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Le liberalizzazioni e la retorica dei sacrifici

Ultimamente chi è favorevole alle liberalizzazioni varate dal Governo Monti (e magari le considera condizione necessaria ma non sufficiente per il risanamento e lo sviluppo del Paese) cerca di convincere i contrari tramite argomentazioni varie che quasi sempre confluiscono in una generica retorica del sacrificio.

L’Italia è in crisi, dicono questi signori, e tutti i cittadini sono chiamati a dare il loro contributo. Così come i lavoratori più anziani hanno visto allontanarsi il pensionamento, i professionisti di tutti gli ordini dovrebbero comprendere la necessità che i sacrifici vengano anche da loro.

Chi fa questo ragionamento, a mio avviso, cerca di convincere gli interlocutori della bontà del proprio obbiettivo partendo dalle premesse sbagliate. Le liberalizzazioni non vanno fatte perché anche i professionisti devono fare sacrifici, vanno fatte perché è giusto farle, perché maggiore concorrenza significa qualità migliore e prezzi più bassi. Il discorso della crisi e dello sforzo comune della patria è fuorviante: gli ordini professionali andavano toccati 10, 20, 30 anni fa. Garantire e promuovere la concorrenza, nei mercati in cui è possibile averla, è un obbiettivo che andrebbe perseguito sempre, a prescindere dal ciclo economico del momento.

Non è una differenza di poco conto: se passa l’idea che le liberalizzazioni siano il tributo che i professionisti accettano di pagare per la salvezza della Patria, c’è il rischio che, finita la crisi, gli stessi professionisti si riprendano i privilegi a cui avevano momentaneamente rinunciato.

 

Il cancro corporativo

In questo strano Paese ognuno a parole sostiene di fare gli interessi della collettività, ma quando si tratta di passare ai fatti ecco arrivare le serrate, gli scioperi selvaggi, i ricatti in stile mafioso e i pestaggi ai colleghi “eretici”.

In questi giorni le corporazioni che infestano l’Italia stanno dando un pessimo spettacolo: timorose di perdere i propri privilegi a causa del pacchetto di liberalizzazioni che il Governo Monti si appresta a presentare alle Camere, annunciano proteste, blocchi del servizio, manifestazioni.

I tassisti, come al solito, spiccano per animosità e violenza: sul Corriere leggiamo che a Milano questa mattina un tassista è stato picchiato e derubato di 50 euro da alcuni suoi colleghi. La sua colpa? Stava lavorando invece di bloccare il traffico. Magari stava lavorando perché ha “soltanto” 36 anni, ha comprato la licenza da poco e vuole guadagnare il più possibile, chi lo sa. Quel che è certo è che l’atteggiamento intimidatorio di molti esponenti di questa categoria è intollerabile.

I farmacisti annunciano serrate. Uno di loro giorni fa in un programma televisivo si diceva convinto che la liberalizzazione delle farmacie non avesse senso, perché i nuovi esercizi non riuscirebbero a rimanere sul mercato. Secondo il tizio, in sostanza, la quantità delle farmacie “offerta” nel nostro Paese soddisferebbe pienamente la domanda. Benissimo, dico io: ma allora perché ha tanta paura dei nuovi concorrenti? Se veramente il numero di farmacie italiane fosse ottimale, non ci sarebbe bisogno di alcun numero chiuso, perché nessuno deciderebbe di entrare nel mercato. Il punto invece è che proprio l’esistenza di una barriera all’entrata (del tutto artificiale) nel settore delle farmacie implica che, in assenza di quella barriera, entrerebbero altri concorrenti.

Gli avvocati non vogliono essere da meno. Maurizio De Tilla, del sindacato dell’Avvocatura Civile, tuona con sdegno:

Qui si punta alla rottamazione del processo civile. Le manovre economiche e gli interventi legislativi hanno disintegrato il diritto di difesa dei cittadini.

Che poi, tradotto, sta per:

Qui si punta ad accorciare la durata dei processi civili, cioè ad eliminare la nostra rendita di posizione. Questi provvedimenti stanno disintegrando il nostro diritto ad un processo lungo e ad un lauto compenso.

Con questi impostori, zero compromessi. Il decreto di cui stiamo leggendo la bozza in queste ore è un primo passo verso una società più aperta, inclusiva, libera e meritocratica. In una parola, una società più giusta.

Per Mario Monti le liberalizzazioni non sono una priorità

Leggo sul sito del Corriere che il pacchetto di liberalizzazioni di cui si è parlato nei giorni scorsi non farà parte dell’emendamento del Governo alla manovra. La presentazione di queste misure è infatti stata rimandata di un anno, con la sola eccezione della liberalizzazione dei farmaci di fascia C.

Sul resto sembra che l’esecutivo non voglia prendere provvedimenti. Come se sbloccare i mercati delle professioni e dei trasporti non fosse un passo necessario e non più rinviabile per riportare il Paese sul sentiero della crescita.

Ci siamo stancati di assistere alle grida e ai deliri della propaganda corporativa ogni volta che  qualcuno propone di scalfire, anche in minima parte, i granitici privilegi di cui godono queste categorie. Gli avvocati, i notai, i commercialisti, i farmacisti, i tassisti, svolgono la loro attività godendo e abusando della loro posizione dominante, posizione che non ha alcuna giustificazione teorica o pratica.

Le liberalizzazioni non sono un discorso secondario: senza concorrenza e competizione l’Italia non potrà mai tornare a crescere. Monti lo sa bene, è ora che agisca di conseguenza.

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