Il grafico che vedete è stato postato su Twitter da Joseph Weisenthal, Deputy Editor di Business Insider. Mi sembra particolarmente significativo: stando alle previsioni, intorno al 2050 l’Asia produrrà una percentuale del PIL mondiale paragonabile a quella che produceva nel 1700. Le date non sono casuali e ci aiutano a comprendere meglio il fenomeno. La globalizzazione non è la manifestazione di forze legate alla massoneria o a misteriosi circoli plutocratici, è semplicemente il “prodotto” del modo in cui l’Occidente si è sviluppato dalla fine del ’700 alla metà del ’900: soltanto grazie alle loro politiche colonialiste le potenze europee e gli USA hanno potuto beneficiare in maniera esclusiva della rivoluzione industriale in atto.
L’internazionalizzazione del commercio e la globalizzazione dei mercati sono fenomeni “naturali”, nel senso che riportano in equilibrio un sistema che prima garantiva agli occidentali profitti monopolistici o oligopolistici. Attenzione, non sto parlando di mercati in cui il tasso di concentrazione e i rapporti di forza tra i concorrenti dipendono dalla dislocazione geografica delle materie prime (ad es. il mercato petrolifero): parlo di beni che possono essere prodotti ovunque, come i vestiti o alcuni alimenti, per fare qualche esempio.
In questi campi la feroce concorrenza asiatica di cui ora tutti si lamentano altro non è che l’effetto di forze che erano state a lungo imprigionate dalle politiche commerciali predatorie di paesi come l’Impero Britannico, la Francia o la Spagna.
In parole povere, la globalizzazione non sta soltanto aumentando il reddito mondiale, ma lo sta anche redistribuendo. In maniera sicuramente imperfetta e migliorabile, certo, ma sta “riparando” ai danni che noi occidentali abbiamo fatto in 100 anni di dominio coloniale.
Questo fenomeno, il grafico sopra, lo mostra molto bene. Le nostre economie stanno certamente soffrendo questa fase di transizione, ma il futuro sarà più stabile. Il problema è che le difficoltà della globalizzazione vanno a sommarsi a quelle della crisi del debito in atto. Uscire da questa crisi quanto prima è quindi la precondizione per affrontare al meglio le sfide che il riequilibrio economico mondiale ci propone.
Ma fare i no-global e allo stesso tempo pretendere di difendere gli interessi dei paesi del Terzo Mondo è impossibile: i paesi in via di sviluppo (ma anche quelli sviluppati) hanno tutto da guadagnare dall’apertura dei loro paesi al commercio internazionale. Appoggiare le politiche basate esclusivamente sul localismo nuoce tanto ai “poveri” quanto agli stessi “ricchi”. In sostanza, è stupido.

