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L’Egitto del futuro tra islamisti e fascisti

Una vignetta eloquente sulla situazione in cui versa il paese dopo la rivoluzione. Sempre da CartoonMovement.

Le elezioni presidenziali in Egitto

Da CartoonMovement: gli elettori egiziani, tra l’esercito e gli islamisti.

Naqeshny, il social network della politica

I social network sono potenti mezzi di cambiamento sociale, se ne è parlato fino allo sfinimento, in questi mesi. La primavera araba del resto è stata l’evento più importante del 2011, per le trasformazioni politiche che ha indotto ma anche per il suo valore simbolico.

La realtà però è che…..

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Le donne egiziane e le elezioni presidenziali

Il futuro delle donne egiziane e il riconoscimento pubblico dei loro diritti dipenderanno anche dal risultato delle elezioni presidenziali che si terranno nel Paese il 23 e il 24 maggio. Ecco come il vignettista Arcadio Esquivel affronta la questione su Cartoon Movement.

L’Egitto, la Siria e la costruzione della memoria resistenziale

è decisamente degno di nota quel che hanno combinato alcuni attivisti egiziani e siriani. Se ne parla sul blog Egyptian Chronicles: si tratta di due siti che riportano nomi, cognomi e dettagli anagrafici dei “martiri” delle rispettive rivoluzioni. Per l’Egitto abbiamo Lan Nanashom, che ha un’impostazione “fotografica” e commemorativa, sembra voler costituire una sorta di monumento virtuale. Il sito siriano, I martiri siriani, ha invece una grafica più spartana e un approccio più “quantitativo”: vi trovate una mappa con la distribuzione geografica delle uccisioni, svariati grafici che misurano l’evoluzione del numero delle vittime nel corso del tempo, cose così. Un vero peccato che siano entrambi disponibili solo in arabo.

Iniziative interessanti, dicevo, in primo luogo perché i dati che raccolgono potranno essere molto utili in futuro, a tutti gli storici che vorranno avere un quadro dettagliato delle varie fasi della primavera araba; in secondo luogo perché si tratta forse di uno dei primi tentativi organici e strutturati di identificare la base storica ed umana di una memoria collettiva dei movimenti democratici dei due Paesi. Qualcosa che sia difficile da eliminare, una volta condivisa online. Qualcosa che punti a dare un senso di unità e compattezza alle forze rivoluzionarie, anche considerando che in Siria la repressione governativa va avanti ormai da un anno e che in Egitto il cammino verso la democrazia e la definitiva affermazione dello Stato di diritto è appena cominciato.

Questo weekend ha visto l’intensificarsi dei bombardamenti sulla cittadina di Homs: trovate alcune foto qui e qui, che mostrano lo stato di desolazione in cui si trova. Qui invece trovate alcune riprese delle vittime dei bombardamenti: tra queste anche diversi bambini.

Non sono un esperto di relazioni internazionali né di geopolitica mediorientale, ma credo che governo siriano abbia oltrepassato ogni limite già da diversi mesi, dimostrando di essere disposto a mantenere il potere a qualunque costo, e che quindi le potenze europee debbano trovare al più presto un modo per sbloccare la situazione. Anche con un intervento militare, se necessario.

L’Egitto e la questione siriana

Mentre in Siria il regime di Assad continua a reprimere nel sangue le proteste dei suoi concittadini, sembra che l’Egitto voglia assumere un ruolo determinante nella risoluzione di questa crisi. Due giorni fa è stato richiamato al Cairo l’ambasciatore egiziano a Damasco, mentre ieri la Commissione per le relazioni arabe del Parlamento egiziano ha approvato alcuni punti su cui presumibilmente il paese vorrà far sentire la sua voce:

- parallelamente alla condanna dei crimini del regime siriano, la Commissione garantisce l’appoggio del Paese ai cittadini siriani in Egitto ed agli oppositori in Siria

- Il Cairo è contrario ad un’ipotesi di intervento militare internazionale, mentre sostiene la necessità di un intervento congiunto dei paesi mediorientali, presumibilmente (ma non è specificato) sotto l’egida della Lega Araba.

Nonostante gli effetti pratici immediati dei punti di cui sopra siano assai scarsi, la conclusione cui è giunto il Parlamento segnala che l’Egitto ha una posizione ben precisa sull’argomento e vuole agire di conseguenza. Staremo a vedere.

Egitto, la rivoluzione è finita?

Vi segnalo un interessante articolo di Bernardo Valli a proposito dell’exploit delle formazioni islamiste alle elezioni egiziane. Elezioni che restituiscono un panorama politico sorprendente e dagli sviluppi incerti.

Il successo dei Fratelli Musulmani era annunciato, e in effetti anche comprensibile. Come in Tunisia, dopo decenni di dittatura laica, i ceti popolari probabilmente sono diffidenti rispetto ai partiti liberali e non religiosi. Molto più preoccupante invece è l’ottimo risultato conseguito da Al Nur, il partito islamista più reazionario e conservatore, appoggiato dall’Arabia Saudita, che si sarebbe attestato oltre il 20%. Le posizioni politiche di Al Nur sono incompatibili con i valori liberaldemocratici. Cito  dall’articolo di Repubblica:

Al Nur esprime un Islam politico intransigente. Proibisce l’alcol, non riconosce l’emancipazione delle donne, vuol dare un’impronta religiosa all’educazione dei giovani, ed esige che i principi della Sharia, la legge islamica, dominino la Costituzione repubblicana. Di recente lo Sheikh Hazem Shuman, ascoltato esponente salafita, ha fatto irruzione in un’università dove si teneva un concerto e ha invitato i presenti ad andarsene, sostenendo che ascoltare quella musica fosse un peccato. È salito sul palco e si è presentato come un medico che cura l’Egitto ammalato di cancro.

L’impressione è che sia possibile dialogare coi Fratelli Musulmani, ma sia impossibile farlo con gli integralisti. I militari a questo punto potrebbero paradossalmente diventare un baluardo a difesa delle libertà individuali, contro l’invadenza dell’Islam politico. Una situazione molto simile a quella turca.

Una cosa è certa: noi occidentali probabilmente non abbiamo compreso fino in fondo le dinamiche della rivoluzione. Soprattutto non ci aspettavamo il trionfo dell’islamismo in Egitto, non in queste proporzioni. Siamo stati ingannati dalle manifestazioni di Piazza Tahrir e di Tunisi. Naturalmente sapevamo e sappiamo che i rivoluzionari sono sempre una sparuta minoranza, e quasi sempre NON rappresentano l’orientamento politico della popolazione. Allo stesso tempo non pensavamo che gli islamisti potessero raggiungere il 60% (considerando i Fratelli Musulmani più Al Nur). Può darsi che questo sia dovuto al nostro tentativo di analizzare il contesto dimenticando di farne parte. Come biasimare, in fondo, chi ha votato per i teocratici? Abbiamo appoggiato per anni regimi dittatoriali LAICI giustificando questo appoggio con l’esigenza di garantire la stabilità e di evitare la proliferazione del terrorismo e dell’integralismo, e così facendo abbiamo creato i presupposti per la loro diffusione.

Quali conseguenze avrà la nostra condotta passata sulle relazioni future? è possibile immaginare che Al Nur si sposti su posizioni moderate?

Soprattutto, come mai la democrazia nei paesi islamici sembra doversi sempre conformare al modello turco? Perché non si riesce ad immaginare un panorama politico differente da quello che vede contrapposti militari laici e civili islamisti?

Possiamo azzardare alcune risposte: i militari sono molto potenti perché sono una delle poche strutture burocratiche stabili in un panorama istituzionale fragile – o, nel caso turco, perché lo Stato è nato come organismo fortemente militarizzato. Se manca una democrazia solida, se gli anni del colonialismo hanno impedito lo sviluppo di un’opinione pubblica consapevole e la circolazione delle idee di libertà e democrazia, rimane un vuoto che viene conteso dagli unici poteri esistenti: il clero e i “guerrieri”.

Rimangono parecchi dubbi su cosa accadrà nei prossimi mesi: che governo si formerà in Egitto, come deciderà di governare, che rapporto avrà con i militari e rivoluzionari. Soprattutto, come affronterà, se vorrà farlo, la questione israelo-palestinese, il grande fattore di instabilità della regione, e come si comporteranno gli altri soggetti in campo, in particolare la Siria, l’Iran e la Turchia.

Egitto, la democrazia è ancora un miraggio

Ieri una manifestazione di protesta animata da cristiani copti e da musulmani è stata stroncata brutalmente dall’intervento dell’esercito nei pressi di Palazzo Maspero, sede della radio e della televisione di stato egiziane.

Secondo il blog Egyptian Chronicles la protesta è andata avanti senza problemi fino al tunnel Shubra, quando i manifestanti sono stati oggetto di lanci di sassi e alcune persone (che, pare, non stavano manifestando) hanno sparato in aria.

Davanti al palazzo della televisione la manifestazione è stata dispersa con la forza dall’esercito, e sono iniziati scontri tra le due parti. Veicoli della polizia militare hanno travolto diverse persone, e diversi poliziotti sono stati aggrediti dai manifestanti.

La copertura mediatica degli eventi da parte di svariate televisioni satellitari (25 TV, al-Hurra, al Jazeera) è stata interrotta dall’esercito, mentre la televisione di Stato ha sin da subito accreditato l’ipotesi della violenza etnica, indicando i copti come una forza pericolosa per il benessere e la stabilità dello Stato. I presentatori della televisione governativa hanno lanciato appelli alla popolazione perché “proteggesse l’esercito dai Copti”. La “chiamata alle armi” ha avuto successo, centinaia di giovani musulmani sono scesi per strada e ne sono seguiti ulteriori scontri con i manifestanti.

Il bilancio di questa “domenica nera” è di 24 morti e 212 feriti. Dal resoconto degli avvenimenti sembra ormai chiaro che il governo provvisorio, formato dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, sta cercando con ogni mezzo di destabilizzare il paese facendo leva sull’argomento etnico, per impedire la transizione democratica e sostenere l’esigenza di un governo forte: un modo come un altro per restaurare la dittatura.

Sembra che l’opposizione non sia in grado di reagire in maniera efficace alle mosse dei militari; il fallimento della Rivoluzione egiziana è ancora possibile ed è un pericolo da cui fuggire: avrebbe infatti conseguenze devastanti sul processo di democratizzazione del Medio Oriente e dell’Africa mediterranea.

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