La stampa italiana, che si concentra in maniera quasi ossessiva sul gossip politico di casa nostra, ne parla molto poco, ma alcuni paesi europei (in particolare Svezia e Germania) stanno assistendo all’affermazione elettorale del Partito Pirata, nato nel 2006 in Svezia come “braccio politico” di The Pirate Bay, che sta emergendo tra i partiti di “sinistra” per le sue posizioni libertarie sul copyright, sull’informazione e sulla privacy del consumatore.
Ne parla invece GigaOm in un bell’articolo (in inglese), che riassume la storia del movimento, il suo programma politico e le questioni aperte tra i militanti e gli iscritti.
Peccato che questo partito vada forte nei paesi citati sopra, ma sia praticamente inesistente nell’Europa meridionale. In Italia il Partito Pirata, per quel poco che ne so, mi sembra un partitino vetero-comunista, libertario e concorrenzialista soltanto per ciò che concerne il diritto d’autore, non in campo economico, ad esempio. Non so bene a cosa attribuire questa differenza: sicuramente non si tratta soltanto di un divario nella diffusione di Internet e della cultura digitale, che pure esiste ed è rilevante. Più probabilmente credo che ciò che ci manca sia la capacità di organizzarci: laddove in Germania la politica è responsabilizzazione del cittadino, da noi si risolve nella sua irreggimentazione in scatole ideologiche, da cui ci sembra quasi un “peccato” scappare. Tant’è vero che parole come “traditore”, “ingrato”, “venduto” sono molto usate nel dibattito pubblico.
