua proposta politica è il ritorno ad una vita agreste e preindustriale è destinata a schiantarsi contro il muro della ragione.

* : Giacomo Brusco mi fa gentilmente notare che la nostalgia per il mondo rurale è una tematica presente nell’anarchismo classico ottocentesco, più che nell’anarco-comunismo kropotkiniano. Ho corretto di conseguenza XD

Storia dell’industrialismo italiano – Parte quarta: l’ENI e l’economia mista

Nasce e si sviluppa in questi anni il sistema italiano dell’economia mista, in cui l’industria pubblica affianca e sostiene la crescita dell’impresa privata. Tra i simboli dell’intervento dello Stato nell’economia spicca per rilevanza l’ENI di Enrico Mattei.

Nato nel 1906 a Acqualagna, nelle Marche, da famiglia umile, lascia il paese giovanissimo per andare a cercare fortuna a Milano. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale si unisce ai partigiani cattolici, di cui diventa presto uno dei leader. Si occupa di garantire i rifornimenti, i finanziamenti ed i contatti con gli Alleati: nel 1945, volente o nolente, è un personaggio di una certa caratura politica e viene nominato dal governo provvisorio commissario dell’AGIP, con l’incarico di liquidarla.

Mattei si rende conto del ruolo centrale che l’indipendenza energetica riveste nel percorso di sviluppo del Paese. Ci sono giacimenti di gas e di petrolio in territorio italiano che possono e dovrebbero essere sfruttati. Nel 1953 il Parlamento decreta l’atto di nascita dell’ENI: assorbe l’AGIP ed è sempre guidata da Mattei, che lascia il seggio di parlamentare per manifesta incompatibilità.

Inizia qui la politica terzomondista dell’azienda italiana e l’atteggiamento aggressivo nei confronti delle Sette Sorelle, le grandi imprese petrolifere americane. Mattei è fautore di una politica di divisione dei profitti più favorevole ai paesi produttori, in funzione anticolonialista e per sottrarre quote di mercato agli americani. è tra i primi nel mondo occidentale a concludere affari anche in Unione Sovietica.

A S.Donato Milanese crea il centro di Metanopoli, il quartier generale dell’ENI. Nonostante il successo internazionale dell’ENI, Mattei è politicamente dipendente dalla corrente democristiana che fa riferimento a Fanfani. Per assumere un peso politico autonomo fonda un quotidiano, il Giorno, che diventa presto famoso per la sua aggressività e la sua grafica innovativa: è su quelle pagine, fra l’altro, che Giorgio Bocca inizia la sua lunga carriera.

Grande corruttore, Enrico Mattei ha con i partiti un rapporto esclusivamente strumentale, è disposto a sfruttarli in ogni modo pur di realizzare i fini aziendali.

Mattei muore nell’ottobre del 1962, dopo essere decollato da Gela verso Milano. Quando l’aereo inizia le manovre per atterrare all’aeroporto di Linate, i contatti con la torre di controllo si interrompono e il velivolo si schianta al suolo. Stranamente l’aereo è completamente frantumato: è probabile che la tragedia sia stata causata dall’esplosione di un ordigno a bordo e non da un errore umano. Il caso è uno dei tanti episodi rimasti irrisolti della storia repubblicana, in tutti questi anni la magistratura non è riuscita a fare chiarezza sulla vicenda.

In comune con gli altri protagonisti del miracolo economico Mattei aveva la fiducia assoluta nel progresso, da conseguire tramite lo sviluppo industriale e modelli di produzione mutuati dall’esperienza americana. Un secondo tratto che lo lega a personaggi come Olivetti o Valletta è la grande attenzione alla comunicazione. Abbiamo già parlato del Giorno, ma non è l’unico caso. Incaricò il grande regista Joris Ivens di girare un film in difesa dell’Italia e del suo modello di crescita.

è evidente nella sua opera l’enfasi sulla necessità di creare grandi strutture di formazione dei lavoratori e dei dirigenti.

Mattei, insieme ad Olivetti, spinge per uno spostamento a sinistra della base parlamentare e degli equilibri politici italiani, ritenendola una precondizione per la definitiva realizzazione del progetto di rilancio del Paese.

Per Mario Monti le liberalizzazioni non sono una priorità

Leggo sul sito del Corriere che il pacchetto di liberalizzazioni di cui si è parlato nei giorni scorsi non farà parte dell’emendamento del Governo alla manovra. La presentazione di queste misure è infatti stata rimandata di un anno, con la sola eccezione della liberalizzazione dei farmaci di fascia C.

Sul resto sembra che l’esecutivo non voglia prendere provvedimenti. Come se sbloccare i mercati delle professioni e dei trasporti non fosse un passo necessario e non più rinviabile per riportare il Paese sul sentiero della crescita.

Ci siamo stancati di assistere alle grida e ai deliri della propaganda corporativa ogni volta che  qualcuno propone di scalfire, anche in minima parte, i granitici privilegi di cui godono queste categorie. Gli avvocati, i notai, i commercialisti, i farmacisti, i tassisti, svolgono la loro attività godendo e abusando della loro posizione dominante, posizione che non ha alcuna giustificazione teorica o pratica.

Le liberalizzazioni non sono un discorso secondario: senza concorrenza e competizione l’Italia non potrà mai tornare a crescere. Monti lo sa bene, è ora che agisca di conseguenza.

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