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Storia dell’industrialismo: tutta la prima parte in pdf

A tutti coloro che devono preparare il primo parziale e a coloro che semplicemente vogliono leggersi gli appunti in maniera più comoda e scorrevole: ora potete scaricare il pdf con tutti gli appunti che ho scritto finora, relativamente alla parte sulle relazioni industriali. Gli appunti sulla storia della repubblica arriveranno a breve.

Per scaricare il pdf cliccate qui.

Storia dell’industrialismo italiano- Parte terza: L’esperienza olivettiana

Nato ad Ivrea il 13 agosto 1868 da una famiglia della borghesia ebraica, Camillo Olivetti si forma sotto la guida di Galileo Ferraris, ma abbandona quasi subito la carriera accademica per dedicarsi all’imprenditoria. Intuisce presto il grande potenziale delle macchine da ufficio, che ai tempi erano marchingegni ingombranti di grande precisione, e inizia a produrle fondando l’azienda omonima nel 1908.

Adriano Olivetti, figlio di Camillo, si laurea nel 1925 in ingegneria chimica al Politecnico di Torino; viene impiegato per qualche tempo nella fabbrica di famiglia per volere del padre, poi si reca in America, nel Connecticut, a visitare la fabbrica della Underwood, ai tempi l’azienda leader nel settore delle macchine da scrivere.

Agli inizi degli anni ’30 Adriano prende le redini dell’impresa ad una condizione posta dal padre: la necessaria riorganizzazione della produzione non può passare per il licenziamento dei lavoratori. L’attenzione al benessere non solo materiale dei dipendenti sarà una costante della politica aziendale olivettiana. Sono anni complessi, in cui tutti i grandi imprenditori devono fare i conti con il regime fascista, ai massimi del suo consenso. I rapporti tra Adriano e le autorità si deteriorano rapidamente fino ad arrivare al suo arresto a Roma nel 1943.

Dopo la fine della guerra Adriano Olivetti nutre per qualche tempo un interesse particolare per la politica: scrive “L’ordine politico delle Comunità”, in cui postula un sistema federalista e radicato nella società. Si iscrive al PSI e collabora al suo Centro Studi. Presto però rimane deluso dal tono distaccato del dibattito politico corrente. Torna alla guida della Olivetti e si dedica a realizzare quello che è sempre stato il sogno di famiglia: la diffusione del modello fordista nell’industria italiana e la mass production.

Olivetti punta con decisione su un settore ancora poco sviluppato: l’obbiettivo è costruire e produrre su scala mondiale macchine da scrivere portatili, economiche e di qualità. Uno dei prodotti più dirompenti è la Lettera 22, lanciata sul mercato nel 1955. La sinergia tra approccio ingegneristico e valorizzazione del design è finalizzata ad affermare il marchio Olivetti nel mondo come esempio di made in Italy. L’ampliamento dell’offerta aziendale passa anche attraverso la creazione di altri modelli, come la Divisumma o la Lexicon. Alla Olivetti si verifica l’applicazione più consapevole e critica del taylorismo nella storia del nostro Paese.

A Pozzuoli Adriano installa la prima fabbrica di montaggio nel Sud Italia, perché vuole perseguire un progetto di industrializzazione omogeneo ed equilibrato. La durezza e la monotonia del sistema tayloristico è compensata, nell’azienda, da una paga sensibilmente più alta rispetto ai concorrenti e dalla disponibilità di un sistema di welfare aziendale tra i più avanzati in circolazione. La comunità olivettiana è integrata, il conferimento della propria forza-lavoro è, per il lavoratore, soltanto una componente della vita aziendale. Il lavoro viene visto come un mezzo attraverso cui il cittadino realizza se stesso. Le colonie estive, l’assistenza pensionistica e sanitaria altro non sono che l’applicazione dei principi socialisti che hanno sempre ispirato l’azione dei due Olivetti.

Nel 1955 avviene la vera svolta: per dare il via al suo progetto di radicale riorganizzazione delle relazioni industriali vuole istituzionalizzare il consiglio di gestione. Olivetti crea un sindacato espressione della visione aziendale, “Comunità di fabbrica”. Il responsabile del personale, l’economista Franco Momigliano, si dichiara contrario perché ritiene che un sindacato di questo tipo costituisca un espressione paternalistica delle istanze “padronali”. Adriano si rivolge quindi a Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL, che dà il via libera alle elezioni interne, giudicando legittima la presenza di più sindacati nell’azienda. Il coinvolgimento dei sindacati nella gestione dell’attività economica fu un tratto peculiare della visione aziendale di Adriano Olivetti.

La stessa presenza di Momigliano e di Franco Fortini, intellettuali socialisti, è un segnale dell’aria eccentrica che si respirava ad Ivrea rispetto al panorama industriale contemporaneo.

Adriano fu tra i primi a capire che il futuro dell’industria culturale era nell’elettronica. A Borgolombardo, col contributo fondamentale dell’ingegnere italo-cinese Mario Tchou, apre uno stabilimento per la progettazione e la produzione del primo computer interamente a transistor del mondo, l’Elea 9003 del 1959. Lo stesso anno si verifica l’acquisizione della Underwood, che sancisce la supremazia mondiale dell’impresa di Ivrea.

Adriano Olivetti scompare improvvisamente il 27 febbraio 1960, lasciando un’eredità aziendale preziosissima ma difficile da gestire, principalmente per due motivi: una drammatica sottocapitalizzazione, dovuta al rifiuto di Olivetti di ricorrere al finanziamento sui mercati finanziari, e il problema della successione, che ovviamente non era stato preso in considerazione.

Ciononostante l’attività di ricerca in campo elettronico continua, anche se su scala minore e in forma quasi “clandestina”. Dirige i lavori l’ingegnere e informatico Pier Giorgio Perotto: il risultato è la messa a punto del Programma 101, tra il 1962 al 1964, un calcolatore con stampante integrata che può essere considerato il primo personal computer della storia e che riscuote grande successo negli USA. La nuova classe dirigente però purtroppo non crede nel potenziale di crescita dell’elettronica, e decide per la graduale dismissione del ramo informatico.

Storia dell’industrialismo italiano – Parte prima: le origini

Questo post è il primo di una lunga serie. Questo semestre seguo un corso sull’economia e la società dell’Italia contemporanea e ho deciso di pubblicare sul blog gli appunti di ogni lezione. Questo da un lato mi permette di riordinare in poco tempo quello che scrivo, dall’altro può forse risultare interessante al lettore digiuno di studi economici ma curioso di saperne di più. Buona lettura.

A partire dal 1950 l’Italia assistette all’affermarsi dell’industria come grande leva di sviluppo economico-sociale. Non parliamo soltanto di un processo di trasformazione dell’apparato produttivo, ma anche di un nuovo paradigma della modernità. La modalità di organizzazione industriale diventò il modello a cui bisognava ispirarsi per creare un paese moderno.

Questa tendenza ebbe le sue radici, in Italia, nell’opera di alcuni imprenditori tra i quali spiccarono Giovanni Agnelli e Camillo Olivetti. La loro attività era caratterizzata dal tentativo di rifarsi all’esperienza americana, il cui attore principale e più conosciuto fu l’industriale dell’auto Henry Ford. Ford, nato nel Michigan nel 1863, iniziò a lavorare come operaio meccanico, per poi fondare nel 1903 la Ford Motor Company e cambiare per sempre il nascente settore automobilistico. Fino ad allora infatti le automobili erano considerate un prodotto di lusso, dal momento che i metodi di fabbricazione artigianali mantenevano il prezzo di vendita ad un livello altissimo, irraggiungibile per la stragrande maggioranza della popolazione.

Ford intuì i potenziali effetti dirompenti del mezzo sulla mobilità sociale e sul sistema dei trasporti. La drastica diminuzione del prezzo delle automobili poteva essere raggiunta soltanto tramite profonde innovazioni nei metodi produttivi. Ford identificò quelle fondamentali: la standardizzazione del prodotto, il taylorismo e la postazione fissa dell’operaio.

La standardizzazione, cioè l’idea di abbandonare l’unicità del prodotto artigianale in favore di una produzione omogenea e di identica qualità, venne introdotta nell’industria delle armi dal signor Colt, che creò i primi revolver costituiti da pezzi intercambiabili.

Il taylorismo è una strategia di ottimizzazione della produttività aziendale che dobbiamo a Frederick Taylor, ingegnere statunitense della seconda metà del XIX secolo. Taylor si rese conto che tramite la specializzazione e la progettazione del lavoro è possibile massimizzare la produzione di un’officina. L’esigenza di pianificare meticolosamente lo svolgimento della lavorazione provoca la suddivisione dei dipendenti in due macroclassi: chi ha compiti dirigenziali e organizzativi e chi esegue le mansioni nelle modalità previste dai primi.

Ford stesso introdusse nell’industria la terza innovazione, la movimentazione del prodotto e non dell’operaio. Il lavoratore ha una sua postazione fissa, davanti alla quale scorrono i materiali: nasce la catena di montaggio.

Queste innovazioni permisero di abbattere radicalmente il costo medio unitario del bene prodotto e di renderlo quindi disponibile al grande pubblico. Proprio per cercare di allargare la massa dei potenziali clienti, Ford decise di alzare il salario giornaliero a 5 $, una somma molto maggiore di quella che percepivano tutti gli altri operai del settore. Perché pagare di più i lavoratori? Perché questi avrebbero reagito ad un aumento del loro reddito disponibile con un aumento del consumo di tutti i beni – anche di automobili. La strategia fordista funzionò: la Ford Model T, lanciata nel 1908, venne prodotta in 17 milioni di esemplari in 17 anni.

In Italia c’era chi guardava all’industria americana con interesse crescente. Giovanni Agnelli, avvocato, creò la FIAT nel 1899. Nei suoi primissimi anni di vita l’azienda impiegava 150 operai ed era una tipica fabbrica artigianale europea, che produceva pochissimi esemplari e li vendeva ad un prezzo altissimo. Nei primi anni del Novecento il volume degli affari aumentò insieme al numero di addetti, che raggiunse le 4000 unità nel 1915. La prima guerra mondiale fu il punto di non ritorno: la FIAT venne militarizzata, convertì cioè la sua produzione a scopi esclusivamente bellici. Vennero prodotti prevalentemente aerei e camion. Moltissimi camion, più di 20.000. Le ingenti quantità prodotte trasformarono la struttura industriale dell’azienda e le sue ambizioni.

Alla fine della guerra i dipendenti FIAT erano 40.000; venne costruito lo stabilimento del Lingotto, un edificio lungo, multipiano, con ogni piano dedicato ad una fase della produzione, inaugurato nel 1923 alla presenza di Mussolini. Ma la struttura a più piani si rivelò inefficiente, perché non eliminava totalmente il problema dei tempi morti dal processo produttivo. Negli anni ’30 la FIAT cercò di avvicinarsi ulteriormente al modello fordista: nel 1936 uscì la Topolino, progettata da Dante Giocosa, la prima automobile italiana per il consumo di massa; il 15/05/1939 si inaugurò lo stabilimento di Mirafiori, sviluppato esclusivamente in senso orizzontale. La partecipazione di Mussolini alla cerimonia avvenne nel silenzio gelido degli operai: un segnale del consenso ormai calante del regime. A fianco di Giovanni Agnelli vi era in quegli anni Vittorio Valletta, che avrà in futuro un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’azienda.

I tentativi italiani di importare il fordismo non ebbero pieno successo, almeno in una prima fase, prevalentemente a causa della ristrettezza del mercato nazionale, che ostacolava l’espansione della produzione e rendeva impossibile il raggiungimento di economie di scala di una certa importanza.

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