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Il programma di “Su la testa” – gli ultimi 5 punti

Continua da qui. Come nel post precedente, parlerò solo delle proposte con cui NON sono d’accordo.

6 – Cambiamo il volto alla politica qui

Vogliamo che nessuno possa svolgere l’incarico di parlamentare a tutti i livelli territoriali per non più di due mandati (dieci anni).

Non capisco se intendete un massimo di 10 anni all’interno di un singolo livello (es. Parlamento) oppure 10 anni di carriera politica a qualsiasi livello. In entrambi i casi sono contrario. Fino a qualche mese fa ero favorevole all’introduzione di limiti stringenti sui mandati; poi alcuni, tra i quali ad esempio Dan Marinos, mi hanno fatto notare che il problema non è tanto la durata della carriera politica – quella è lunga in tutti i paesi democratici – ma l’attaccamento dei politici italiani ai ruoli di primo piano dei rispettivi partiti e nei governi che formano. Il problema di D’Alema non è la sua più che ventennale esperienza parlamentare, è la sua ostinazione a voler assumere ruoli di governo nel tentativo di apparire a tutti lo statista che non è e non è mai stato. Quindi semmai, più che mettere un limite ai mandati parlamentari, lo metterei agli incarichi governativi.

Vogliamo la riduzione di almeno un terzo del numero dei parlamentari, portandoli a circa 600 in tutto. Al contempo vogliamo che il ruolo centrale del parlamento sia riaffermato, limitando la possibilità di ricorrere alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia.

D’accordissimo sulla riaffermazione del ruolo del Parlamento: proprio per questo sono contrario alla riduzione del numero dei parlamentari, perlomeno al modo in cui volete attuarla. Il vero problema che mina l’autorevolezza del Parlamento è il sistema della doppia navetta, perché aumenta i costi di coordinamento delle due camere e allunga in maniera intollerabile il processo deliberativo. La contro-proposta che faccio, di cui ho già parlato in passato, è eliminare il Senato o trasformarlo in una camera ad esclusiva competenza regionale. In questo modo la Camera può deliberare rapidamente e con piena legittimazione popolare, senza venire stuprata dalla decretazione d’urgenza del Governo e senza infognarsi in un iter infinito di approvazioni e riapprovazioni della stessa legge.

Su tutto il resto non ho obiezioni rilevanti da fare.

7 – Informazione libera, conflitto d’interessi, diritto a Internet qui

Vogliamo una riforma severa dell’attuale legge sul finanziamento pubblico ai giornali, soprattutto per quanto riguarda le assurde norme che regalano centinaia di migliaia di euro alle testate o ai siti di partito, senza incentivare invece le attività editoriali culturali e di ricerca.

Troppo poco, io lo abolirei del tutto. Un giornale finanziato dallo Stato è un giornale influenzato dallo Stato. La stampa deve rimanere il più possibile libera da ogni condizionamento.

Vogliamo un servizio pubblico svolto nell’interesse dei cittadini e non dei partiti. Vogliamo quindi che il management della concessionaria pubblica del servizio radiotelevisivo  sia nominato per la metà dei membri del CdA dal Parlamento sulla base di un procedimento trasparente, limitatamente a candidati i  cui curricula corrispondano a criteri certi predeterminati e non modificabili per quanto riguarda  i titoli di studio, le esperienze manageriali e le competenze mediatiche, e comunque con un atto impugnabile dinanzi al giudice amministrativo nel caso i curricula non corrispondano ai criteri stabiliti; per il restante 50 per cento dai cittadini-abbonati attraverso libera elezione (anche telematica, su piattaforma sicura)

D’accordo con lo spirito della proposta, non con il metodo. Lasciare che metà del CDA continui ad essere nominato dal Parlamento permette ai partiti di continuare a controllare l’informazione. L’elezione da parte dei cittadini mi sembra pericolosa: l’informazione non deve rispondere né alla politica né agli elettori, ma alla verità. Contro-proposta: elezione di tutto il CDA da parte dei dipendenti RAI.

Vogliamo una forte flessibilizzazione del diritto d’autore finalizzata a consentire la massima diffusione della conoscenza e del sapere.

Bene ma non è sufficiente. Bisogna anche ridurre la pervasività e la durata del sistema brevettuale. Propongo: durata del diritto d’autore abbassata a 20 anni dalla data di pubblicazione dell’opera (e mi sembra già tanto), protezione del fair use. Il diritto della proprietà industriale in Italia comprende brevetti, modelli di utilità, disegni e modelli. Propongo di eliminare modelli di utilità e disegni e modelli e di differenziare la durata dei brevetti a seconda del settore: ad esempio 2 anni per il settore informatico, 5 per quello farmaceutico, in ogni caso non più di 10 anni rispetto ai 20 attuali. I brevetti e il copyright istituiscono un monopolio legale e limitano la concorrenza e l’innovazione, con danni rilevanti per i consumatori.

Il resto lo sottoscrivo volentieri.

8 – Una giustizia davvero uguale per tutti qui

Vogliamo che per regola  il processo civile si svolga per via telematica e che, solo ove necessario, le parti e il giudice possano chiedere un’udienza nella quale discutere fisicamente la causa.

Mi sembra francamente impraticabile, ma non sono un esperto di diritto processuale, è solo un’impressione.

Completamente d’accordo su tutto il resto.

9 – Scuola, Università e Ricerca pubbliche, laiche e libere qui

Vogliamo che l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche sia sostituito da un insegnamento di storia comparata delle religioni affidato a docenti laici.

Contrario, l’insegnamento della religione cattolica va abolito e basta, senza essere sostituito da una materia che non può che risultare discriminatoria. Quante religioni dovremmo includere? Le prime 10? le prime 20? Chi decide cosa è una religione e cosa non lo è? La materia dovrebbe parlare anche di Scientology? O del Pastafarianesimo? Se dite di no, allora significa che state discriminando le religioni meno praticate. Se dite di sì, volete creare un insegnamento in cui potenzialmente ogni credo religioso dovrebbe essere studiato. Volete un consiglio? Lasciate perdere, la religione è un aspetto personale e tale deve rimanere. è sufficiente eliminare l’insegnamento della religione cattolica.

Condivido invece tutte le altre proposte.

10 – Una sanità aperta, universale e umana qui

Non ho obiezioni, anzi, una proposta mi pare fin troppo timida:

Vogliamo che lo Stato renda praticabile la scelta dell’interruzione di gravidanza in ogni ospedale pubblico e, in caso di insufficienza di medici per obiezione di coscienza, sia tenuto ad assumere altri medici, se necessario anche da Paesi esteri.

Io renderei illegale l’obiezione di coscienza per i medici che esercitano in strutture pubbliche: se sei un medico anti-abortista puoi benissimo andare a lavorare in un ospedale privato. Se lavori nel pubblico rispetti la legge e i diritti dei pazienti.

Dove è arrivata raisport

Il livello del giornalismo televisivo italiano è imbarazzante ormai da anni, e quello sportivo non fa eccezione. Anzi, se possibile è anche peggio.

Come molti italiani sto seguendo gli europei di calcio tramite il servizio pubblico, e lo spettacolo è veramente desolante.

Innanzitutto, i telecronisti: scarsissimi, non sanno parlare, si impappinano, spesso sbagliano i nomi dei giocatori. Si sente la mancanza di qualcuno che conosca l’italiano. Pizzul, alla sua veneranda età, li supera ancora di parecchie spanne.

E poi ci sono i giornalisti in studio, che se possibile sono anche peggio. Insipidi, parlano del nulla, ma soprattutto sono degli insopportabili leccapiedi. Se nel giornalismo politico-economico la regola basilare è compiacere i potenti, in quello sportivo bisogna idolatrarli. Quando Napolitano è andato a salutare gli azzurri nello spogliatoio, al termine di Italia-Spagna, la Rai ha mandato il video in rotazione ininterrottamente fino alla sera successiva, commentando la conversazione inesistente tra il presidente e gli azzurri con iperboli a strafottere: “fantastico”, “imperdibile” e così via.
Per non parlare dell’esaltazione continua delle prestazioni della nazionale che, diciamolo, finora sono state abbastanza modeste.
Penosi. E poi dicono che la gente non paga il canone.

Santoro e Freccero a capo della RAI?

L’annuncio al Festival del Giornalismo di Perugia: Michele Santoro e Carlo Freccero si candidano, rispettivamente, a direttore generale e presidente della RAI. I mandati sono vicini alla scadenza e il Governo Monti può (a condizione di volerlo) esprimere finalmente una scelta indipendente dai partiti e dalle logiche correntizie che in questi decenni hanno distrutto l’azienda. Nello specifico, le candidature di Santoro e Freccero vanno guardate positivamente?

Conosco poco il secondo, il primo non mi piace granché, ma credo che l’opzione vada giudicata tenendo conto del contesto: in particolare, delle reazioni della politica. Unite mirabilmente da toni isterici e aggressivi e da parecchia bava alla bocca, destra e sinistra hanno risposto in maniera molto simile. Gli unici a dichiararsi favorevoli sono Parisi, Di Pietro e Vendola, gli altri commentano in questo modo:

Se i politicanti vari si spaventano e rispondono in maniera scomposta e volgare, è per un motivo evidente: hanno una paura fottuta di perdere il controllo di radio e televisione. Nel caso avvenisse, sarebbe l’inizio della loro fine.

Io sarei anche favorevole a questa candidatura…..poi leggo un altro articolo, sempre sul Fatto. Carlo Tecce intervista Freccero, che si lancia in lodi sperticate del modello televisivo “à la Servizio Pubblico” e sintetizza così il debutto del talk show santoriano:

Michele Santoro e i centomila presentano Servizio Pubblico. Mettiamoci un bel punto, spazziamo il vecchio. Andiamo oltre il nemico, il contraddittorio, il pesetto di maggioranza. Non c’è bisogno di avere la Santanchè o Ghedini. Questa comunità ha rivoluzionato la televisione. Stringiamoci intorno al nuovo, e smettiamola di creare teatrini e presepi con chi dice qualcosa e chi replica col contrario. Abbiamo visto una trasmissione nuova con un modo nuovo.

Ecco, a me questa sembra una cazzata bella grossa. Se c’è un aspetto della tv berlusconiana che Santoro ha accentuato con Servizio Pubblico, è stata proprio la contrapposizione tra gli invitati e l’incentivo allo scontro verbale, a discapito della qualità del dibattito. Il modo è nuovo ma la trasmissione è vecchissima. Poi arriva ciò che vorresti non aspettarti (ma che in realtà hai già “odorato”):

Il sondaggio in tempo reale è uno strumento di democrazia senza luoghi.

Falso, il sondaggio su facebook durante la trasmissione è soltanto demagogico, per due motivi:

1) è privo di qualsiasi valore statistico, visto che il campione è casuale nel numero (anche se mostra una certa regolarità) e distorto nel target (chi partecipa al sondaggio è uno spettatore di Santoro e quindi ne condivide quasi sempre la linea politica: il campione è autoselezionato)

2) è l’equivalente mediatico dello “scambiamoci un segno di pace” cattolico. Un rito di massa in cui ognuno si sente per un attimo più buono (nel caso del segno di pace) o più importante (nel caso del sondaggio) ma le conseguenze pratiche sono nulle. Serve ai telespettatori per illudersi di contare qualcosa, alla squadra di Servizio Pubblico per coinvolgere il pubblico e mostrare i muscoli.

Questo modello è migliore di quello che abbiamo avuto finora? Francamente non saprei, probabilmente sì. Vale comunque la pena di rischiare. Con la consapevolezza, però, che Santoro a capo della RAI non significa per forza una televisione migliore.

P.S. In ogni caso mettetevi il cuore in pace, temo che il Governo Monti non sia disposto a prendere in considerazione questa candidatura.

A Serviziopubblico c’è Celentano ma manca il resto

Un’intera puntata dedicata allo “scandalo Celentano” a Sanremo è il segnale di due tendenze:

1) Santoro non ha più molto da dire e quindi sfrutta occasioni come questa per spezzare la monotonia delle puntate dedicate allo scontro Governo-Sindacati piuttosto che agli sprechi della politica.

2) ServizioPubblico sta ottenendo risultati sempre peggiori in termini di ascolto, ed ha bisogno della comparsata di Celentano per prendere un po’ di fiato.

In ogni caso è evidente che la televisione italiana, soprattutto quella che pretende di fare un prodotto di qualità elevata, non può più andare avanti a proporre cantanti pop del ’38 come ospiti di punta. A maggior ragione se vuole rompere gli schemi e produrre contenuti inediti.

Del populismo della trasmissione di Santoro ho già scritto, ma questa sera registriamo un nuovo record: la proposta di candidare Beppe Grillo alla presidenza della RAI (Beppe Grillo!) accolta su Facebook da ondate di commenti entusiastici e deliranti, il sondaggio utilizzato ancora una volta come mezzo plebiscitario per eccitare e far sfogare i telespettatori.

Di Pietro chiede che i dirigenti RAI (dei funzionari, dei burocrati!) siano eletti dai cittadini. Poi, immagino, verrà il turno dei magistrati, che in fin dei conti sono dipendenti pubblici. Poi toccherà agli ispettori di polizia, ai medici, e a tutti gli altri.

Tutto questo, ad essere sincero, mi sembra un po’ inquietante.

 

Servizio Pubblico, Santoro sfonda. Ma convince?

Ieri è andata in onda la prima puntata di Servizio Pubblico, il programma in multipiattaforma ideato e condotto da Michele Santoro. Un successo, bisogna dirlo: le prime stime parlano del 14% di share, che significa terzo “canale” della serata, dopo RaiUno e Canale5.

Di questo 14% pare che il 12% sia riferito alle televisioni locali che hanno mandato in onda la trasmissione: il residuo 2% sarebbe direttamente imputabile agli accessi web (Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Corriere, ServizioPubblico.it, etc). Sono dati interessanti: grazie al nuovo progetto di Santoro le emittenti regionali, fino a questo momento schiacciate e sopraffatte dal duopolio RAI-Mediaset, hanno l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, paragonabile per share e ricavi pubblicitari alle televisioni mainstream – anche se bisogna tenere presente che con tutta probabilità le prossime puntate otterranno uno share minore, come sempre accade in questi casi.

Ma non è così facile come sembra: al momento, contrariamente a quanto scrivono in molti, un terzo polo non esiste. Un programma che va in onda una volta alla settimana, anche se fa ascolti da record, non può costituire una valida alternativa ad un palinsesto strutturato. Se Santoro vuole veramente creare una televisione indipendente, autonoma da RAI e Mediaset e capace di incidere sul dibattito pubblico in Italia, deve andare oltre il format “Raiperunanotte”, dove sono tutti felici e contenti per una sera, dopodiché per tutta la settimana seguente bisogna tornare a RAI e Mediaset.

Una televisione vera significa avere programmi a tutte le ore di tutta la settimana, o almeno avere un programma in ogni prima serata. Altrimenti la cosa non ha molto senso. Senza contare che il progetto attuale è economicamente inefficiente, nel senso che quando Servizio Pubblico è in onda, il sito del programma deve riuscire a gestire l’enorme traffico che lo riguarda, e dunque deve assicurarsi di avere una larghezza di banda sufficiente. Banda che rimane inutilizzata o utilizzata solo parzialmente nel resto della settimana, quando il traffico sarà sensibilmente inferiore.

Ottima l’idea dei sondaggi su Facebook: un bel modo per coinvolgere gli spettatori. Peccato che la qualità delle domande faccia cadere le braccia. Come quello qui sotto, ad esempio:

Qualcuno aveva dei dubbi su come sarebbe finito questo sondaggio? è serio un sondaggio che come opzione di risposta prevede “il governo se ne deve andare e basta“? Soprattutto, è significativo, tenuto conto del profilo politico medio di chi guarda Santoro? Cosa ci dice? Ci dice che chi guarda Servizio Pubblico vuole che il Governo si dimetta. Ma questo, come dire, lo sapevamo già.

Infatti la domanda non puntava a questo, puntava semplicemente a dare agli spettatori l’impressione che la loro opinione conti qualcosa. Mentre è proprio il contrario: il voto diventa un rito di massa, che si realizza compiutamente nell’imponente flusso di commenti che nessuno leggerà (proprio perché non sono fatti per essere letti).

Ecco perché Santoro non mi entusiasma: il populismo è la rovina dell’informazione.

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