Tag Archives: libertà d’espressione

In difesa della bestemmia

Come forse saprete, recentemente un sito di integralisti cattolici che non voglio citare per non far loro pubblicità ha chiesto che tutti coloro che bestemmiano su Facebook vengano cancellati dal social network e denunciati, come previsto da una norma ancora oggi in vigore che sanziona la bestemmia con una multa.

Al di là dell’episodio, che conferma la nocività sociale di questi clerical-fascisti, a me pare assurdo che nel XXI secolo un privato cittadino venga punito per aver provocato un danno inesistente.

Perché questo è il punto vero della questione: la repressione della bestemmia ha basi giuridiche nulle, visto che l’esistenza del soggetto offeso non è ancora stata provata, nonostante decine di persone abbiano sprecato le loro vite nel tentativo. Finché l’esistenza di qualcosa non è dimostrata, dobbiamo concludere che quella cosa non esiste. E una cosa che non esiste non può essere danneggiata.

Ok, direte voi, però la bestemmia offende il credente. E allora?? Peggio per lui. Dovessimo seguire questo ragionamento, dovremmo vietare anche “porco cane”, ad esempio. I padroni di cani potrebbero offendersi. Per non parlare di tutte le imprecazioni che coinvolgono le prostitute. Praticamente ogni opinione espressa od ogni condotta tenuta da qualcuno può risultare “offensiva” per qualcun’altro.

Quando un ragazzo lascia una ragazza, questa in genere non lo denuncia. Se dicessi ad un amico che cucina da schifo, probabilmente ci rimarrebbe male, ma certamente non mi denuncerebbe. Invece se qualcuno bestemmia, teoricamente può essere denunciato. Dico teoricamente perché la palese inapplicabilità della legge la rende sostanzialmente inapplicata, a meno che uno non si metta a porconare davanti ai carabinieri.

Ma allora, se è una legge sbagliata, stupida e per giunta inapplicabile, cosa aspettiamo ad abrogarla?

I guardiani imperialisti del copyright

Semplicemente pazzesco:

A 23-year-old student from the UK will be extradited to the United States to face trial for operating a website overseas that linked visitors to external pages that hosted copyrighted material.

Richard O’Dwyer of Sheffield Hallam University in northern England will soon find himself on American soil following the United States’ recent victory in an attempt to extradite the student stateside over a website he ran. American authorities attest that O’Dwyer’s TVShack website, while not in violation of any UK laws where he lived and operated it, infringed on American copyright legislation.

Che per chi non mastica l’inglese, tradotto a spanne, è più o meno:

Uno studente 23enne britannico verrà estradato negli Stati Uniti, dove verrà processato per aver gestito un sito oltreoceano (quindi nel Regno Unito, ndr) che ospitava link a siti esterni che contenevano materiale protetto da copyright.

Richard O’Dwyer della Sheffield Hallam University, nell’Inghilterra del Nord, si troverà presto sul suolo americano in seguito al recente successo ottenuto dagli USA nel tentativo di estradare lo studente. Le autorità americane sostengono che TVShack, il sito di O’Dwyer, anche se non ha violato alcuna legge del Regno Unito, ha infranto la legislazione americana sul copyright.

Sono due, a mio avviso, gli aspetti inquietanti di questa decisione:

1) Al di là delle opinioni sull’opportunità o meno di reprimere le violazioni del copyright, qui stiamo parlando d’altro. Perché il sito in questione si è limitato a suggerire ai suoi utenti siti esterni in cui era reperibile materiale protetto da copyright. Non ha commesso quindi alcun reato o illecito. Questo significa che le autorità americane ( e i magistrati britannici che hanno autorizzato l’estradizione) ritengono che sia legittimo condannare qualcuno per aver espresso un’opinione su qualcosa. Perché poi il link questo è, un’opinione: “andate a vedervi questo sito, ché secondo me è interessante”. Secondo questo ragionamento, in linea teorica, sarebbe possibile accusare di “violazione di copyright” o cose simili chiunque, ad esempio, abbia criticato pubblicamente la legislazione in materia. E in questi casi passare dalla teoria alla prassi è piuttosto facile.

2) Il sito incriminato aveva sede legale e base operativa nel Regno Unito, non negli USA. Gli americani sono riusciti ad imporre le proprie regole su quelle britanniche, nonostante il caso da giudicare fosse soggetto a queste ultime. Mi sembra che questo sia un precedente molto pericoloso.

Il quadro generale è piuttosto fosco: credo che l’atteggiamento fanatico dei rappresentanti delle industrie che oggi detengono un monopolio intellettuale sia sotto gli occhi di tutti. Credo che sia altrettanto chiaro a tutti che questi soggetti, esponenti di un ceto industriale parassitario e retrogrado, sono disposti a tutto pur di non rinunciare alla loro posizione dominante nei mercati della conoscenza e alle rendite di posizione che ne ricavano: anche alla compressione delle libertà dei consumatori e all’eliminazione del potenziale innovativo di tutto il settore. L’amministrazione Obama sembra del tutto prona alle richieste di questi centri di potere, mentre in molti paesi europei, Italia compresa, una classe politica incompetente continua ad avanzare proposte di legge che mettono in pericolo la libertà della Rete e i diritti di proprietà dei consumatori ed ostacolano la creazione di un mercato concorrenziale. Per salvare le posizioni privilegiate di alcuni incumbent si sta sistematicamente distruggendo il futuro di un’intera industria.

Credo che la necessità di limitare fortemente l’ambito di applicazione e la durata del copyright e dei brevetti sia evidente e debba ormai entrare con prepotenza tra gli argomenti principali dell’agenda politica. Altrimenti ci aspetta un periodo di stagnazione economica e costante violazione dei diritti umani. Anche in Occidente.

Paniz e il suo tormentato rapporto col liberalismo

Come segnalato da Alessandro Gilioli, Maurizio Paniz, quello della nipote di Mubarak, ha così commentato la chiusura del sito http://www.vajont.info decisa dal gip di Belluno in seguito ad una denuncia dello stesso Paniz nei confronti del titolare del sito:

Il mondo della rete è importante ma pericolosissimo, perchè la notizia e quindi anche le diffamazioni passano fanno in tempo reale il giro del mondo. Un controllo ci deve essere. Quando i provider vengono invitati a non dare ingresso a determinati siti e per situazioni economiche continuano a farlo, un giudice fa benissimo a bloccarli, altrimenti continuiamo a diffamare le persone senza poter fare niente

Quel che Paniz non dice è che la diffamazione non è stata ancora provata, non essendosi svolto il processo. Si tratta insomma di un sequestro preventivo, attuato attraverso modalità estranee all’iter caratteristico di uno Stato di diritto. Tanto si sa, la magistratura è giustizialista solo quando si occupa di Berlusconi: se invece un deputato si sente offeso, può oscurare i siti internet senza bisogno di un processo. Perché, dopotutto, “un controllo ci deve essere”, no?

Paniz, che è un ottimo avvocato, riesce a spacciarsi per liberale, mentre è solo un doppiobinarista.

In Oman la primavera araba è stata solo una parentesi

Sembra già esaurita la spinta riformatrice delle proteste popolari avvenute nei primi mesi del 2011 in Oman, sulla scorta dell’esperienza tunisina. Nonostante le riforme economiche e politiche fatte dal Sultano in risposta alle richieste della popolazione, la libertà d’espressione è ancora quotidianamente negata e repressa.

A farne le spese sono soprattutto attivisti e blogger. Traduco dal blog “A tunisian girl”:

Il 4 febbraio 2012, l’attivista per i diritti umani M. Muawiya Al Rawahi è stato arrestato a Masqat, in seguito alla pubblicazione online di un articolo che criticava il governo.
Muawiya Al Rawahi al momento è in stato di isolamento in un luogo sconosciuto. Muawiya è un importante blogger e giornalista conosciuto per aver trattato argomenti tabù nel sultanato dell’Oman.
L’arresto e la detenzione di Muawiya Al Rawahi è avvenuta nel quadro di un’ondata repressiva contro la libertà d’espressione, che ha come obbiettivo coloro che criticano il governo omanita.
Nel settembre 2011 il giornalista M. Yousif Al Haj è stato condannato a cinque mesi di prigione da un tribunale di primo grado, insieme al caporedattore del giornale Al-Zaman, per “aver insultato l’integrità di un funzionario e per menzogna”. Il tribunale ha ordinato la sospensione della pubblicazione di Al-Zaman per un mese. Le accuse erano basate su un articolo scritto da Yousif Al Hah e pubblicato sul giornale, nel quale criticava il ministro della Giustizia. Da luglio 2011, a Yousif è inoltre proibito scrivere o pubblicare articoli sulla stampa omanita sulla base di un decreto del Ministro dell’Informazion. La condanna è stata confermata dalla Corte d’Appello ed è attualmente al vaglio della Corte Suprema.
Update: Muawiyah Al Rawahi è stato liberato ed è in buona salute. Il blogger non ha voluto commentare la vicenda né rendere pubbliche le motivazioni dell’arresto.

La vignetta di Vauro e la critica di Caldarola

Chi di voi legge Linkiesta forse avrà avuto modo di seguire, negli ultimi giorni, un dibattito sul presunto antisemitismo diffuso anche a sinistra, scatenato da una vignetta di Vauro del 2008 raffigurante Fiamma Nirenstein. Riassumiamo brevemente la vicenda, prima di esaminarla.

Vauro nel dicembre 2008 pubblica sul Manifesto questa vignetta:

Il 23 ottobre 2008 Peppino Caldarola, che al tempo lavorava al Riformista, scrisse un pezzo satirico in cui affermava (prima colonna dell’articolo, undicesima riga)

“Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”.

Vauro querela Caldarola e Polito, allora direttore del Riformista. Pochi giorni fa, la sentenza di condanna dei due giornalisti al pagamento di 25.000 euro di danni.

Il 24 gennaio 2012 Caldarola scrive un post sul suo blog su Linkiesta in cui espone la sua versione dell’accaduto. Leggetelo perché vi serve per seguire il discorso.

Il giorno dopo risponde ai commenti al primo articolo con un secondo pezzo, sempre su Linkiesta, in cui tuttavia aggiunge ben poco a ciò che aveva scritto il giorno prima.

I piani concettuali del discorso sono due, e vanno tenuti separati: il primo è politico-culturale, il secondo è giuridico. Iniziamo dal punto culturale: la vignetta di Vauro è antisemita?

Inizio dicendo che a me questa vignetta non piace. La trovo volgare, populista e pregna di un’aura piuttosto inquietante. Il mio giudizio non ha a che vedere con l’autore: a me Vauro fa abbastanza ridere, o almeno mi faceva ridere. Da un paio d’anni a questa parte sembra aver abbandonato l’umorismo da osteria per abbracciare quello da caserma. Ma forse i miei gusti sono semplicemente cambiati. Questo comunque ha poco a che vedere con ciò di cui parliamo.

Questa vignetta inoltre non mi piace perché trovo che sia spregevole il suo messaggio politico: un ebreo di destra è un traditore. Quello che sta dicendo Vauro è sostanzialmente che un ebreo non ha il diritto di essere di destra. Non solo non ha questo diritto, ma non si capisce neanche come possa pretendere di averlo. Il discorso di Caldarola sull’antisemitismo a sinistra va preso sul serio, perché è vero che la storia del pensiero rivoluzionario e progressista non è esente da macchie del genere, ed è altrettanto vero che alcuni ultras della causa palestinese hanno atteggiamenti verso Israele che rientrano in una tradizione iconografica e contenutistica cara agli antisemiti.

Ciò detto, mi pare che lo stile del disegno, che secondo alcuni ricorda certe vignette naziste degli anni ’30, sia giustificato dall’esigenza di rappresentare la Nirenstein come “mostro elettorale”, secondo la definizione del titolo. Non credo vi sia alcun intento antisemita da parte di Vauro.

Due cose però mi danno fastidio di tutta la vicenda:

1) La pretesa di Vauro di giocare una partita in cui le regole valgono solo per gli altri. Quando viene querelato dai suoi bersagli, grida al complotto contro il diritto di satira; quando viene bersagliato a sua volta, si indispettisce e querela all’istante. Non è un atteggiamento molto coerente.

2) L’insistenza con cui la satira a sfondo etnico-religioso viene accusata di razzismo, a fronte di un enorme repertorio umoristico basato sulla discriminazione che però non viene condannato. Pensiamo alle battute e alle vignette sui nani: Vauro ne ha fatte a centinaia, su Brunetta e Berlusconi. Come mai Caldarola non si è inalberato? Un altro esempio? Il modo in cui Vauro gioca sullo strabismo di Gasparri: l’effetto comico è notevole, ma non si può certo dire che non sia una maniera prepotente e vessatoria di rappresentare qualcuno. Per non parlare di come il disegnatore toscano rappresenta Giuliano Ferrara, Renzo ed Umberto Bossi e molti altri. Era proprio necessario fare tutto questo casino? Perché le vignette sugli ebrei sono razziste e quelle sui grassi, sui malati, sugli strabici, sui nani, sui carabinieri scemi non lo sono?

Sul piano giuridico, c’è veramente poco da dire. La vignetta di Vauro sarà anche discutibile, ma Caldarola ha torto. Nell’articolo dell’altro ieri su Linkiesta l’autore scrive:

Mesi dopo la vignetta scrivo un corsivo sul “Riformista” sotto il titolo di questa stessa rubrica di oggi, “Mambo”, in cui ironizzo sulla sinistra radical e metto una frase di critica contro la vignetta di Vauro sostenendo che è come se avesse scritto “sporca ebrea”.

Falso. Caldarola scrisse parole diverse, in quell’articolo:

Vauro non accetta di censurare la vignetta in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”

Cosa che Vauro non ha fatto. Quindi il giudice, a mio avviso, ha ragione: trattasi di diffamazione, visto che il giornalista ha accusato il comico di aver scritto qualcosa che non  è stato scritto. Ricapitolando: Vauro avrebbe fatto una figura migliore evitando di querelare, ma la sentenza di condanna non costituisce un attentato alla libertà d’espressione, e quindi tutte le polemiche di queste ore risultano infondate.

Fermiamo SOPA e PIPA. Sciopero mondiale in difesa della libertà di Internet

Oggi colossi del web come Wikipedia, Google e WordPress e migliaia di altri siti in tutto il mondo si fermeranno per protestare contro SOPA e PIPA, le leggi liberticide che il Congresso degli Stati Uniti vuole approvare. Ecco perché aderisco alla protesta:

1) Perché queste leggi sono pericolose, con la scusa della tutela del copyright violano la libertà d’espressione e i diritti civili degli utenti, gettano nel cestino il principio della presunzione d’innocenza, e se approvate costituirebbero un precedente troppo importante per essere ignorato dalle autorità degli altri paesi. Se SOPA e PIPA entrassero in vigore Facebook, Wikipedia, Youtube, Google, Flickr e molti altri sarebbero direttamente responsabili di ogni singola violazione del copyright da parte di un loro utente. Sarebbero ovviamente costretti a chiudere. Veramente questa è l’Internet che vogliamo?

2) Perché negli ultimi anni numerosi sono stati i tentativi dei paesi occidentali di “cinesizzare” la Rete, di imbavagliare blog e siti d’informazione, con il pretesto della tutela del copyright. Questa tendenza è inquietante. Se è comprensibile che le dittature di tutto il mondo impediscano il libero utilizzo di Internet, è intollerabile che la stessa volontà di censura venga affermata nel mondo occidentale, mettendo in forse i fondamenti stessi delle nostre società.

3) Perché è indispensabile che oggi la risposta dei netizen ai disegni illiberali delle corporation di hollywood sia forte e perentoria, anche nell’ottica di una mobilitazione di medio-lungo periodo, visto che la questione probabilmente non si risolverà a breve. Siamo stanchi di essere quotidianamente considerati da giornali e televisioni come dei delinquenti.

4) Perché la tutela del copyright non giustifica in alcun modo la negazione delle libertà individuali degli utenti. Badate bene, queste libertà sono tutt’altro che virtuali: sarebbe un errore pensare che in fin dei conti parliamo di internet, la vita reale è altro. Ormai la rete è una componente imprescindibile dell’ambiente economico e sociale in cui operiamo. Un’Internet meno libera significa una società meno libera, e la relazione è più diretta di quanto possiate pensare.

La schermata censurata di WordPress

5) Perché non possiamo tollerare che i nostri diritti debbano soccombere in favore della protezione di un istituto ormai anacronistico, che deve essere radicalmente riformato. Il copyright non protegge i diritti dell’autore, ma viola quelli di tutti gli altri: gli utenti e i potenziali concorrenti dell’autore stesso. Un monopolio, anche se chiamato con un nome diverso, rimane un monopolio: il copyright ostacola la concorrenza e l’innovazione nei settori in cui viene applicato e danneggia gravemente i consumatori, sul piano della qualità del prodotto e su quello del prezzo. Tutelare gli artisti e gli autori non significa garantire loro una rendita vitalizia. Soprattutto se gran parte della rendita non va agli artisti ma a chi li sfrutta. è ora che le case di Hollywood e gli intermediari parassitari dell’industria discografica lo capiscano.

La pagina principale della versione inglese di Wikipedia, come appare oggi

Ecco perché il mio blog sarà irraggiungibile dalle 14 alle 2 di questa notte.

Se condividete le mie motivazioni e volete partecipare alle mobilitazioni, andate su Sopastrike.com.

Il Vaticano mostra i muscoli

Avrete sicuramente letto della polemica scoppiata qualche giorno fa in seguito all’esposizione, a Roma, di un cartellone pubblicitario della Benetton raffigurante un bacio tra Joseph Ratzinger e Ahmed al-Tayyeb, Imam della moschea del Cairo.

Le reazioni non si sono fatte attendere, e come prevedibile sono pregne di dogmatismo e intolleranza: Luca Borgomeo, presidente dell’associazione dei telespettatori cattolici Aiart, considera la campagna “un’offesa al cattolicesimo” e chiede che venga ritirata. Forse vi ricorderete del caso scoppiato nel 2005, in merito ad alcune vignette raffiguranti Maometto pubblicate su un quotidiano danese. Vi furono violente proteste nel mondo islamico, e in Europa molti difesero (giustamente) la pubblicazione di quelle immagini, a garanzia della libertà d’espressione degli autori. Il Vaticano, bisogna dirlo, si comportò coerentemente alla sua tradizione illiberale ed autoritaria, dichiarando che

“Il diritto alla libertà di pensiero non può offendere il sentimento religioso dei credenti di qualsiasi religione”.

In sostanza, dicono i preti, ognuno è libero di esprimere il suo pensiero, purché esso non sia in contrasto con ciò che penso io. Sai che libertà! Quest’atteggiamento è ribadito e confermato dalle reazioni indignate di questi giorni. “Inaccettabile”, “si deve tutelare l’immagine del Papa”. Si parla di lui come fosse un marchio, lo si parifica di fatto ad una marca di detersivo, o di dolci al cioccolato. Niente di male, visto che in effetti la Chiesa Cattolica è un’azienda. Peccato che le modalità, secondo il Vaticano lesive della sensibilità dei fedeli, abbiano anche l’aggravante di essere “tipicamente commerciali”. è proprio necessaria tutta questa ipocrisia??

Alla fine l’immagine è stata ritirata. Una piccola ma significativa vittoria per gli ambienti cattolici più reazionari? Sì e no.

Sì, perché la campagna di Benetton proponeva, attraverso un uso spregiudicato del montaggio, messaggi di fratellanza e di tolleranza tra religioni e culture differenti. Messaggio che non potrà essere più essere visibile nelle strade, grazie alla censura vaticana.

No, perché l’immagine ritirata circola su Internet e sarà impossibile rimuoverla, nonostante la Segreteria del Vaticano abbia dato mandato ai propri legali “di intraprendere in Italia e all’estero, le opportune azioni al fine di impedire la circolazione, anche attraverso i mass media, del fotomontaggio realizzato nell’ambito della campagna pubblicitaria Benetton”.

Queste poche righe rendono pienamente la miseria morale di una classe dirigente vaticana vecchia, autoritaria ed incapace di parlare la lingua della modernità. Lingua che ha tra i suoi verbi fondamentali le libertà civili e il dialogo interreligioso. Altro che islamici, i fanatici ce li abbiamo anche noi, e hanno la loro sede centrale a Roma.

A volte basterebbe tacere per fare bella figura

Uno degli enormi danni che il berlusconismo ha provocato al livello del dibattito pubblico in Italia è la noncuranza con cui tutti si riservano il diritto di discettare con supponenza su argomenti che sono ben lontani dal conoscere anche superficialmente. A pensarci un attimo, è probabilmente il danno più grave, perché ha l’obiettivo dichiarato di affermare una sorta di “relativismo da osteria” in cui ciascuno dice la sua e anche la realtà fattuale viene retrocessa a semplice “opinione”: il risultato è che tutti dicono tutto, e alla fine non si è detto un cazzo.

Due autorevoli giornalisti di due ancor più autorevoli quotidiani, Alberto di Majo de Il Tempo e Massimiliano Parente de Il Giornale, ieri ed oggi si sono scagliati contro Wikipedia, rea di aver protestato contro la legge-bavaglio e i notevoli problemi che questa porrebbe al proseguimento della sua attività.

L’articolo di Di Majo è in realtà piuttosto banale: è formato per metà da brani del comunicato che si poteva leggere su Wikipedia nei giorni scorsi, per il resto si limita a riproporre la solita solfa, Wikipedia è “piena di strafalcioni e di fonti incerte” e ritiene che “sarebbe meglio diffondere voci autorevoli”.

Posizioni legittime, per carità. Ma perché dovrebbero essere meritevoli di considerazione? Chi lo conosce questo Di Majo? Pensa di essere un commentatore autorevole soltanto perché scrive su un quotidiano che non vende neanche 50.000 copie al giorno?

Addirittura esilarante è il grande pensatore Massimiliano Parente, che sul Giornale scrive:

Wikipedia Italia chiude? E chisse­nefrega, anzi io festeggio, non ne potevo più. Tanto per cominciare perché a me già solo il principio di Wikipedia fa schifo

Apperò! Avete capito?!? A lui Wikipedia fa schifo, quindi se chiude è contento, non si preoccupa neanche di vedere se funziona o meno, tanto gli fa schifo! Come i bambini con la minestra….

Parente sembra molto offeso perché la voce di Wikipedia che lo riguarda non gli piace. Forse, aggiungo io, non è abbastanza lunga. Evidentemente per la comunità dell’enciclopedia non è un personaggio degno di particolare interesse. Aggiunge piccato che ciò che Wikipedia fa “in sintesi è dare la possibilità di disegnare il vostro ritratto pubblico ai vostro peggior nemico”. Che poi, volendo essere onesti, sarebbe il vero compito di una stampa libera ed indipendente.

Poi inizia la tirata populistica da “bar dello sport”:

il principio base è la deresponsabilizzazione assoluta, dove viene scambiato per «censura» l’intento di impedire una dittatura dell’anonimato, il contrario della libertà di stampa e di espressione

Qui Parente semplicemente dice una fesseria: possiamo discutere quanto vogliamo sull’opportunità dell’anonimato in Rete, ma più anonimato significa un grado maggiore di libertà d’espressione, perché, non trovandoti, è più difficile che qualcuno riesca ad impedirti di dire quello che stai dicendo o riesca a punirti per quello che hai detto.

Adesso arriva la perla:

tuttavia, se vi sentite offesi o diffamati, potete provare a protestare, e sperare che vi ascoltino, perché Wikipedia si impegna «nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia», e chi sarebbero le fonti terze se non conosco neppure le prime e le seconde?

Se Parente avesse guardato in fondo ad ogni voce di Wikipedia, avrebbe notato nella stragrande maggioranza dei casi delle scritte tutte allegre, colorate di blu, i “collegamenti esterni”, detti anche “link”, che conducono appunto alle fonti di quella voce. Bello eh??

Infine, non poteva mancare un po’ di opera di delegittimazione in pieno “Giornale style”

In generale, d’altra parte, internet funziona così: puoi scrivere tutto su tutto, non devi verificare nulla, non devi rispondere di nulla, non devi firmarti, altrimenti è censura. Inoltre, per paradosso, la fonte non controllata e non controllabile, anziché screditarsi da sola, pretende di essere autorevole. Eppure le informazioni anonime fanno pensare più ai regimi totalitari che alle democrazie; eppure per aprire un giornale si richiede un direttore responsabile sottoposto ai controlli e alle sanzioni di un ordine professionale.

Tralasciamo la sviolinata ad una delle peggiori corporazioni esistenti al mondo, causa principe dello stato penoso della stampa nel nostro Paese. Il punto centrale che questi signori non capiranno mai è che l’autorevolezza di Wikipedia deriva proprio dal suo essere un’opera di massa, perché la cultura collettiva di 1000 persone, per quanto ignoranti possano essere, sarà sempre maggiore di quella di un esperto tuttologo, per quanto grande possa essere il suo genio. Se poi il genio ispiratore dell’opera si chiama Giovanni Gentile, cioè il criminale che con la sua riforma ha affibbiato all’Italia un sistema d’istruzione fascistoide ed idealistico che permane ancora oggi ci vuole ben poco a fare di meglio.

Il principio di autorità – cioè, in sostanza, lo spegnimento del proprio cervello e l’adeguamento del proprio comportamento alle prescrizioni di chi è famoso, ricco e potente – è ciò che di più totalitario possa esistere nel modo di concepire l’educazione di una persona. è totalitario perché le grandi masse finiscono per dipendere da un’unica voce, ed è totalitario perché quella stessa voce è facilmente influenzabile da altri centri di potere maggiori.

Parente può pure brindare alla sua Treccani da 300.000 voci, costosissimo relitto di un’epoca che non tornerà. Vuol dire che si perderà le 850.000 voci in italiano e le 3.760.000 in inglese di cui Wikipedia dispone.

Wikipedia come Nonciclopedia, ma il motivo stavolta è serio

L’edizione italiana di Wikipedia, la più grande enciclopedia online esistente al mondo, è attualmente irraggiungibile: il sito è stato momentaneamente chiuso, in segno di protesta contro la legge-bavaglio, la cui approvazione è ormai vicina.

Qui sotto riporto il comunicato che potete trovare sulla sua homepage:

Questa protesta è particolarmente importante perché mentre i blog, che pure hanno trattato e continuano a trattare questo tema, sono frequentati da quella che è pur sempre una minoranza, Wikipedia è usata praticamente da chiunque, anche da chi non è particolarmente informato e non segue l’attualità. è dunque più che mai opportuno diffondere questa notizia il più possibile.

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