Tag Archives: monopolio intellettuale

La propaganda di Microsoft

Ecco uno degli “incontri” che Microsoft organizza in Bocconi. La morale probabilmente sarà: “scaricare è brutto, usate solo prodotti originali”.

De gustibus non disputandum est. O forse sì

Giusto per farvi notare gli assurdi effetti collaterali della proliferazione dei processi per violazione di brevetto.

Da Ars Technica:

Samsung has won a ruling in UK High Court that its Galaxy Tab tablets do not infringe on Apple’s European registered community design for the iPad. While the court ruled that some physical differences exist, Judge Colin Birss on Monday implied that Samsung’s designs were just too different to be confused with Apple’s now-iconic iPad.

Samsung’s tablets “do not have the same understated and extreme simplicity which is possessed by the Apple design,” Judge Birss said during the court’s announcement, according to Bloomberg. “They are not as cool.”

[Secondo la sentenza dell'Alta Corte del Regno Unito i Galaxy Tab della Samsung non violano il design registrato dalla Apple per l'iPad. I tablet della Samsung "non hanno la stessa semplicità minimal ed estrema che è propria del design Apple", ha detto il giudice Birss durante la dichiarazione della Corte. "Non sono così fighi".]

Adesso, va bene tutto, ma che il diritto di un’azienda di operare in un mercato debba dipendere dal parere estetico di un giudice mi sembra veramente intollerabile. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Ecco quanto costano i patent troll

Secondo alcuni recenti studi di James Bessen e Michael Meuer, i patent troll caricano sulle spalle della società costi diretti per 29 miliardi di dollari ogni anno. I costi indiretti sono circa 83 miliari o forse anche più alti.

The $29 billion number comes from measuring the more straightforward costs associated with fighting off patent troll suits: those include legal fees going to lawyers, and the licensing fees paid in tribute to make the trolls go away (which nearly always get paid). The findings come from a relatively small sample of 83 companies, both small and large.

Dei patent troll ho già parlato in passato sul blog di Working Capital. Sono dei parassiti che registrano brevetti a manetta senza utilizzarli per poter poi “chiedere il pizzo” alle imprese che utilizzano le tecnologie brevettate.

Ancora da Ars Technica:

Most of the costs of dealing with the patent troll threat come from paying the licensing fees that trolling companies demand to settle lawsuits. The mean amount spent by large companies to end an NPE lawsuit is $7.27 million, while small-to-medium sized companies spend $1.33 million.

That number doesn’t tell the full story, though. The median amount spent to pay off a troll suit is just $230,000 for large companies and $180,000 for small- and medium-size defendants. The discrepancy means that the great majority of trolls go away after getting relatively small payouts, while a few very strong entities in the patent-trolling business are able to pull off giant multimillion-dollar settlements. (Of course, the fact that low six-figure settlements are seen as the “small” ones suggests how entrenched and lucrative the NPE business is.)

The second-largest cost is, unsurprisingly, fees paid to defense lawyers. Big companies spend a mean of $1.52 million per litigation, while small- and medium-sized companies spend $420,000. Again, those compare to much lower median figures ($230,000 for large companies and $70,000 for small/medium), showing that the companies have a large number of cheaply defended cases, while a few heavily litigated cases run up big fees.

Sono stronzi? Boh, possiamo dire di sì. La mia opinione tuttavia è che si limitino a sfruttare a proprio vantaggio il sistema di tutela della proprietà intellettuale esistente. Se limitassimo la durata della protezione concessa dal brevetto e rendessimo più ardua la sua registrazione, con tutta probabilità fenomeni del genere scomparirebbero o diventerebbero insignificanti.

Le follie primaverili della MPAA

Noi ci lamentiamo giustamente dell’atteggiamento spocchioso e sprezzante che SIAE ed artisti “stagionati”  mantengono nei confronti degli utenti di Internet e dello scambio di file protetti da copyright. Ma negli States lo scontro tra i vecchi organi parassitari del settore e il movimento per un’Internet libera e concorrenziale ha raggiunto livelli di asprezza allarmanti.

Secondo la MPAA (Motion Picture Association of America) embeddare un video ospitato da una terza parte costituirebbe una violazione del copyright. Le posizioni deliranti dell’industria cinematografica sono peraltro sostenute da una recente sentenza in materia di un giudice federale. Se questo trend non verrà interrotto ci aspetta un futuro piuttosto inquietante.

Microsoft, il copyright e il mercato cinese

Come molti sanno, la Cina è la patria della contraffazione, il posto da dove partono verso il resto del mondo milioni di prodotti equivalenti agli originali, ma vietati per legge. Il settore informatico non fa eccezione, ed anzi ha visto fin dai primi anni ’90 la diffusione massiccia di copie piratate delle varie versioni di Windows.

Un fenomeno che Microsoft ha sempre cercato di contrastare, vendendolo all’opinione pubblica come un vero e proprio furto, un danno agli asset aziendali. In realtà si tratta semplicemente di concorrenza, e non danneggia la Microsoft più di quanto un imprenditore danneggi il proprietario di una ditta di trasporti entrando in quel mercato. La teoria propagandata da tutti i detentori di un monopolio intellettuale secondo cui ogni copia contraffatta venduta sarebbe una somma sottratta al loro business risulta infondata a chiunque abbia visto anche una sola volta nella vita una curva di domanda.

La curva di domanda mostra una cosa molto banale, ma le cui implicazioni pratiche sono spesso ignorate: la domanda di un bene cala all’aumentare del suo prezzo. Ci sono pochissimi beni che fanno eccezione a questa regola e il software non è tra quelli.

Dunque chi pirata un software e lo vende ad un decimo del prezzo della versione originale non sta danneggiando l’azienda produttrice, perché chi ha acquistato la copia illegale, ad esempio, a 10 dollari non l’avrebbe acquistata se il prezzo fosse stato 100 dollari. Paradossalmente i monopolisti intellettuali dovrebbero ringraziare i “pirati”, perché vendendo i loro prodotti ad un prezzo competitivo ne favoriscono la diffusione e creano una clientela fidelizzata, che in futuro potrebbe decidere di comprare il prodotto originale. è un fenomeno già osservabile nel mercato musicale, dove le vendite online continuano ad aumentare parallelamente alla persistenza della pirateria informatica.

Sembra che Microsoft abbia finalmente capito l’andazzo, ed abbia deciso di rispondere nel modo economicamente più efficiente: abbassando il prezzo della versione cinese di Windows.

L’unica cosa che mi lascia scettico è la loro convinzione di poter impedire la diffusione in Occidente di quella stessa versione. Fare differenziazione di prezzo in un mercato globale come quello informatico non è difficile, è praticamente impossibile.

Potter arriva in ebook, ma i prezzi rimangono cartacei

Apprendiamo dal Post che Pottermore, la “casa editrice” personale lanciata poco tempo fa dalla Rowling, ha messo in vendita tutti i romanzi della saga di Harry Potter in versione digitale. Molto bene, peccato che i prezzi siano da rapina:

6 euro per i primi tre e circa 8 e mezzo per gli altri 4. Cifre non molto diverse da quelle che sborseremmo per un’edizione economica in formato cartaceo. Un errore di marketing? Ma no! Semplicemente uno dei tanti effetti spiacevoli del copyright. Chi ha il monopolio di un bene, infatti, può venderlo al prezzo che desidera, senza preoccuparsi di ciò che farà la concorrenza, visto che per definizione la concorrenza non esiste. Quella legale, almeno. è altrettanto ovvio che fissare un prezzo troppo alto spingerà molti consumatori a rivolgersi a canali “alternativi” come i torrent, eMule e compagnia bella. Un principio microeconomico basilare: chi vuole acquistare un prodotto ma non vuole farsi “spennare” dall’unico soggetto che ha il permesso di venderlo cercherà, se possibile, di non farsi spennare. E di questi tempi condividere in rete un ebook non è particolarmente difficile.

Il concetto è banale, ma visto lo stato del dibattito in materia temo sia il caso di ripeterlo: l’innovazione tecnologica di per sé non garantisce prezzi più bassi per il consumatore finale, se non avviene in un contesto concorrenziale. I libri digitali venduti a 10 euro non sono altro che l’effetto di un processo innovativo che però è stato “tenuto a bada” dall’unico attore presente sul mercato – in questo caso, la signora Rowling.

I guardiani imperialisti del copyright

Semplicemente pazzesco:

A 23-year-old student from the UK will be extradited to the United States to face trial for operating a website overseas that linked visitors to external pages that hosted copyrighted material.

Richard O’Dwyer of Sheffield Hallam University in northern England will soon find himself on American soil following the United States’ recent victory in an attempt to extradite the student stateside over a website he ran. American authorities attest that O’Dwyer’s TVShack website, while not in violation of any UK laws where he lived and operated it, infringed on American copyright legislation.

Che per chi non mastica l’inglese, tradotto a spanne, è più o meno:

Uno studente 23enne britannico verrà estradato negli Stati Uniti, dove verrà processato per aver gestito un sito oltreoceano (quindi nel Regno Unito, ndr) che ospitava link a siti esterni che contenevano materiale protetto da copyright.

Richard O’Dwyer della Sheffield Hallam University, nell’Inghilterra del Nord, si troverà presto sul suolo americano in seguito al recente successo ottenuto dagli USA nel tentativo di estradare lo studente. Le autorità americane sostengono che TVShack, il sito di O’Dwyer, anche se non ha violato alcuna legge del Regno Unito, ha infranto la legislazione americana sul copyright.

Sono due, a mio avviso, gli aspetti inquietanti di questa decisione:

1) Al di là delle opinioni sull’opportunità o meno di reprimere le violazioni del copyright, qui stiamo parlando d’altro. Perché il sito in questione si è limitato a suggerire ai suoi utenti siti esterni in cui era reperibile materiale protetto da copyright. Non ha commesso quindi alcun reato o illecito. Questo significa che le autorità americane ( e i magistrati britannici che hanno autorizzato l’estradizione) ritengono che sia legittimo condannare qualcuno per aver espresso un’opinione su qualcosa. Perché poi il link questo è, un’opinione: “andate a vedervi questo sito, ché secondo me è interessante”. Secondo questo ragionamento, in linea teorica, sarebbe possibile accusare di “violazione di copyright” o cose simili chiunque, ad esempio, abbia criticato pubblicamente la legislazione in materia. E in questi casi passare dalla teoria alla prassi è piuttosto facile.

2) Il sito incriminato aveva sede legale e base operativa nel Regno Unito, non negli USA. Gli americani sono riusciti ad imporre le proprie regole su quelle britanniche, nonostante il caso da giudicare fosse soggetto a queste ultime. Mi sembra che questo sia un precedente molto pericoloso.

Il quadro generale è piuttosto fosco: credo che l’atteggiamento fanatico dei rappresentanti delle industrie che oggi detengono un monopolio intellettuale sia sotto gli occhi di tutti. Credo che sia altrettanto chiaro a tutti che questi soggetti, esponenti di un ceto industriale parassitario e retrogrado, sono disposti a tutto pur di non rinunciare alla loro posizione dominante nei mercati della conoscenza e alle rendite di posizione che ne ricavano: anche alla compressione delle libertà dei consumatori e all’eliminazione del potenziale innovativo di tutto il settore. L’amministrazione Obama sembra del tutto prona alle richieste di questi centri di potere, mentre in molti paesi europei, Italia compresa, una classe politica incompetente continua ad avanzare proposte di legge che mettono in pericolo la libertà della Rete e i diritti di proprietà dei consumatori ed ostacolano la creazione di un mercato concorrenziale. Per salvare le posizioni privilegiate di alcuni incumbent si sta sistematicamente distruggendo il futuro di un’intera industria.

Credo che la necessità di limitare fortemente l’ambito di applicazione e la durata del copyright e dei brevetti sia evidente e debba ormai entrare con prepotenza tra gli argomenti principali dell’agenda politica. Altrimenti ci aspetta un periodo di stagnazione economica e costante violazione dei diritti umani. Anche in Occidente.

Brevetti, copyright e startup: intervista a Michele Boldrin

La mia intervista a Michele Boldrin, autore insieme a David Levine di Against intellectual monopoly. La trovate su Working Capital.

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