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Tag Archives: PD
Datemi il numero del pusher di Franceschini
All’indomani di quella che possiamo eufemisticamente definire la peggiore figura di merda nella storia della sinistra italiana, Franceschini si concede qualche riflessione ponderata sulle pagine del Messaggero. Ritornano i concetti più volte espressi con rigore ed eloquenza da questo gruppo dirigente: Bersani non ha colpe, Grillo è un irresponsabile (anche un po’ fascistoide, magari, così poi Fassina mi fa i complimenti), i franchi tiratori sono traditori e infami (però non facciamo nomi ché bisogna stare calmi, anche se sappiamo tutti che sono stati i dalemiani e i popolari).
A questa logora recita Franceschini aggiunge tre novità: la condanna di quello che definisce “l’errore politico” di Vendola ( ?!?!?!? ), il voto a Rodotà; la proposta di respingere le dimissioni di Bersani & compagnia; e la perla finale.
-E come la mettiamo con il fatto che Napolitano ancora sul Colle sarebbe una vittoria di Berlusconi?
«Non scherziamo. Guardi che Napolitano l’abbiamo votato anche noi, e i nostri voti sono stati determinanti. La gara a mettere il cappello su questo risultato è inutile. Dobbiamo invece ringraziare Napolitano per la sua generosità».
Franceschini quindi rivendica il ruolo determinante del PD nell’elezione di Napolitano. A questo punto forse Franceschini ha un problema clinico, non politico.
Classe dirigente
Stefano Fassina: “Non capisco le dichiarazioni di Barca, mi stupisce, mi sembra ci sia un tasso di populismo elevato in questo momento: un classe dirigente dirige, se segue l’onda è facile ma non è più una classe dirigente”. Così Stefano Fassina del Pd intervistato al TgLa7. “E non capisco – aggiunge – la posizione di Sel, perché sa che non c’erano i voti di Rodotà e bisognava essere coesi su Napolitano, sarebbe stato un segnale importante, poi ci sarebbe stato il tempo per distinguersi in futuro”.
L’unica via d’uscita
Dopo le pugnalate dei 100 infami di ieri, che hanno praticamente distrutto quel che restava del PD, ora in molti si chiedono che fare.
Pippo Civati, che ha votato Rodotà alle prime tre votazioni e Prodi alla quarta, spiega perché secondo lui Rodotà non è un’opzione praticabile per il PD: in sostanza, perché non ci sarebbero i voti.
Ora, molti chiedono: “perché non Rodotà?”. E si incazzano anche con me, che Rodotà l’ho pure votato. Tre volte. La risposta la trovate qui sotto: Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra. Spero sia chiaro a tutti. Ed è questo il vero problema.
Possiamo anche andare avanti con Rodotà, ma rischiamo di bruciare definitivamente anche lui. Potremmo chiedere di votare nel gruppo, e anche se passasse a maggioranza, nessuno potrebbe prevedere poi che cosa succederebbe in aula. Ai commentatori scatenati sottopongo questa riflessione: se ci sono stati 100 franchi tiratori per Prodi, quanti ce ne sarebbero per Rodotà?
Ora, io non sono iscritto al PD, non sono un deputato e non conosco con precisione i rapporti di forza tra le correnti interne al partito. Il ragionamento di Civati fila, purtroppo. Ma secondo me giunge alla conclusione sbagliata: proprio perché ormai il PD, almeno in parlamento, non è più un partito, tentare di eleggere Rodotà mi sembra l’unico modo per uscire da questa farsa a testa alta. Tanto ormai è tutto andato a puttane: il partito è spaccato tra Grandi Vecchi e i giovani che fanno capo a Civati, alcuni Giovani Turchi e tanti altri. Renzi ha una posizione molto ambigua che non ha ancora chiarito, nonostante i suoi post su facebook. Se bisogna andare allo sfascio, almeno lo si faccia alla luce del sole. Si proponga la convergenza su Rodotà e si trovi un modo per contare i voti, come ha fatto SEL al quarto scrutinio. Così sarà possibile vedere in faccia gli stronzi che ieri hanno sfasciato l’unico vero partito italiano.
Su Bersani e la soluzione Prodi
Sono contento che tra i grandi elettori del PD si sia affermato il nome di Prodi, come avevo auspicato ieri: mi sembra uno dei pochi nomi (insieme a Rodotà) in grado di mantenere unito il partito e di convincere almeno parte dei 5 Stelle.
Ma una cosa va tenuta ben presente: sarebbe folle attribuire il merito di questa scelta a Bersani. Perché se c’è uno che in questi giorni ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare, quello è proprio il segretario.
Ieri in sostanza Pierluigi Bersani ha quasi distrutto il centrosinistra: che l’abbia fatto di proposito o per incapacità personale è irrilevante. Non fosse stato per le prese di posizione di Renzi, Civati e Vendola, Bersani avrebbe condotto il PD alla catastrofe. Al prossimo congresso si potrà e si dovrà affrontare la questione: il problema non è solo il segretario, ma soprattutto il gruppo di incompetenti che lo hanno appoggiato con l’unico obbiettivo di conservare il posto in Parlamento e di mantenere intatti i rapporti di forza interni tra post-comunisti e post-democristiani.
Questa classe dirigente va mandata a casa al più presto e la questione ormai non è più rimandabile.
Il sonno profondo della mente di Fassina
Tra le tante sparate con le quali i dirigenti democratici hanno ritenuto di dover accompagnare il tentato suicidio di oggi, si distinguono alcune perle da Trattamento Sanitario Obbligatorio. Spicca quella di Stefano Fassina, responsabile economico (ahimè) del PD, che tramite Facebook esterna in questa maniera:
Tanti messaggi indignati per la scelta di Franco Marini alla presidenza della Repubblica. Tanti messaggi indignati per la scelta di cercare una convergenza con il PdL per la scelta del Presidenza della Repubblica. Sono molto preoccupato. Non soltanto per il Pd e per la sinistra. Per l’Italia. Sono, tuttavia convinto, che abbiamo fatto la scelta giusta. Sul piano costituzionale, innanzitutto. Perché le regole del gioco e chi le deve far rispettare si devono condividere. Altrimenti, non si va avanti. Come non siamo andati avanti negli ultimi 20 anni. Oggi, ha scritto lucidamente Mario Tronti su L’Unità di domenica scorsa, dobbiamo costruire “un’uscita concordata” dalla cosiddetta II Repubblica. L’uscita concordata deve coinvolgere, innanzitutto, chi si è combattuto in un bipolarismo paralizzante. La coalizione guidata, ancora una volta purtroppo da Berlusconi, è l’avversario inevitabile per chiudere la II Repubblica e aprire una prospettiva di conflittualità culturale e politica costruttiva. Nelle settimane dopo il voto del 24 e 25 febbraio, ho detto e scritto senza ambiguità NO al governo con il PdL. Per una ragione semplice: non potrebbe essere un governo di cambiamento progressivo, nè sul terreno della moralità nella vita pubblica, nè sul terremo economico e sociale. Rimango convinto della necessità e urgenza del “governo di cambiamento”. Sul terreno della riscrittura della seconda parte della Costituzione e del Presidente della Repubblica, invece, la cooperazione è un principio costituzionale imprescindibile. Infine, l’uomo Franco Marini. È una persona integerrima. Indiscutibile per fedeltà costituzionale, per attenzione alle condizioni delle persone che lavorano. Il “compromesso”, condizione di funzionamento della democrazia, non può essere visto sempre come inciucio. Nel caso di Franco Marini è un compromesso di alto profilo. Anche Stefano Rodotà è una personalità di alto profilo morale, istituzionale e politico. Non è però la soluzione per il compromesso necessario a un’uscita concordata dalla II Repubblica. Senza uscita concordata rimaniamo bloccati e lasciamo sole e senza risposta le persone in difficoltà sempre più drammatiche.
Secondo Stefano Fassina il PD ha fatto “la scelta giusta, sul piano costituzionale, innanzitutto”. Ma da quando in qua la Costituzione stabilisce che il Presidente della Repubblica deve essere il frutto dell’accordo di maggioranza ed opposizione? Fassina dovrebbe specificare il numero dell’articolo o passare ad uno stupefacente meno pesante.
E non è tutto: l’inciucio tra PD e PDL per l’elezione di Marini – fortunatamente sventato dalla presa di posizione di SEL, Civati, Puppato ed altri dissidenti – viene giustificato appoggiandosi ad un editoriale scritto su L’Unità dal giovane virgulto Mario Tronti, operaista in gioventù ed evidentemente inciucista superati gli 80 anni. Si citano espressioni deliranti come “un’uscita concordata” dal “bipolarismo paralizzante” della II Repubblica: naturalmente, secondo quel geniaccio di Tronti, dal bipolarismo paralizzante che ha avuto il suo fulcro in Berlusconi si può uscire solo facendo un accordo con….Berlusconi. Poi i giornalisti si lamentano della crisi della stampa….per quale motivo dovremmo comprare l’Unità per leggere i vaneggiamenti di un tizio a cui viene dato spazio solo perché è stato cooptato dal segretario??
Ma a Fassina leggere Tronti non basta, pare: vuole anche riscrivere la seconda parte della Costituzione col centrodestra. Una nuova bicamerale? Un attacco irrefrenabile di dalemismo? O piuttosto è la manifestazione della malattia di cui soffrono questi tristi personaggi, quella convinzione di essere grandi statisti e di dover fare accordi a destra e a manca, con la pretesa di sapere tutto quando in realtà non si sa un cazzo?
Chissà. Fatto sta che una lezione forse l’hanno imparata: la sinistra deve imparare a fare a meno di Berlusconi. Infatti ormai si fa del male da sola con invidiabile destrezza.
Insegnare la politica
è di queste ore la notizia della candidatura di Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, nelle liste del PD. Una candidatura che segue quella di Pietro Grasso di pochi giorni fa. Nessuno dei due è un politico di professione: Grasso è stato tra i membri più conosciuti della magistratura italiana, Mucchetti è un giornalista molto noto.
Non è la prima volta che un partito candida personaggi “esterni”, i cosiddetti esponenti della società civile, un’espressione eufemistica che cerca di spacciare per scelta illuminata e moderna un segnale inequivocabile di decadenza del sistema partitico italiano: la drammatica incapacità di selezionare la classe dirigente del Paese. L’incapacità di selezionarla e formarla all’interno del partito e quindi la necessità di ridursi a pescare nella società civile.
D’altro canto è forse irragionevole aspettarsi che in un mondo complesso, frenetico e multidimensionale un partito politico abbia lo stesso ruolo centrale e pervasivo che aveva un tempo, ed in fin dei conti è meglio così. La politicizzazione di ogni aspetto della vita umana è un tratto distintivo dell’italiano che “si interessa di politica” – per noi la politica è tutto, almeno a parole, ma i risultati sono a dir poco deludenti.
Che fare, dunque? A ben guardare esiste una terza via tra la formazione esclusiva all’interno del partito e il ricorso costante e generalizzato alla società civile: è un sistema di istruzione superiore, appositamente disegnato per educare gli amministratori e i politici dello Stato. In Francia la quasi totalità della classe politica e dei funzionari dello Stato è selezionata tramite un sistema di grandes écoles, istituti di eccellenza che operano in tutti i campi del sapere. Così, se sei un politico francese è molto probabile che tu abbia frequentato SciencesPo o l’Ecole Normale e poi abbia proseguito gli studi all’Ecole Nationale d’Administration.
In Italia abbiamo qualcosa del genere? Sì e no: abbiamo la Normale e il Sant’Anna a Pisa, lo IUSS a Pavia, per citare i più importanti. Ma non mi risulta che questi centri siano specificamente dedicati alla “produzione” di dirigenti, funzionari e politici. Forse è qui che sbagliamo, forse è da qui che dovremmo partire.
Su Monti, Berlusconi e ciò che ci aspetta
Alcune riflessioni sparse sulla giornata di oggi; prendetele come dei semplici spunti, non sono nelle condizioni di scrivere un post organico né credo che avrebbe senso farlo.
-Mario Monti, com’era ragionevole aspettarsi, non si candida col Terzo Polo ma si dice disponibile a guidare un governo appoggiato dalle forze politiche che volessero condividere la sua agenda programmatica. Ovviamente Monti si sta rivolgendo a Bersani, a poco gli servono Casini e gli altri spacciatori di nulla senza il sostegno del PD.
-La campagna elettorale è iniziata da un po’ e si vede, molti membri del PDL oggi si davano parecchio da fare: su Twitter Antonio Palmieri ripeteva la storiella delle riforme bloccate dalla sinistra, mentre è stata proprio la destra a bloccare le liberalizzazioni e a sabotare i provvedimenti anti-corruzione. Lo stesso Palmieri poi ironizza sulla presunta subalternità di Monti ai disegni della Merkel: peccato che l’idea criminale di imporre il pareggio di bilancio nel 2013 fosse stata proposta dalla psichedelica coppia Berlusconi-Tremonti nell’estate del 2011, quando i due guidavano il Paese con l’incompetenza che li contraddistingue.
-L’IMU resterà ed è giusto che resti. Fatevene una ragione. Può essere rimodulata e resa più progressiva ma non verrà abolita. Un’imposta sulla casa esiste in tutti i paesi europei; l’IMU è alta? Prendetevela con Berlusconi, che nel 2008 abolì l’ICI. L’IMU nasce per rimediare a quel danno.
-Su Twitter oggi qualcuno ha trovato demagogiche le parole di Monti sugli evasori, accusati di “mettere le mani nelle tasche degli altri italiani”. Secondo questi liberali della domenica, se il recupero dell’evasione non va nella riduzione delle tasse prendersela con gli evasori é demagogico. Quando ci si deciderà a dire che l’evasione fiscale è SEMPRE da condannare??
-La mia idea è che Monti abbia fatto l’unica cosa che gli convenisse fare: ritirarsi dalla mischia ed alzare la posta in gioco. Così facendo, non a caso, assume l’atteggiamento distaccato e pensoso di chi punta ad un incarico super partes: la Presidenza della Repubblica.
-Questo Governo non ha fatto granché in questi mesi e la consistenza dell’agenda che Monti oggi ha messo a disposizione della politica stona con i miseri risultati dell’Esecutivo: nessuna legge elettorale, nessuna riforma di ampio respiro, nessuna seria revisione della spesa, nessuna liberalizzazione. La domanda che dovremmo farci è: era ragionevole aspettarsi qualcosa di diverso da un governo appoggiato da una maggioranza emergenziale composta da PDL, PD e UDC?
Quando Rosy Bindi era rottamatrice
In tempi di primarie parlamentari è utile ripescare ciò che aveva recuperato David Allegranti a settembre sul Post. Leggete quest’Ansa del ’94
PPI: BINDI, ”VALE PER TUTTI LIMITE TRE LEGISLATURE”
(ANSA) – ROMA, 2 FEB – Rosy Bindi non transige sul rinnovamento della classe politica e dei candidati del Ppi: ”Il limite delle tre legislature – ha detto conversando con un giornalista – deve valere per tutti, anche per De Mita. Ci vuole una regola certa per selezionare le candidature. E’ quello che stanno chiedendo tutti i coordinatori regionali e che io sto applicando nel Veneto. Quindi il limite delle legislature – ha aggiunto – vale anche per Carlo Fracanzani che di legislature ne ha sette. Lo ringrazio per il contributo che ha dato al partito, lo ammiro per non essere rimasto invischiato in Tangentopoli, nonostante la carica di ministro per le Partecipazioni statali ricoperta in un periodo ad alto rischio. Adesso, pero’, gli chiedo un atto di generosita”’. Lei invece si candidera’ alle politiche? ”Vedremo. Sono una parlamentare europea. Io mi candido se Martinazzoli me lo chiede. Ma il problema non e’ personale. La gente ci chiede un forte rinnovamento e mi dice: ‘per carita’, non candidate sempre le stesse facce’. Se vogliamo essere credibili – ha concluso il coordinatore popolare del Veneto – dobbiamo presentare una nuova classe dirigente”.(ANSA) LT 02-FEB-94 18:40 NNNN







