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La favola dei moderati

Tra i tanti difetti del lessico politico di casa nostra, uno mi ha sempre colpito: ostinarsi ad etichettare gli elettori leghisti e pidiellini come “elettorato moderato”. Cercando di spacciare all’opinione pubblica l’idea che votare Berlusconi sia un po’ come votare DC.

Ma come è possibile che tale definizione sia ancora in uso, dopo 18 anni di berlusconismo nefasto e di deliri leghisti? Chi vota per un partito che ha sempre avuto tra i suoi punti programmatici principali la delegittimazione della magistratura NON è moderato, e non lo è nemmeno chi crede nell’esistenza di una fantomatica nazione chiamata Padania.

Eppure in questi giorni di crisi del centrodestra i giornali più importanti scrivono in continuazione di scomparsa dello schieramento moderato. Uno schieramento morto da 20 anni.

Storia della Repubblica italiana – Parte quarta: crescita e miracolo economico

La dura sconfitta elettorale subita dalla DC nel 1953 provoca l’inasprimento dei contrasti interni al partito, diviso in due correnti guidate da Mario Scelba, ex ministro dell’Interno, e Amintore Fanfani. L’impossibilità di risolvere questa contrapposizione nel breve periodo porta alla formazione di un “governo d’affari” (cioè con il sostegno esplicito dei grandi industriali) presieduto da Pella. L’esperienza governativa di Pella finisce nel 1954, con la crisi  di Trieste,

Il governo di Mario Scelba si caratterizza per l’atteggiamento antisindacale ed anticomunista, nel solco della strategia da lui seguita in passato. Le discriminazioni nei confronti degli iscritti al PCI o dei suoi simpatizzanti, unite alla repressione dura e gratuita delle proteste sindacali, contribuiscono a creare un divario netto tra classe operaia e forze dell’ordine.

Proprio i suoi legami con la polizia sono all’origine di alcuni scandali che vengono trattati in maniera approfondita dalla stampa.

Lo scandalo Montesi è particolarmente sentito: Wilma Montesi, bella ragazza di umili origini, viene trovata morta sul lido di Torvaianica, seminuda, senza reggicalze. Dopo ripetuti tentativi di insabbiamento da parte delle forze dell’ordine, emerge una serie di torbidi intrecci tra alti dirigenti della DC, alta borghesia e parte della gerarchia ecclesiastica. Pietro Piccioni, figlio di Attilio Piccioni, alto dirigente della DC, tra i potenziali successori di De Gasperi, frequentava la villa di Ugo Montagna, ex marchese, poco distante dal luogo in cui era stato ritrovato il cadavere e sede di frequenti festini orgiastici. Piccioni e Scelba vengono costretti alle dimissioni. Secondo quanto riferito da Aldo Moro durante il suo sequestro, lo scandalo sarebbe stato “pilotato” da Fanfani per garantirsi la successione.

Scelba, poco prima di dimettersi, riesce a bloccare le indiscrezioni della stampa sullo scandalo Pisciotta, facendo trapelare indiscrezioni sui passatempi notturni di un dirigente comunista famoso per il suo atteggiamento moralista ed intransigente.

Durante gli anni Cinquanta la società italiana diventa a tutti gli effetti un paese industriale: tra il 1958 e il 1963 il tasso annuo di crescita del PIL supera il 6%. Contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi, lo sviluppo economico non si accompagna a fenomeni inflazionistici o a squilibri nella bilancia dei pagamenti. Possiamo distinguere due sottofasi, pre e post-58. La prima fase è caratterizzata dall’aumento della domanda interna, sostenuta dal massiccio intervento dello Stato nell’economia. A partire dal 1958 la nascita del mercato comune europeo permette all’economia italiana di intraprendere un sentiero di crescita basato in misura sempre maggiore sulle esportazioni.

Il sistema economico italiano venne definito da Eugenio Scalfari una “cometa”, avente il suo centro tra Torino e la Lombardia, la sua coda lungo la Valle Padana: i settori trainanti sono la meccanica, la petrolchimica, le automobili, gli elettrodomestici bianchi, la siderurgia.

Parallelamente al dualismo tra grandi e piccole imprese, ne esiste un altro tra imprese efficienti e non. Le imprese esportatrici sono efficienti, perché operano in mercati avanzati e devono fronteggiare la concorrenza; le imprese che vivono di mercato interno sono invece tendenzialmente inefficienti, producono prodotti di qualità abbastanza scarsa, con manodopera non particolarmente qualificata.

La storia e l’economia devono dialogare

Nella mia esperienza quotidiana di studente di economia mi capita a volte di pensare che l’esistenza di discipline separate, a compartimenti stagni, sia un ostacolo rilevante allo sviluppo delle scienze sociali. Non si illudano gli amici politologi e sociologi, sono sempre convinto che l’economia sia la materia a maggior tasso scientifico tra quelle che hanno come oggetto la società e le sue dinamiche: tuttavia credo che sia un peccato condannare gli studenti ad un approccio monodisciplinare. Il discorso vale in particolar modo rispetto agli studi storici.

Non so come funzioni negli altri paesi, ma in Italia, in omaggio alla visione hegeliana della cultura che domina gli ambienti accademici nazionali dagli inizi del Novecento, i corsi universitari di storia rientrano quasi sempre nella facoltà di letteratura. Si dà in questo modo allo studio della storia un carattere umanistico-letterario e non, come sarebbe logico, socio-economico. Diretta conseguenza di questo approccio è da una parte la scarsa preparazione dello storico in materia economica, dall’altra la creazione di generazioni di economisti molto preparati tecnicamente ma spesso incapaci di declinare sul piano pratico (quindi anche alla luce dell’analisi storica) i principi teorici.

Nel nostro Paese si è sempre stati convinti, a livello di opinione pubblica, della superiorità della cultura umanistica su quella tecnico-scientifica: una convinzione istituzionalizzata da Giovanni Gentile durante il fascismo, a cui il liberalismo italiano non ha saputo o voluto opporsi. Questa impostazione idealistica è rimasta inalterata anche con l’avvento della Repubblica, ed anzi è stata fatta propria dalle forze di sinistra che l’hanno recepita nella forma staliniana della superiorità della politica sull’economia, cioè nell’idea che la volontà delle masse e l’ideologia socialista fossero di per sé sufficienti a modificare i rapporti economici nella direzione desiderata, a prescindere dalla situazione di partenza.

I tragici risultati a livello internazionale sono ben noti, su tutti “il grande balzo in avanti” voluto da Mao. In Italia abbiamo avuto la concezione della spesa pubblica come sedativo delle tensioni sociali, per garantire alla DC il controllo del Paese e per contrastare l’ascesa delle sinistre. Il tutto finanziato col ricorso massiccio ed indiscriminato al debito. La tendenza a mostrare solennemente l’obbiettivo da raggiungere senza indicare contestualmente le risorse che si vogliono utilizzare a tale scopo è ancora oggi diffusissima (Berlusconi  ci ha edificato la sua fortuna politica ed economica). Proprio questa tendenza esprime in maniera efficace i danni provocati da un approccio umanistico a problemi socio-economici.

Cambiare questo approccio in ambito accademico potrebbe contribuire a creare, nel lungo periodo, una classe dirigente meno dogmatica e idealista, più competente e razionale.

L’attualità della Resistenza

Forse quando parliamo di Resistenza e di 25 aprile dovremmo fermarci un attimo, pensare a quanto effettivamente quello resistenziale sia stato un movimento nazionale. La risposta purtroppo è che non lo è stato: sicuramente si è trattato di un movimento popolare, che ha coinvolto parte degli italiani del Nord, ma è mancata una vera partecipazione di massa.

Ad uno sguardo attento e oggettivo oggi la Resistenza appare il risultato di una minoranza illuminata, che è riuscita a liberare l’Italia con l’aiuto determinante degli Alleati, ma non è riuscita a modificare le strutture profonde dello Stato, che sono rimaste fasciste per molti anni e in parte lo sono ancora.

Non voglio con quest’osservazione sminuire l’importanza della celebrazione del 25 aprile: mi sembra però opportuno far presente che il miglior modo di ricordare il sacrificio dei partigiani e di riaffermare l’antifascismo nella vita pubblica quotidiana è procedere senza paura nell’opera di “defascistizzazione” del Paese, sul fronte dei diritti civili come su quello delle libertà economiche.

Dobbiamo recuperare lo spirito dei Padri Costituenti più accorti e sinceramente riformisti: Terracini, Calamandrei, gli azionisti. Uno spirito che è stato presto accantonato dal lungo regno della DC e schiacciato dal cattocomunismo imperante, ma di cui ora abbiamo disperatamente bisogno.

Buon 25 aprile.

Gli appunti di Storia della Repubblica in pdf

Stesso discorso fatto per quelli di storia dell’industrialismo.

Il pdf lo trovate qui.

Storia della Repubblica italiana – Parte terza: la fine del centrismo

Anche dopo l’attentato a Togliatti, l’atteggiamento massimalista del PCI. funzionale al mantenimento dell’unità del movimento e mai sfociato in un atteggiamento eversivo, non fa che rafforzare l’isolamento in cui i comunisti si trovano: un rapporto di forze che rimarrà immutato fino al 1992, condannando il PCI a svolgere il ruolo di perenne opposizione.

Nel 1949 l’Italia aderisce al Patto Atlantico: è lo stadio conclusivo del percorso che porta definitivamente il nostro paese a far parte del blocco occidentale. Il Patto Atlantico sconfessa di fatto il progetto universalista dell’ONU. Le Nazioni Unite nascono infatti come organizzazione che propone una politica internazionale basata su accordi dal respiro mondiale e non più su patti bilaterali e multilaterali.

Nel 1944 Fausto Gullo, ministro comunista, aveva emanato dei decreti che assegnavano ai contadini terreni da coltivare, ma nel 1946 i decreti Segni cancellano i decreti Gullo e restituiscono le terre alle classi dominanti. Negli anni seguenti le proteste popolari si moltiplicano e il malcontento si diffonde anche nelle grandi città. Tra il 1949 e il 1950 viene varata da De Gasperi la riforma agraria, per garantire una distribuzione delle risorse più equa e  per procurare alla DC il sostegno dei contadini. Il provvedimento tuttavia è un parziale fallimento, perché le terre assegnate sono troppo piccole per essere economicamente efficienti, non vengono create cooperative né aziende di produzione. La strategia governativa non punta a rendere il Meridione una zona industrializzata, ma ad innalzare il livello di vita ed il potere d’acquisto della popolazione tramite trasferimenti regolari, in modo da creare un mercato di sbocco per i prodotti delle industrie settentrionali. La Cassa del Mezzogiorno, nata nel 1950 e inizialmente destinata a chiudere nel 1970, diventa invece una caratteristica strutturale del sistema economico nazionale. Ezio Vanoni vara un’importante riforma fiscale, che rende obbligatoria la predisposizione della dichiarazione dei redditi e abbassa drasticamente le aliquote, in particolare quelle sui redditi medi (artigiani, commercianti, liberi professionisti passano dal 42% al 14%). I controlli sono più frequenti e il rischio di essere scoperti molto maggiore: la filosofia è “pagare meno per pagare tutti”.

Le amministrative del 1951 e del 1952 vedono il calo della DC, che sembra sempre meno capace di aggregare il consenso dei cittadini. Per cercare di mantenere il governo del paese De Gasperi e Scelba fanno approvare la cosiddetta “legge truffa”, che assegna un premio di maggioranza alla coalizione che ottiene il 50% +1 dei voti. La legge è truffaldina perché la DC è l’unico partito in grado di dare vita ad una coalizione maggioritaria. Il progetto legislativo passa l’esame delle Camere ma alle elezioni del ’53 l’alleanza guidata dalla DC manca il quorum per pochissimi voti: è la fine della carriera politica di De Gasperi e il tramonto del progetto centrista.

Storia della Repubblica italiana – Parte seconda: il referendum, la costituente e la nascita della Repubblica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene costituito un governo di unità nazionale che vede il contributo di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi. Presto però emergono contrasti importanti sulla data delle elezioni: i moderati, guidati dalla DC, vogliono che le amministrative si tengano prima delle politiche, per potersi contare e avere un’idea dei rapporti di forza in gioco. Le sinistre invece vogliono andare subito a elezioni politiche per sfruttare l’onda lunga post-resistenziale a loro vantaggio.

Ferruccio Parri, presidente del consiglio, sposa la posizione della sinistra: la DC reagisce e provoca la caduta del governo. Enrico De Nicola nomina nuovo premier De Gasperi. Viene scelta la data del 2 giugno 1946 per l’elezione della Costituente e lo svolgimento del referendum istituzionale: è in ballo la scelta tra repubblica e monarchia.

La campagna elettorale è intensa e aspra: la DC si richiama alla tradizionale triade valoriale “Dio, Patria e Famiglia”, il PCI punta ad emergere come il rappresentante degli interessi dei lavoratori. I risultati delle elezioni vedono l’affermazione della Democrazia Cristiana, che ottiene 207 seggi. Bisogna comunque notare che le forze socialcomuniste, unite, arrivano a 219 seggi, il 4% in più della DC. Sono significativi, al di fuori dei due blocchi ideologici, i successi conseguiti dal partito monarchico (4%) e dal Fronte dell’Uomo Qualunque (oltre il 5%).

Per molti italiani dopo il 1945 la guerra non è finita: si stima che vi siano stati tra i 10.000 e i 15.000 morti. Questa “violenza inerziale” è dovuta anche al fallimento del processo di disarmo generalizzato che viene avviato dagli Alleati: molti partigiani al termine del conflitto non consegnano le loro armi. Nell’alta Emilia si verificano molti fatti di sangue a danno di aristocratici e proprietari terrieri: la zona diventa conosciuta col nome di “Triangolo della Morte” e viene pacificata solo nel 1948.

L’economia è in seria difficoltà: l’industria si sta lentamente riprendendo, ma l’inflazione è a doppia cifra, nel 1946 raggiunge il 35%.

I risultati delle elezioni della Costituente testimoniano l’enorme consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana: all’interno del partito c’è chi comincia a considerare l’ipotesi di estromettere i comunisti dal governo. Si tratta però di un’ipotesi che rimane minoritaria fino a maggio del 1947, perché i democristiani vogliono approvare l’art. 7 della Costituzione e “costituzionalizzare” in questo modo i Patti Lateranensi. Tutti i partiti laici sono contrari, PSI compreso, quindi la DC ha bisogno dei voti comunisti. Dopo l’approvazione dell’art. 7 infatti il governo cade e ne viene costituito uno senza la presenza dei comunisti.

il 1 maggio 1947, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano sparano su una folla di contadini che stanno assistendo ad un comizio celebrativo, pochi giorni dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali. Il bilancio è gravissimo: 11 morti e 27 feriti. Appare subito chiaro che le responsabilità della strage vanno oltre l’iniziativa personale di Giuliano, e rientrano in una trama opaca probabilmente gestita dal ministro dell’Interno Scelba.

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