Vi segnalo un interessante articolo di Bernardo Valli a proposito dell’exploit delle formazioni islamiste alle elezioni egiziane. Elezioni che restituiscono un panorama politico sorprendente e dagli sviluppi incerti.
Il successo dei Fratelli Musulmani era annunciato, e in effetti anche comprensibile. Come in Tunisia, dopo decenni di dittatura laica, i ceti popolari probabilmente sono diffidenti rispetto ai partiti liberali e non religiosi. Molto più preoccupante invece è l’ottimo risultato conseguito da Al Nur, il partito islamista più reazionario e conservatore, appoggiato dall’Arabia Saudita, che si sarebbe attestato oltre il 20%. Le posizioni politiche di Al Nur sono incompatibili con i valori liberaldemocratici. Cito dall’articolo di Repubblica:
Al Nur esprime un Islam politico intransigente. Proibisce l’alcol, non riconosce l’emancipazione delle donne, vuol dare un’impronta religiosa all’educazione dei giovani, ed esige che i principi della Sharia, la legge islamica, dominino la Costituzione repubblicana. Di recente lo Sheikh Hazem Shuman, ascoltato esponente salafita, ha fatto irruzione in un’università dove si teneva un concerto e ha invitato i presenti ad andarsene, sostenendo che ascoltare quella musica fosse un peccato. È salito sul palco e si è presentato come un medico che cura l’Egitto ammalato di cancro.
L’impressione è che sia possibile dialogare coi Fratelli Musulmani, ma sia impossibile farlo con gli integralisti. I militari a questo punto potrebbero paradossalmente diventare un baluardo a difesa delle libertà individuali, contro l’invadenza dell’Islam politico. Una situazione molto simile a quella turca.
Una cosa è certa: noi occidentali probabilmente non abbiamo compreso fino in fondo le dinamiche della rivoluzione. Soprattutto non ci aspettavamo il trionfo dell’islamismo in Egitto, non in queste proporzioni. Siamo stati ingannati dalle manifestazioni di Piazza Tahrir e di Tunisi. Naturalmente sapevamo e sappiamo che i rivoluzionari sono sempre una sparuta minoranza, e quasi sempre NON rappresentano l’orientamento politico della popolazione. Allo stesso tempo non pensavamo che gli islamisti potessero raggiungere il 60% (considerando i Fratelli Musulmani più Al Nur). Può darsi che questo sia dovuto al nostro tentativo di analizzare il contesto dimenticando di farne parte. Come biasimare, in fondo, chi ha votato per i teocratici? Abbiamo appoggiato per anni regimi dittatoriali LAICI giustificando questo appoggio con l’esigenza di garantire la stabilità e di evitare la proliferazione del terrorismo e dell’integralismo, e così facendo abbiamo creato i presupposti per la loro diffusione.
Quali conseguenze avrà la nostra condotta passata sulle relazioni future? è possibile immaginare che Al Nur si sposti su posizioni moderate?
Soprattutto, come mai la democrazia nei paesi islamici sembra doversi sempre conformare al modello turco? Perché non si riesce ad immaginare un panorama politico differente da quello che vede contrapposti militari laici e civili islamisti?
Possiamo azzardare alcune risposte: i militari sono molto potenti perché sono una delle poche strutture burocratiche stabili in un panorama istituzionale fragile – o, nel caso turco, perché lo Stato è nato come organismo fortemente militarizzato. Se manca una democrazia solida, se gli anni del colonialismo hanno impedito lo sviluppo di un’opinione pubblica consapevole e la circolazione delle idee di libertà e democrazia, rimane un vuoto che viene conteso dagli unici poteri esistenti: il clero e i “guerrieri”.
Rimangono parecchi dubbi su cosa accadrà nei prossimi mesi: che governo si formerà in Egitto, come deciderà di governare, che rapporto avrà con i militari e rivoluzionari. Soprattutto, come affronterà, se vorrà farlo, la questione israelo-palestinese, il grande fattore di instabilità della regione, e come si comporteranno gli altri soggetti in campo, in particolare la Siria, l’Iran e la Turchia.
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