Ultimamente chi è favorevole alle liberalizzazioni varate dal Governo Monti (e magari le considera condizione necessaria ma non sufficiente per il risanamento e lo sviluppo del Paese) cerca di convincere i contrari tramite argomentazioni varie che quasi sempre confluiscono in una generica retorica del sacrificio.
L’Italia è in crisi, dicono questi signori, e tutti i cittadini sono chiamati a dare il loro contributo. Così come i lavoratori più anziani hanno visto allontanarsi il pensionamento, i professionisti di tutti gli ordini dovrebbero comprendere la necessità che i sacrifici vengano anche da loro.
Chi fa questo ragionamento, a mio avviso, cerca di convincere gli interlocutori della bontà del proprio obbiettivo partendo dalle premesse sbagliate. Le liberalizzazioni non vanno fatte perché anche i professionisti devono fare sacrifici, vanno fatte perché è giusto farle, perché maggiore concorrenza significa qualità migliore e prezzi più bassi. Il discorso della crisi e dello sforzo comune della patria è fuorviante: gli ordini professionali andavano toccati 10, 20, 30 anni fa. Garantire e promuovere la concorrenza, nei mercati in cui è possibile averla, è un obbiettivo che andrebbe perseguito sempre, a prescindere dal ciclo economico del momento.
Non è una differenza di poco conto: se passa l’idea che le liberalizzazioni siano il tributo che i professionisti accettano di pagare per la salvezza della Patria, c’è il rischio che, finita la crisi, gli stessi professionisti si riprendano i privilegi a cui avevano momentaneamente rinunciato.
