Tag Archives: libertà civili

In difesa della bestemmia

Come forse saprete, recentemente un sito di integralisti cattolici che non voglio citare per non far loro pubblicità ha chiesto che tutti coloro che bestemmiano su Facebook vengano cancellati dal social network e denunciati, come previsto da una norma ancora oggi in vigore che sanziona la bestemmia con una multa.

Al di là dell’episodio, che conferma la nocività sociale di questi clerical-fascisti, a me pare assurdo che nel XXI secolo un privato cittadino venga punito per aver provocato un danno inesistente.

Perché questo è il punto vero della questione: la repressione della bestemmia ha basi giuridiche nulle, visto che l’esistenza del soggetto offeso non è ancora stata provata, nonostante decine di persone abbiano sprecato le loro vite nel tentativo. Finché l’esistenza di qualcosa non è dimostrata, dobbiamo concludere che quella cosa non esiste. E una cosa che non esiste non può essere danneggiata.

Ok, direte voi, però la bestemmia offende il credente. E allora?? Peggio per lui. Dovessimo seguire questo ragionamento, dovremmo vietare anche “porco cane”, ad esempio. I padroni di cani potrebbero offendersi. Per non parlare di tutte le imprecazioni che coinvolgono le prostitute. Praticamente ogni opinione espressa od ogni condotta tenuta da qualcuno può risultare “offensiva” per qualcun’altro.

Quando un ragazzo lascia una ragazza, questa in genere non lo denuncia. Se dicessi ad un amico che cucina da schifo, probabilmente ci rimarrebbe male, ma certamente non mi denuncerebbe. Invece se qualcuno bestemmia, teoricamente può essere denunciato. Dico teoricamente perché la palese inapplicabilità della legge la rende sostanzialmente inapplicata, a meno che uno non si metta a porconare davanti ai carabinieri.

Ma allora, se è una legge sbagliata, stupida e per giunta inapplicabile, cosa aspettiamo ad abrogarla?

L’attualità della Resistenza

Forse quando parliamo di Resistenza e di 25 aprile dovremmo fermarci un attimo, pensare a quanto effettivamente quello resistenziale sia stato un movimento nazionale. La risposta purtroppo è che non lo è stato: sicuramente si è trattato di un movimento popolare, che ha coinvolto parte degli italiani del Nord, ma è mancata una vera partecipazione di massa.

Ad uno sguardo attento e oggettivo oggi la Resistenza appare il risultato di una minoranza illuminata, che è riuscita a liberare l’Italia con l’aiuto determinante degli Alleati, ma non è riuscita a modificare le strutture profonde dello Stato, che sono rimaste fasciste per molti anni e in parte lo sono ancora.

Non voglio con quest’osservazione sminuire l’importanza della celebrazione del 25 aprile: mi sembra però opportuno far presente che il miglior modo di ricordare il sacrificio dei partigiani e di riaffermare l’antifascismo nella vita pubblica quotidiana è procedere senza paura nell’opera di “defascistizzazione” del Paese, sul fronte dei diritti civili come su quello delle libertà economiche.

Dobbiamo recuperare lo spirito dei Padri Costituenti più accorti e sinceramente riformisti: Terracini, Calamandrei, gli azionisti. Uno spirito che è stato presto accantonato dal lungo regno della DC e schiacciato dal cattocomunismo imperante, ma di cui ora abbiamo disperatamente bisogno.

Buon 25 aprile.

Fermiamo SOPA e PIPA. Sciopero mondiale in difesa della libertà di Internet

Oggi colossi del web come Wikipedia, Google e WordPress e migliaia di altri siti in tutto il mondo si fermeranno per protestare contro SOPA e PIPA, le leggi liberticide che il Congresso degli Stati Uniti vuole approvare. Ecco perché aderisco alla protesta:

1) Perché queste leggi sono pericolose, con la scusa della tutela del copyright violano la libertà d’espressione e i diritti civili degli utenti, gettano nel cestino il principio della presunzione d’innocenza, e se approvate costituirebbero un precedente troppo importante per essere ignorato dalle autorità degli altri paesi. Se SOPA e PIPA entrassero in vigore Facebook, Wikipedia, Youtube, Google, Flickr e molti altri sarebbero direttamente responsabili di ogni singola violazione del copyright da parte di un loro utente. Sarebbero ovviamente costretti a chiudere. Veramente questa è l’Internet che vogliamo?

2) Perché negli ultimi anni numerosi sono stati i tentativi dei paesi occidentali di “cinesizzare” la Rete, di imbavagliare blog e siti d’informazione, con il pretesto della tutela del copyright. Questa tendenza è inquietante. Se è comprensibile che le dittature di tutto il mondo impediscano il libero utilizzo di Internet, è intollerabile che la stessa volontà di censura venga affermata nel mondo occidentale, mettendo in forse i fondamenti stessi delle nostre società.

3) Perché è indispensabile che oggi la risposta dei netizen ai disegni illiberali delle corporation di hollywood sia forte e perentoria, anche nell’ottica di una mobilitazione di medio-lungo periodo, visto che la questione probabilmente non si risolverà a breve. Siamo stanchi di essere quotidianamente considerati da giornali e televisioni come dei delinquenti.

4) Perché la tutela del copyright non giustifica in alcun modo la negazione delle libertà individuali degli utenti. Badate bene, queste libertà sono tutt’altro che virtuali: sarebbe un errore pensare che in fin dei conti parliamo di internet, la vita reale è altro. Ormai la rete è una componente imprescindibile dell’ambiente economico e sociale in cui operiamo. Un’Internet meno libera significa una società meno libera, e la relazione è più diretta di quanto possiate pensare.

La schermata censurata di WordPress

5) Perché non possiamo tollerare che i nostri diritti debbano soccombere in favore della protezione di un istituto ormai anacronistico, che deve essere radicalmente riformato. Il copyright non protegge i diritti dell’autore, ma viola quelli di tutti gli altri: gli utenti e i potenziali concorrenti dell’autore stesso. Un monopolio, anche se chiamato con un nome diverso, rimane un monopolio: il copyright ostacola la concorrenza e l’innovazione nei settori in cui viene applicato e danneggia gravemente i consumatori, sul piano della qualità del prodotto e su quello del prezzo. Tutelare gli artisti e gli autori non significa garantire loro una rendita vitalizia. Soprattutto se gran parte della rendita non va agli artisti ma a chi li sfrutta. è ora che le case di Hollywood e gli intermediari parassitari dell’industria discografica lo capiscano.

La pagina principale della versione inglese di Wikipedia, come appare oggi

Ecco perché il mio blog sarà irraggiungibile dalle 14 alle 2 di questa notte.

Se condividete le mie motivazioni e volete partecipare alle mobilitazioni, andate su Sopastrike.com.

Piergiorgio Welby: 5 anni dopo non è cambiato niente

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia civile per affermare inequivocabilmente il diritto dell’individuo a rifiutare cure che non desidera e a disporre della sua vita in piena libertà.

Welby ha vinto la sua battaglia personale, grazie al sostegno dell’anestesista Mario Ricci (che per questo è poi stato indagato dalla magistratura e dall’Ordine dei Medici). Ma sul piano politico la situazione è sostanzialmente la stessa, nonostante siano passati 5 anni.

L’influenza nefasta dell’oscurantismo vaticano è purtroppo ancora forte, nel nostro Paese. Assistiamo ogni giorno imperterriti allo stupro sistematico delle libertà individuali. A parole tutti la vogliono: politici, giornalisti, intellettuali. Quando si tratta di agire di conseguenza e di garantirle sul piano pratico, i toni cambiano e si invoca il “buon senso”, si dice che “sono cose che vanno fatte per gradi”, et cetera.

Balle. Tutte le intromissioni dello Stato nella sfera privata del cittadino sono violazioni della sua libertà personale. E non trovano giustificazione alcuna nella presunta difficoltà di garantire questa libertà. Lo stesso vale per la Chiesa. Sono entrambi organismi che hanno come obbiettivo istituzionale il controllo sociale.

Lo Stato deve criminalizzare il consumo delle droghe leggere per rafforzare la criminalità e dunque dare alle forze di sicurezza un pretesto per ingrandirsi. La Chiesa deve inculcare nella gente la paura della morte e la convinzione perversa che la propria vita dipenda da qualcun altro, altrimenti la sua ragione d’essere verrebbe meno.

L’atteggiamento proibizionista sulle droghe leggere, che pure è da condannare e combattere con decisione, non è però spregevole, autoritario e inumano quanto la pretesa dei clericali, prontamente riconosciuta dalla legge dello Stato, di decidere dove inizia e dove finisce la vita altrui.

Questa pretesa non è soltanto una continua negazione dei più basilari principi di libertà, ma è anche un grave insulto a ciò che si sostiene di voler proteggere: la vita stessa.

Davvero un cattolico crede che mantenere artificialmente in vita una persona attaccandola ad una macchina sia il miglior modo per rispettare la volontà di dio?

Coloro che si oppongono all’introduzione del biotestamento o dell’eutanasia lo fanno, a loro dire, per difendere la sacralità della vita umana. Per loro la vita è più di un semplice stato “medico”, e un “qualcosa” che ci è stato donato. Ma allora perché vogliono difenderla attaccandosi a criteri meramente tecnici? Perché è l’unico modo che abbiamo per “identificarla”. Se l’identificazione della vita umana risponde a criteri tecnici e possiede dunque un certo grado di oggettività, il diritto di disporne appartiene al singolo individuo e a nessun altro. 

Dal momento che il valore della vita di una persona è il valore che quella persona gli dà, “obbligare” tutti i cittadini a vivere, senza tenere in considerazione la volontà del singolo, è un oltraggio alla dignità della vita umana oltre che un atto di sopraffazione.

Ecco perché ricordare Welby non basta. Ecco perché ogni forza politica progressista (in primo luogo il PD, se ci tiene ad essere considerato tale) non possono che considerare prioritaria l’approvazione di una legge in materia che ci faccia rientrare nel novero dei Paesi civili. Con la vita dei cittadini si è già giocato abbastanza, è ora di cambiare.

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