Tag Archives: libertà di stampa

Il giornalismo e i raggi X

Una vignetta uscita su Cartoon Movement, opera del turco Eray Ozbek.

Sul Partito Pirata in Europa e in Italia

La stampa italiana, che si concentra in maniera quasi ossessiva sul gossip politico di casa nostra, ne parla molto poco, ma alcuni paesi europei (in particolare Svezia e Germania) stanno assistendo all’affermazione elettorale del Partito Pirata, nato nel 2006 in Svezia come “braccio politico” di The Pirate Bay, che sta emergendo tra i partiti di “sinistra” per le sue posizioni libertarie sul copyright, sull’informazione e sulla privacy del consumatore.

Ne parla invece GigaOm in un bell’articolo (in inglese), che riassume la storia del movimento, il suo programma politico e le questioni aperte tra i militanti e gli iscritti.

Peccato che questo partito vada forte nei paesi citati sopra, ma sia praticamente inesistente nell’Europa meridionale. In Italia il Partito Pirata, per quel poco che ne so, mi sembra un partitino vetero-comunista, libertario e concorrenzialista soltanto per ciò che concerne il diritto d’autore, non in campo economico, ad esempio. Non so bene a cosa attribuire questa differenza: sicuramente non si tratta soltanto di un divario nella diffusione di Internet e della cultura digitale, che pure esiste ed è rilevante. Più probabilmente credo che ciò che ci manca sia la capacità di organizzarci: laddove in Germania la politica è responsabilizzazione del cittadino, da noi si risolve nella sua irreggimentazione in scatole ideologiche, da cui ci sembra quasi un “peccato” scappare. Tant’è vero che parole come “traditore”, “ingrato”, “venduto” sono molto usate nel dibattito pubblico.

In Oman la primavera araba è stata solo una parentesi

Sembra già esaurita la spinta riformatrice delle proteste popolari avvenute nei primi mesi del 2011 in Oman, sulla scorta dell’esperienza tunisina. Nonostante le riforme economiche e politiche fatte dal Sultano in risposta alle richieste della popolazione, la libertà d’espressione è ancora quotidianamente negata e repressa.

A farne le spese sono soprattutto attivisti e blogger. Traduco dal blog “A tunisian girl”:

Il 4 febbraio 2012, l’attivista per i diritti umani M. Muawiya Al Rawahi è stato arrestato a Masqat, in seguito alla pubblicazione online di un articolo che criticava il governo.
Muawiya Al Rawahi al momento è in stato di isolamento in un luogo sconosciuto. Muawiya è un importante blogger e giornalista conosciuto per aver trattato argomenti tabù nel sultanato dell’Oman.
L’arresto e la detenzione di Muawiya Al Rawahi è avvenuta nel quadro di un’ondata repressiva contro la libertà d’espressione, che ha come obbiettivo coloro che criticano il governo omanita.
Nel settembre 2011 il giornalista M. Yousif Al Haj è stato condannato a cinque mesi di prigione da un tribunale di primo grado, insieme al caporedattore del giornale Al-Zaman, per “aver insultato l’integrità di un funzionario e per menzogna”. Il tribunale ha ordinato la sospensione della pubblicazione di Al-Zaman per un mese. Le accuse erano basate su un articolo scritto da Yousif Al Hah e pubblicato sul giornale, nel quale criticava il ministro della Giustizia. Da luglio 2011, a Yousif è inoltre proibito scrivere o pubblicare articoli sulla stampa omanita sulla base di un decreto del Ministro dell’Informazion. La condanna è stata confermata dalla Corte d’Appello ed è attualmente al vaglio della Corte Suprema.
Update: Muawiyah Al Rawahi è stato liberato ed è in buona salute. Il blogger non ha voluto commentare la vicenda né rendere pubbliche le motivazioni dell’arresto.

La vignetta di Vauro e la critica di Caldarola

Chi di voi legge Linkiesta forse avrà avuto modo di seguire, negli ultimi giorni, un dibattito sul presunto antisemitismo diffuso anche a sinistra, scatenato da una vignetta di Vauro del 2008 raffigurante Fiamma Nirenstein. Riassumiamo brevemente la vicenda, prima di esaminarla.

Vauro nel dicembre 2008 pubblica sul Manifesto questa vignetta:

Il 23 ottobre 2008 Peppino Caldarola, che al tempo lavorava al Riformista, scrisse un pezzo satirico in cui affermava (prima colonna dell’articolo, undicesima riga)

“Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”.

Vauro querela Caldarola e Polito, allora direttore del Riformista. Pochi giorni fa, la sentenza di condanna dei due giornalisti al pagamento di 25.000 euro di danni.

Il 24 gennaio 2012 Caldarola scrive un post sul suo blog su Linkiesta in cui espone la sua versione dell’accaduto. Leggetelo perché vi serve per seguire il discorso.

Il giorno dopo risponde ai commenti al primo articolo con un secondo pezzo, sempre su Linkiesta, in cui tuttavia aggiunge ben poco a ciò che aveva scritto il giorno prima.

I piani concettuali del discorso sono due, e vanno tenuti separati: il primo è politico-culturale, il secondo è giuridico. Iniziamo dal punto culturale: la vignetta di Vauro è antisemita?

Inizio dicendo che a me questa vignetta non piace. La trovo volgare, populista e pregna di un’aura piuttosto inquietante. Il mio giudizio non ha a che vedere con l’autore: a me Vauro fa abbastanza ridere, o almeno mi faceva ridere. Da un paio d’anni a questa parte sembra aver abbandonato l’umorismo da osteria per abbracciare quello da caserma. Ma forse i miei gusti sono semplicemente cambiati. Questo comunque ha poco a che vedere con ciò di cui parliamo.

Questa vignetta inoltre non mi piace perché trovo che sia spregevole il suo messaggio politico: un ebreo di destra è un traditore. Quello che sta dicendo Vauro è sostanzialmente che un ebreo non ha il diritto di essere di destra. Non solo non ha questo diritto, ma non si capisce neanche come possa pretendere di averlo. Il discorso di Caldarola sull’antisemitismo a sinistra va preso sul serio, perché è vero che la storia del pensiero rivoluzionario e progressista non è esente da macchie del genere, ed è altrettanto vero che alcuni ultras della causa palestinese hanno atteggiamenti verso Israele che rientrano in una tradizione iconografica e contenutistica cara agli antisemiti.

Ciò detto, mi pare che lo stile del disegno, che secondo alcuni ricorda certe vignette naziste degli anni ’30, sia giustificato dall’esigenza di rappresentare la Nirenstein come “mostro elettorale”, secondo la definizione del titolo. Non credo vi sia alcun intento antisemita da parte di Vauro.

Due cose però mi danno fastidio di tutta la vicenda:

1) La pretesa di Vauro di giocare una partita in cui le regole valgono solo per gli altri. Quando viene querelato dai suoi bersagli, grida al complotto contro il diritto di satira; quando viene bersagliato a sua volta, si indispettisce e querela all’istante. Non è un atteggiamento molto coerente.

2) L’insistenza con cui la satira a sfondo etnico-religioso viene accusata di razzismo, a fronte di un enorme repertorio umoristico basato sulla discriminazione che però non viene condannato. Pensiamo alle battute e alle vignette sui nani: Vauro ne ha fatte a centinaia, su Brunetta e Berlusconi. Come mai Caldarola non si è inalberato? Un altro esempio? Il modo in cui Vauro gioca sullo strabismo di Gasparri: l’effetto comico è notevole, ma non si può certo dire che non sia una maniera prepotente e vessatoria di rappresentare qualcuno. Per non parlare di come il disegnatore toscano rappresenta Giuliano Ferrara, Renzo ed Umberto Bossi e molti altri. Era proprio necessario fare tutto questo casino? Perché le vignette sugli ebrei sono razziste e quelle sui grassi, sui malati, sugli strabici, sui nani, sui carabinieri scemi non lo sono?

Sul piano giuridico, c’è veramente poco da dire. La vignetta di Vauro sarà anche discutibile, ma Caldarola ha torto. Nell’articolo dell’altro ieri su Linkiesta l’autore scrive:

Mesi dopo la vignetta scrivo un corsivo sul “Riformista” sotto il titolo di questa stessa rubrica di oggi, “Mambo”, in cui ironizzo sulla sinistra radical e metto una frase di critica contro la vignetta di Vauro sostenendo che è come se avesse scritto “sporca ebrea”.

Falso. Caldarola scrisse parole diverse, in quell’articolo:

Vauro non accetta di censurare la vignetta in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”

Cosa che Vauro non ha fatto. Quindi il giudice, a mio avviso, ha ragione: trattasi di diffamazione, visto che il giornalista ha accusato il comico di aver scritto qualcosa che non  è stato scritto. Ricapitolando: Vauro avrebbe fatto una figura migliore evitando di querelare, ma la sentenza di condanna non costituisce un attentato alla libertà d’espressione, e quindi tutte le polemiche di queste ore risultano infondate.

Wikipedia come Nonciclopedia, ma il motivo stavolta è serio

L’edizione italiana di Wikipedia, la più grande enciclopedia online esistente al mondo, è attualmente irraggiungibile: il sito è stato momentaneamente chiuso, in segno di protesta contro la legge-bavaglio, la cui approvazione è ormai vicina.

Qui sotto riporto il comunicato che potete trovare sulla sua homepage:

Questa protesta è particolarmente importante perché mentre i blog, che pure hanno trattato e continuano a trattare questo tema, sono frequentati da quella che è pur sempre una minoranza, Wikipedia è usata praticamente da chiunque, anche da chi non è particolarmente informato e non segue l’attualità. è dunque più che mai opportuno diffondere questa notizia il più possibile.

Prepariamoci, il Male sta tornando

La voce circolava già da qualche giorno, oggi in un’intervista di Lettera 43 a Vincino possiamo trovare anche una data: 5 ottobre 2011.

Mercoledì prossimo il Male tornerà in edicola, dopo 29 anni di assenza. Per chi non sapesse di cosa si stia parlando, il consiglio è di leggersi la voce corrispondente di Wikipedia. Gli basti in ogni caso sapere che il Male è stata la rivista di satira più pungente e stronza di tutta la storia italiana. Nata nel 1978 e animata da artisti come Vauro e Vincino, fu soggetta a innumerevoli sequestri da parte dell’autorità giudiziaria e a più di cento processi per villipendio, oltraggio al pubblico pudore, diffusione di materiale osceno et cetera.

Il Male è stato per 4 anni l’avanguardia di un movimento culturale libertario, anticlericale e trasgressivo il cui obbiettivo era denunciare la struttura fascistoide, filovaticana, autoritaria e perbenista che ancora caratterizzava lo Stato italiano e la sua classe dirigente. La chiusura della rivista nel 1982 segnò il fallimento di questo movimento, l’interruzione di un percorso iniziato con le proteste studentesche del 1968 e l’inizio degli “anni del riflusso”.

Ora il Male sta tornando (qui il sito), grazie all’impegno di Francesco Aliberti e Cinzia Monteverdi, editori de Il Fatto Quotidiano, e vedrà Vauro e Vincino dividere la poltrona di direttore. Intanto, godetevi le vecchie copertine che l’hanno reso celebre.

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