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L’economia del blogging

Questo è probabilmente il periodo più difficile in cui gestire una testata: la stampa sta vivendo una difficile fase di transizione dal cartaceo al digitale e deve affrontare tutte le sfide che questo cambiamento comporta. Le difficoltà in cui versano i giornali tradizionali non si risolvono grazie alla semplice migrazione al digitale. La digitalizzazione del giornalismo infatti elimina i costi di stampa e distribuzione della vecchia tecnologia ma crea un nuovo problema: finanziare la propria attività tramite il ricorso esclusivo ala pubblicità.

Il prezzo della pubblicità online infatti è in continuo calo, e questo trend rischia di essere economicamente sostenibile solo per siti con enormi volumi di traffico.

I giornali online “nativi” (cioè, per intenderci, non Corriere o Repubblica ma Lettera43 e Linkiesta) hanno deciso di affrontare questo problema tramite il ricorso al “modello Huffington Post”: aprire il sito ai contributi di blogger e lettori disposti a scrivere gratuitamente pur di ottenere visibilità. La testata guidata da Arianna Huffington dispone di una rete di svariate migliaia di blogger: alcuni già famosi, altri che lo sono diventati dopo, moltissimi che non lo diventeranno mai.

Tutte queste persone scrivono senza essere pagate e producono visualizzazioni (dunque ricavi). Non ho nulla contro l’idea di scrivere gratuitamente: se tante persone lo fanno è perché vogliono farlo. Alcuni sono in cerca di un lavoro, sperano di essere notati ed assunti in redazione; altri semplicemente hanno tanto tempo libero o ritengono di avere cose interessanti da dire al mondo. Il motivo fondamentale che spinge tutte queste persone a scrivere senza essere pagate è lo stesso: la visibilità offerta dal giornale. Almeno da un punto di vista teorico, dunque, lo scambio c’è: il blogger scrive, il giornale ti rende famoso (forse).

Questo processo non garantisce la reciprocità del rapporto blogger-giornale, e questo forse nel lungo periodo può diventare un problema: vediamo perchè.

Iniziamo dalle banalità: un giornale, per essere economicamente sostenibile, deve produrre ricavi in quantità tale da coprire i costi. Se i costi sono sostanzialmente costanti ma il prezzo unitario della pubblicità continua a diminuire, bisogna aumentare le visualizzazioni. Il giornale quindi offre al pubblico la possibilità di scrivere su un sito molto visitato, riuscendo così ad aumentare le visualizzazioni e preservando l’equilibrio tra costi e ricavi: tuttavia, maggiore è il numero di blogger che scrive su un giornale, minore è la visibilità che ogni singolo blogger otterrà, perché lo spazio in homepage è limitato. Se la visibilità pro capite cala all’aumentare dei blogger, ad un certo punto il beneficio dato dalla visibilità sarà inferiore al costo derivante dalla scrittura di quel post. Ma se un agente economico riceve in un rapporto di scambio un’utilità minore di quella che impiega per svolgere quella stessa attività, è ragionevole pensare che quello scambio non venga effettuato.

Quali sono le conseguenze di lungo periodo di questo meccanismo?

Ogni blogger ha un costo-opportunità differente, ed è questa la chiave del problema. Il costo-opportunità è il valore della migliore alternativa a cui l’agente economico rinuncia per svolgere una determinata attività economica: nel nostro caso è il valore del proprio lavoro, del tempo che si impiega. Facciamo un esempio: Tizio vive in una casa di cui è proprietario. Ipotizziamo per un attimo che non vi siano costi monetari: nessuna bolletta, nessuna tassa di proprietà, nessuna tassa sull’immondizia, etc. Possiamo dire che Tizio non sopporta alcun costo connesso a quell’appartamento? No, esiste un costo che non è esplicito ma è a tutti gli effetti un costo economico: è il costo-opportunità dell’appartamento, cioè la somma che Tizio potrebbe percepire se lo affittasse a qualcuno.

Ora, se all’aumentare del numero di blogger ospitati su un giornale dimunisce la visibilità pro capite, ogni blogger continuerà a scrivere fino a quando l’utilità che ricava dalla visibilità pro capite sarà inferiore al costo-opportunità del suo tempo: superata questa soglia, il blogger diventerà sostanzialmente inattivo.

Ovviamente questa soglia non è uguale per tutti, varia al variare dell’individuo considerato e dipende soprattutto da due fattori: il ruolo che la visibilità ha nella funzione di utilità dell’individuo e il valore che il mercato assegna alla sua attività economica (cioè il costo-opportunità del suo tempo).

Se la visibilità è molto importante nella costruzione della funzione di utilità del blogger, se in altre parole il blogger ricava un’enorme utilità in seguito ad una minima variazione della visibilità, ceteris paribus sarà più disposto a scrivere in cambio di minore visibilità rispetto a chi è dotato di una funzione di utilità in cui la visibilità è meno importante.

Allo stesso modo, chi ha un costo-opportunità del proprio tempo molto basso, sempre ceteris paribus,continuerà a scrivere anche quando la bassa visibilità pro capite indurrà i blogger col costo-opportunità più alto a diventare inattivi.

Le conclusioni che possiamo trarre, quindi, sono quattro:

- la visibilità pro capite cala all’aumentare del numero di blogger registrati su un quotidiano online

- il rapporto tra blogger attivi e blogger registrati cala all’aumentare del numero di blogger registrati

- ceteris paribus, un blogger che punta esclusivamente o quasi esclusivamente ad ottenere visibilità scriverà più degli altri

- ceteris paribus, un blogger con un costo-opportunità del proprio tempo molto basso scriverà più degli altri

I due ultimi punti, in particolare, nel caso ne fosse dimostrata la correttezza sarebbero molto significativi, perché equivarrebbero a dire che nel lungo periodo sui giornali online i blogger attivi saranno soprattutto di due tipi: o “egocentrici”, alla spasmodica ricerca di visibilità, o con un basso costo-opportunità del proprio tempo, cioè privi di un lavoro e con basse possibilità di trovarne uno.

Immagino possiate intuire che una tendenza del genere potrebbe avere conseguenze importanti sulla qualità dei contenuti.

Ammesso che questa breve riflessione sia ragionevole, il che è tutt’altro che scontato.

Arriva Edicola Italiana, i grandi quotidiani italiani in versione digitale

Su questi pixel ne parliamo da tempo, finalmente è arrivata, anche se con 3 mesi di ritardo. Cito da Repubblica:

Sei grandi gruppi di editoria d’informazione – Caltagirone Editore, Il Sole 24Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e RCS Mediagroup – hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano.  L’iniziativa – la prima che vede insieme fin dall’esordio i principali editori nazionali – ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un’interfaccia che ne semplifichi la scelta, l’acquisto e la fruizione.

Al consorzio – che opererà con un partner tecnologico e commerciale indipendente – possono fin d’ora aderire altri editori che intendono dare ai propri utenti la possibilità di leggere in digitale le proprie testate preferite.

Fra poche settimane sarà dunque a disposizione dei lettori una piattaforma digitale da cui sarà possibile acquistare i principali prodotti editoriali italiani, sicuramente Corriere, Repubblica, il Sole24Ore, la Stampa, l’Espresso, il Messaggero, Panorama.

Vedremo se con questa mossa i quotidiani storici riusciranno a frenare il proprio declino: un declino che non è solo provocato dall’evoluzione tecnologica, ma anche dalla qualità (scarsa) dei contenuti diffusi.

Avere le idee chiare

La dieta dei giornali italiani

MilanoFinanza riporta la decisione del Corriere di tagliare la foliazione: 4 pagine in meno per ridurre i costi e rimettere in sesto i conti del gruppo.

La strada del taglio delle pagine verrà intrapresa anche da Repubblica (che inoltre nel 2013 introdurrà un paywall  per i contenuti online) e dal Sole24Ore.

Si tratta di provvedimenti inevitabili, che giungono con colpevole ritardo rispetto a quanto fatto diversi anni fa dai quotidiani del resto del mondo. Prendiamo l’informazione economica, che essendo ad alto tasso di specializzazione sente la crisi meno dei prodotti generalisti: il Financial Times, compresi tutti gli inserti, non supera le 30 pagine, il Sole24Ore arriva ad 80.

Come si può sperare di sopravvivere alla crisi definitiva della stampa cartacea continuando a mandare nelle edicole un prodotto pachidermico, pesante, lungo quasi 100 pagine, mentre l’attenzione del lettore è ormai una risorsa scarsa che bisogna attrarre con giornali snelli e rinnovati?

Lo stesso discorso vale a maggior ragione per il Corriere e Repubblica, che vantano circa 60 pagine di lunghezza. Delle vere reliquie, dei reperti di un passato che non può tornare.

Come al solito l’Italia rimane indietro: mentre all’estero tutte le aziende editoriali stanno sperimentando nuovi modelli di business, noi stiamo faticosamente tentando di abbandonare quelli vecchi.

Come sarà l’Italia nel 2013?

Ne parlo su Linkiesta:

Il Movimento 5 Stelle ha avuto grande successo alle elezioni amministrative di quest’anno anche grazie ad un programma genericamente localista e post-ideologico, perfetto per delle elezioni che, almeno negli ultimi anni, sono poco legate alle dinamiche nazionali.

è dubbio che il partito fondato da Grillo possa ottenere le stesse percentuali anche nel 2013: ciò che è certo è che….

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/l-italia-nel-2013#ixzz1wveTDT9m

Storia della Repubblica italiana – Parte seconda: il referendum, la costituente e la nascita della Repubblica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene costituito un governo di unità nazionale che vede il contributo di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi. Presto però emergono contrasti importanti sulla data delle elezioni: i moderati, guidati dalla DC, vogliono che le amministrative si tengano prima delle politiche, per potersi contare e avere un’idea dei rapporti di forza in gioco. Le sinistre invece vogliono andare subito a elezioni politiche per sfruttare l’onda lunga post-resistenziale a loro vantaggio.

Ferruccio Parri, presidente del consiglio, sposa la posizione della sinistra: la DC reagisce e provoca la caduta del governo. Enrico De Nicola nomina nuovo premier De Gasperi. Viene scelta la data del 2 giugno 1946 per l’elezione della Costituente e lo svolgimento del referendum istituzionale: è in ballo la scelta tra repubblica e monarchia.

La campagna elettorale è intensa e aspra: la DC si richiama alla tradizionale triade valoriale “Dio, Patria e Famiglia”, il PCI punta ad emergere come il rappresentante degli interessi dei lavoratori. I risultati delle elezioni vedono l’affermazione della Democrazia Cristiana, che ottiene 207 seggi. Bisogna comunque notare che le forze socialcomuniste, unite, arrivano a 219 seggi, il 4% in più della DC. Sono significativi, al di fuori dei due blocchi ideologici, i successi conseguiti dal partito monarchico (4%) e dal Fronte dell’Uomo Qualunque (oltre il 5%).

Per molti italiani dopo il 1945 la guerra non è finita: si stima che vi siano stati tra i 10.000 e i 15.000 morti. Questa “violenza inerziale” è dovuta anche al fallimento del processo di disarmo generalizzato che viene avviato dagli Alleati: molti partigiani al termine del conflitto non consegnano le loro armi. Nell’alta Emilia si verificano molti fatti di sangue a danno di aristocratici e proprietari terrieri: la zona diventa conosciuta col nome di “Triangolo della Morte” e viene pacificata solo nel 1948.

L’economia è in seria difficoltà: l’industria si sta lentamente riprendendo, ma l’inflazione è a doppia cifra, nel 1946 raggiunge il 35%.

I risultati delle elezioni della Costituente testimoniano l’enorme consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana: all’interno del partito c’è chi comincia a considerare l’ipotesi di estromettere i comunisti dal governo. Si tratta però di un’ipotesi che rimane minoritaria fino a maggio del 1947, perché i democristiani vogliono approvare l’art. 7 della Costituzione e “costituzionalizzare” in questo modo i Patti Lateranensi. Tutti i partiti laici sono contrari, PSI compreso, quindi la DC ha bisogno dei voti comunisti. Dopo l’approvazione dell’art. 7 infatti il governo cade e ne viene costituito uno senza la presenza dei comunisti.

il 1 maggio 1947, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano sparano su una folla di contadini che stanno assistendo ad un comizio celebrativo, pochi giorni dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali. Il bilancio è gravissimo: 11 morti e 27 feriti. Appare subito chiaro che le responsabilità della strage vanno oltre l’iniziativa personale di Giuliano, e rientrano in una trama opaca probabilmente gestita dal ministro dell’Interno Scelba.

Berlusconi, Travaglio e la sinistra

In un post di oggi il mio amico Elia Nigris si rallegra della sconfitta di Berlusconi e del fatto che questa sconfitta NON sia imputabile a Travaglio ed al travaglismo:

Per loro, è sempre stato più importante sostituirsi alla magistratura, sui giornali, in televisione, preferendo parlare del piano morale e del privato piuttosto che della disdicevole e vergognosa condotta pubblica e politica.

Credo che la questione sia più complessa. Naturalmente è palese a tutti che Berlusconi sia caduto a causa della propria incompetenza e della propria indifferenza rispetto ai problemi del Paese. è significativo che il colpo mortale al suo governo sia arrivato non dai giudici, né dai giornalisti né dall’opposizione, ma dai mercati. Questo a confermare, se ce ne fosse bisogno, che ciò che quasi sempre determina la durata di un esecutivo è il grado di efficacia della sua politica economica.

Credo, come Elia, che tutto il filone della polemica giornalistica sulle escort, sui processi, sulle sue gaffes, sia stato assai poco efficace in questi anni, pur essendo stato al contempo doveroso.

Il punto su cui sono in disaccordo totale, invece, è l’attribuzione delle responsabilità: a che serve incolpare Marco Travaglio? Non è che piuttosto la colpa è di una sinistra che in questi anni si è dimostrata totalmente incapace di proporre un’alternativa valida?

Travaglio è un giornalista, fa il suo lavoro. Il problema è che la grande maggioranza dei suoi lettori lo considera di fatto un referente politico, figura di spicco di un “partito politico” di recente costituzione, Il Fatto Quotidiano. Ancora, accusare di questo il Fatto serve a poco.

Non possiamo neanche prendercela con i “travaglini”, i lettori del Fatto e la base del centrosinistra. Basterebbe rendersi conto che in questi anni a sinistra si è sviluppato un processo perverso: i nuovi leader, i soggetti cui è stata affidata la bandiera dell’opposizione politica a Berlusconi, sono presentatori, giornalisti, comici. Gli unici politici che si sono distinti hanno scelto due strade diverse: Di Pietro fa il poliziotto in pensione, Vendola il rivoluzionario del nuovo millennio (ma con idee assai vecchie). In un qualsiasi paese europeo Di Pietro sarebbe a capo della destra tradizionalista e fascistella, Vendola non avrebbe certo il consenso che ha.

Vero è che gli attacchi di Repubblica in questi anni sono stati completamente inutili, vero è che il Fatto Quotidiano spesso indulge nel populismo. Ma dare la colpa di questo a Travaglio e non al PD mi sembra poco onesto.

P.S. Non diamo per scontata la fine di Berlusconi. Monti si trova davanti dei mesi terribili. E la campagna elettorale sembra sia già iniziata.

Servizio Pubblico, Santoro sfonda. Ma convince?

Ieri è andata in onda la prima puntata di Servizio Pubblico, il programma in multipiattaforma ideato e condotto da Michele Santoro. Un successo, bisogna dirlo: le prime stime parlano del 14% di share, che significa terzo “canale” della serata, dopo RaiUno e Canale5.

Di questo 14% pare che il 12% sia riferito alle televisioni locali che hanno mandato in onda la trasmissione: il residuo 2% sarebbe direttamente imputabile agli accessi web (Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Corriere, ServizioPubblico.it, etc). Sono dati interessanti: grazie al nuovo progetto di Santoro le emittenti regionali, fino a questo momento schiacciate e sopraffatte dal duopolio RAI-Mediaset, hanno l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, paragonabile per share e ricavi pubblicitari alle televisioni mainstream – anche se bisogna tenere presente che con tutta probabilità le prossime puntate otterranno uno share minore, come sempre accade in questi casi.

Ma non è così facile come sembra: al momento, contrariamente a quanto scrivono in molti, un terzo polo non esiste. Un programma che va in onda una volta alla settimana, anche se fa ascolti da record, non può costituire una valida alternativa ad un palinsesto strutturato. Se Santoro vuole veramente creare una televisione indipendente, autonoma da RAI e Mediaset e capace di incidere sul dibattito pubblico in Italia, deve andare oltre il format “Raiperunanotte”, dove sono tutti felici e contenti per una sera, dopodiché per tutta la settimana seguente bisogna tornare a RAI e Mediaset.

Una televisione vera significa avere programmi a tutte le ore di tutta la settimana, o almeno avere un programma in ogni prima serata. Altrimenti la cosa non ha molto senso. Senza contare che il progetto attuale è economicamente inefficiente, nel senso che quando Servizio Pubblico è in onda, il sito del programma deve riuscire a gestire l’enorme traffico che lo riguarda, e dunque deve assicurarsi di avere una larghezza di banda sufficiente. Banda che rimane inutilizzata o utilizzata solo parzialmente nel resto della settimana, quando il traffico sarà sensibilmente inferiore.

Ottima l’idea dei sondaggi su Facebook: un bel modo per coinvolgere gli spettatori. Peccato che la qualità delle domande faccia cadere le braccia. Come quello qui sotto, ad esempio:

Qualcuno aveva dei dubbi su come sarebbe finito questo sondaggio? è serio un sondaggio che come opzione di risposta prevede “il governo se ne deve andare e basta“? Soprattutto, è significativo, tenuto conto del profilo politico medio di chi guarda Santoro? Cosa ci dice? Ci dice che chi guarda Servizio Pubblico vuole che il Governo si dimetta. Ma questo, come dire, lo sapevamo già.

Infatti la domanda non puntava a questo, puntava semplicemente a dare agli spettatori l’impressione che la loro opinione conti qualcosa. Mentre è proprio il contrario: il voto diventa un rito di massa, che si realizza compiutamente nell’imponente flusso di commenti che nessuno leggerà (proprio perché non sono fatti per essere letti).

Ecco perché Santoro non mi entusiasma: il populismo è la rovina dell’informazione.

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