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Su Monti, Berlusconi e ciò che ci aspetta

Alcune riflessioni sparse sulla giornata di oggi; prendetele come dei semplici spunti, non sono nelle condizioni di scrivere un post organico né credo che avrebbe senso farlo.

-Mario Monti, com’era ragionevole aspettarsi, non si candida col Terzo Polo ma si dice disponibile a guidare un governo appoggiato dalle forze politiche che volessero condividere la sua agenda programmatica. Ovviamente Monti si sta rivolgendo a Bersani, a poco gli servono Casini e gli altri spacciatori di nulla senza il sostegno del PD.

-La campagna elettorale è iniziata da un po’ e si vede, molti membri del PDL oggi si davano parecchio da fare: su Twitter Antonio Palmieri ripeteva la storiella delle riforme bloccate dalla sinistra, mentre è stata proprio la destra a bloccare le liberalizzazioni e a sabotare i provvedimenti anti-corruzione. Lo stesso Palmieri poi ironizza sulla presunta subalternità di Monti ai disegni della Merkel: peccato che l’idea criminale di imporre il pareggio di bilancio nel 2013 fosse stata proposta dalla psichedelica coppia Berlusconi-Tremonti nell’estate del 2011, quando i due guidavano il Paese con l’incompetenza che li contraddistingue.

-L’IMU resterà ed è giusto che resti. Fatevene una ragione. Può essere rimodulata e resa più progressiva ma non verrà abolita. Un’imposta sulla casa esiste in tutti i paesi europei; l’IMU è alta? Prendetevela con Berlusconi, che nel 2008 abolì l’ICI. L’IMU nasce per rimediare a quel danno.

-Su Twitter oggi qualcuno ha trovato demagogiche le parole di Monti sugli evasori, accusati di “mettere le mani nelle tasche degli altri italiani”. Secondo questi liberali della domenica, se il recupero dell’evasione non va nella riduzione delle tasse prendersela con gli evasori é demagogico. Quando ci si deciderà a dire che l’evasione fiscale è SEMPRE da condannare??

-La mia idea è che Monti abbia fatto l’unica cosa che gli convenisse fare: ritirarsi dalla mischia ed alzare la posta in gioco. Così facendo, non a caso, assume l’atteggiamento distaccato e pensoso di chi punta ad un incarico super partes: la Presidenza della Repubblica.

-Questo Governo non ha fatto granché in questi mesi e la consistenza dell’agenda che Monti oggi ha messo a disposizione della politica stona con i miseri risultati dell’Esecutivo: nessuna legge elettorale, nessuna riforma di ampio respiro, nessuna seria revisione della spesa, nessuna liberalizzazione. La domanda che dovremmo farci è: era ragionevole aspettarsi qualcosa di diverso da un governo appoggiato da una maggioranza emergenziale composta da PDL, PD e UDC?

Il suicidio di Alfano

Alfano annulla le primarie perché Berlusconi si ricandida:

«Le primarie non ci saranno più perché non c’è bisogno di una successione, c’è Berlusconi in campo. Berlusconi vuole tornare in campo da protagonista: è il detentore del titolo e ha il diritto di difenderlo. L’astensione di oggi è il segno evidente di un nostro disagio per come stanno andando le cose nel nostro paese. Noi abbiamo sempre detto che non vogliamo far precipitare il paese con un esercizio provvisorio: la legge di stabilità non è a repentaglio. Domani alle 10.30 mi recherò dal presidente della Repubblica a riferire della situazione»

Quasi stupefacente la dedizione al padrone di questo signore: in pochi secondi distrugge quel che rimaneva della sua già misera credibilità e delle sue ambizioni politiche per lasciare spazio ad un 76enne che non si rassegna ad abbandonare la scena.

Chissà cosa stava pensando in quel momento.

Il finanziamento pubblico alla cultura è di destra

è giusto che lo Stato finanzi il settore culturale, direttamente con appositi stanziamenti o indirettamente con agevolazioni fiscali di vario tipo?

Ogni volta che spuntano proposte di tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, registi, attori, artisti ed intellettuali annunciano agitazioni, scioperi e manifestazioni per difendere “il diritto alla cultura”: ma veramente i tagli mettono in pericolo questo diritto? Chi vieta loro di continuare a fare cultura senza prendere soldi dallo Stato?

I piccoli imprenditori che producono macchinari, arredi per la casa, lavandini e bidet non hanno a disposizione un fondo unico a loro dedicato: perché allora chi opera nell’industria culturale  pretende che lo Stato sussidi la loro attività?

La sensazione è che questi signori siano convinti della superiorità morale del loro lavoro rispetto ad altre occupazioni. Questa è la prima ragione per cui finanziare teatro, cinema e arte con i soldi pubblici è di destra; si fa passare l’idea che alcuni mestieri siano migliori di altri, che siano dedicati al perseguimento di una “missione” superiore: in particolare, si afferma la superiorità del lavoro intellettuale su quello manuale, dell’attore teatrale sull’idraulico, del regista sul panettiere.

A me hanno insegnato una cosa diversa, mi hanno insegnato che lo Stato non deve discriminare una persona sulla base del lavoro che svolge. Ognuno contribuisce al benessere della società attraverso lo svolgimento di una certa attività, a seconda del suo talento, delle sue capacità e di mille altre variabili. Il valore di ogni attività economica è ricavabile dal prezzo di vendita dei suoi frutti. Se i lavoratori della cultura sono così convinti dell’importanza di quel che fanno, perché non rinunciano ai finanziamenti e non alzano i prezzi?

Qui arriviamo al secondo motivo, che è squisitamente economico. Qual è l’effetto redistributivo del finanziamento pubblico all’industria culturale?

Il ragionamento è molto semplice: i finanziamenti pubblici coprono parte dei costi delle imprese che li ricevono e permettono quindi di praticare prezzi più bassi. Chi gode di questi prezzi bassi? Gli utenti. E chi sono gli utenti dei prodotti culturali?

Solo chi è ricco o benestante può permettersi di andare spesso a teatro, al cinema o alle mostre d’arte. Da dove arrivano i soldi per la cultura? Arrivano dalla fiscalità generale, che attualmente ha di fatto una struttura regressiva, se consideriamo che i redditi da capitale non rientrano nel computo dell’IRPEF. Quindi, a dispetto di tutte le belle parole, oggi il finanziamento pubblico alla cultura sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Questo perché, che vi piaccia o no, i poveri a teatro non ci vanno, hanno altro a cui pensare. Vogliamo che anche i più indigenti abbiano accesso alla cultura? Bene, allora possiamo sussidiare il loro consumo introducendo ad esempio una detrazione o una deduzione parziale o totale del costo degli spettacoli dal reddito, oppure praticando degli sconti direttamente alla cassa, sempre tarati sul reddito. Ci sono tanti modi per rendere i prodotti culturali accessibili a tutti, quello attualmente in vigore non solo non funziona, ma ha un effetto redistributivo veramente odioso.

Se volete un sistema regressivo, un sistema cioè in cui il ricco versa allo Stato in proporzione meno del povero e riceve in proporzione di più, siete liberissimi di dirlo, ma non venite a dirmi che è una cosa di sinistra: è solo un modo per foraggiare gli artisti e far risparmiare i ricchi a spese del contribuente.

Precisazione: in seguito alle osservazioni di alcuni lettori, vorrei far presente che in questo post per “finanziamenti pubblici alla cultura” intendo sostanzialmente quelli a teatro e cinema, quelli contenuti nel FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), non mi riferisco alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, settore che invece soffre di un cronico sottofinanziamento e di una pessima gestione delle poche risorse a disposizione.

Arrivano le “berliste” civiche

Come anticipato nei giorni scorsi dalla stampa, ecco che arrivano le prime liste civiche berlusconiane, che affiancheranno il PDL per cercare di arginarne il crollo e per recuperare almeno parte dei voti andati a Grillo.

è praticamente impossibile che Berlusconi torni al Governo, ma queste liste potrebbero comunque garantirgli una presenza parlamentare importante e quindi la possibilità di essere, se non il vero e proprio ago della bilancia, un soggetto dotato ancora di un certo peso politico. Non sottovalutiamole.

Come sarà l’Italia nel 2013?

Ne parlo su Linkiesta:

Il Movimento 5 Stelle ha avuto grande successo alle elezioni amministrative di quest’anno anche grazie ad un programma genericamente localista e post-ideologico, perfetto per delle elezioni che, almeno negli ultimi anni, sono poco legate alle dinamiche nazionali.

è dubbio che il partito fondato da Grillo possa ottenere le stesse percentuali anche nel 2013: ciò che è certo è che….

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/l-italia-nel-2013#ixzz1wveTDT9m

La favola dei moderati

Tra i tanti difetti del lessico politico di casa nostra, uno mi ha sempre colpito: ostinarsi ad etichettare gli elettori leghisti e pidiellini come “elettorato moderato”. Cercando di spacciare all’opinione pubblica l’idea che votare Berlusconi sia un po’ come votare DC.

Ma come è possibile che tale definizione sia ancora in uso, dopo 18 anni di berlusconismo nefasto e di deliri leghisti? Chi vota per un partito che ha sempre avuto tra i suoi punti programmatici principali la delegittimazione della magistratura NON è moderato, e non lo è nemmeno chi crede nell’esistenza di una fantomatica nazione chiamata Padania.

Eppure in questi giorni di crisi del centrodestra i giornali più importanti scrivono in continuazione di scomparsa dello schieramento moderato. Uno schieramento morto da 20 anni.

PD, ora o mai più

Questo è il momento giusto. Con la destra a pezzi e il Terzo Polo ormai scomparso, la Lega fortemente ridimensionata, il PD ha retto l’impatto di queste amministrative. Ma non può illudersi di reggere alle legislative dell’anno prossimo, se non si dimostrerà capace di dare voce e spazio alla società civile e alle sue aspirazioni.

Le strade percorribili sono solo due: la prima, da percorrere con la solita, scarsissima classe dirigente che continua a perdere da 20 anni, conduce alla batosta elettorale ed alla crisi politica definitiva; la seconda, aperta da un rinnovamento programmatico e dirigenziale, può condurre alla vittoria e può dare il via ad una grande stagione di riforme.

Ovviamente le vecchie carampane del partito non hanno la minima intenzione di abbandonare i loro scranni. La decisione spetta ad altri, in particolar modo ai vari Civati, Renzi, Serrachiani, Orfini, Fassina: mettano momentaneamente da parte le divergenze ideologiche, costringano la generazione sessantottina a cedere le redini.

Azzeramento dei vertici e primarie. Da qui bisogna partire se si ha l’ambizione di diventare forza di governo. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, è vero. Ma non è impossibile, ci vuole solo un po’ di coraggio.

Amministrative, la destra crolla, Grillo trionfa, il PD tiene: e ora?

I risultati delle amministrative sono chiari, nonostante tutte le acrobazie retoriche di questi giorni: la destra ha preso una mazzata colossale, il Movimento 5 Stelle ha riscosso grande successo, il PD ha sostanzialmente tenuto, il Terzo Polo non esiste.

Tutte cose ampiamente prevedibili, a dispetto dello stupore dei giornali: sul Movimento 5 Stelle Fabio Chiusi era stato molto chiaro, nei giorni scorsi. La divisione della destra e la sua crisi politica prima che elettorale sono temi che avevo già toccato in passato:

Un aspetto positivo del governo tecnico è che ha spaccato il centrodestra, causando una crisi dalla quale forse può nascere qualcosa di vagamente somigliante ad una destra europea. Questo a condizione che Casini, Rutelli e Fini non siano così fessi da lasciarsi scappare la ghiotta occasione – ma probabilmente lo sono.

L’unico “dettaglio” è che i tre dell’Ave Maria citati qui sopra non sono stati in grado di prendere il posto del PDL. Peggio per loro. La clamorosa sconfitta della destra è dovuta essenzialmente al crollo del castello di carte su cui ha costruito la propria strategia politica in questi anni: la diminuzione della pressione fiscale e il federalismo. Il PDL, dopo anni di promesse di abbassare le tasse, è stato costretto ad alzarle, in fase di approvazione dei decreti del governo tecnico. La Lega, a fronte di 20 anni di propaganda, di grida e di proclami non solo non ha ottenuto nulla, ma con gli ultimi scandali ha perso anche la sua reputazione residua di partito di “duri e puri”.

Il Movimento 5 Stelle ha pescato soprattutto tra gli elettori scontenti di destra e tra coloro che altrimenti si sarebbero astenuti: possiamo continuare a criticare Grillo quanto vogliamo, ma dobbiamo tenere presente che il Movimento è altro, che ci sono persone motivate e competenti animate da uno spirito ben lontano dall’antipolitica. Il PD dovrebbe finirla di litigare con Grillo sul metodo senza affrontare le questioni di merito: è una strategia inefficace perché è palesemente pretestuosa. Se i grillini hanno il successo che hanno è anche perché i loro elettori sono stanchi di vedere sempre gli stessi candidati, sempre gli stessi programmi che non vengono mai applicati. Questa sfiducia generalizzata non va sottovalutata, perché può portare il 5 Stelle direttamente al governo. E le loro posizioni in materia economica sono semplicemente folli, della serie “il debito non lo paghiamo”, per intenderci. Sfortunatamente sembra che non soltanto i politici, ma anche molti giornalisti facciano fatica ad afferrare il concetto. Ieri Massimo Franco sul Corriere ha scritto:

E emerge come nuovo, sorprendentemente grande contenitore della protesta il movimento Cinque stelle del comico-predicatore Beppe Grillo: una miscela trasversale di mobilitazione dei blog, estremismo e voglia di spazzare via tutto: dall’euro, a Monti, ai partiti che lo sostengono.

L’errore sta nell’associare Grillo al mondo dei blog: è una semplificazione terribile, dimostra una comprensione praticamente nulla del fenomeno. I grillini non vanno bene perché sono presenti sulla Rete, ma perché sono presenti nelle strade, perché offrono risposte (giuste o sbagliate, non importa) ai problemi dell’elettorato.

Che fare, dunque? Ha ragione Caldarola, oggi su Linkiesta: la sinistra non deve illudersi di avere la vittoria in pugno, perché se è vero che il PD ha retto (e questo è in effetti sorprendente), dobbiamo considerare che derivare conclusioni nazionali da elezioni locali può essere fuorviante. Alle politiche l’astensionismo sarà minore, la competizione elettorale sarà più aspra e la presenza di temi più “generali” potrebbe modificare le preferenze degli elettori. La sinistra deve quindi dare messaggi chiari e definiti: una proposta politica unitaria e a vocazione maggioritaria che riunisca tutte le anime riformiste, un programma condiviso, un candidato sostenuto da tutti.

Facile a dirsi, meno a farsi. Perché, in fondo, il problema è uno solo: ci sono ancora riformisti a sinistra?

L’abbandono di Sarkozy, lo spread culturale tra Europa ed Italia

Dopo la sconfitta contro Hollande, Nicolas Sarkozy lascia. Non sarà più il leader dell’UMP, non si candiderà alle amministrative né in altre occasioni e non assumerà più ruoli dirigenziali nel partito. Si ritira dalla politica attiva.

Forse, al di là di tutte le analisi della vittoria socialista, per le quali c’è sempre tempo, la differenza vera, lo “spread” culturale che si affianca a quello economico sta tutto qua: Sarkozy  perde le elezioni e si dimette. Perché anche se è un arrogante, anche se ha idee che disprezzo, dimostra un rispetto verso il partito, lo Stato e i cittadini che i nostri politici non riescono nemmeno a concepire.

Forse gli altri sono già europei, è che noi siamo rimasti italiani.

La Lega riesce sempre a superarsi. In peggio.

Si sa, la politica italiana non è esattamente un modello, per usare un eufemismo piuttosto pesante. è quella in cui emergono in maniera più drammatica tutti i difetti dei sistemi democratici (la visione miope dei politici, la memoria corta degli elettori, la ricerca del consenso a scapito del benessere generale) senza che siano bilanciati dai pregi.

Eppure a volte si rimane sbalorditi davanti al comportamento criminale di certi individui, comportamento che viene sostanzialmente accettato dai militanti, dagli elettori e dai simpatizzanti. Parliamo di Umberto Bossi, che ha annunciato la propria candidatura a segretario della Lega Nord, dopo aver lasciato l’incarico poche settimane fa. Nel frattempo Maroni cerca di mascherare la sua inettitudine strillando ai quattro venti la nuova proposta del partito: la rivolta fiscale. Ecco come la sintetizza il Corriere:

«Aliquota zero sulla prima casa, licenziare Equitalia e, per i sindaci più coraggiosi, intervenire sul patto di stabilità»

Dei veri briganti. Fanno propaganda elettorale sull’IMU sapendo benissimo che quell’imposta è stata introdotta dal Governo Monti per rimediare al buco creato dall’abolizione, nel 2008, dell’ICI sulla prima casa. Misura che fu votata anche dalla Lega, quando ancora era al governo con Berlusconi. Tra le altre cose, con tutte le imposte che si potevano eliminare, pidiellini e leghisti decisero di togliere proprio quella che andava ai Comuni. Alla faccia del federalismo. Ma questo, ovviamente, ai militanti non lo si è detto.

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