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Liberali, moderati e civici: il vuoto delle etichette

Da vent’anni continuiamo a sorbirci le dotte elucubrazioni degli editorialisti del Corriere sulla strategia del “fronte moderato”, delle “forze liberali” o delle possibili mosse della “società civile”.

Credevamo o speravamo (poveri illusi!) che dopo l’appropriazione indebita del liberalismo e della moderazione politica da parte di Berlusconi e dei suoi scherani le parole avrebbero lentamente ripreso il loro senso originario. Ci siamo sbagliati e ci siamo sbagliati di grosso.

Ai vecchi tormentoni se ne aggiungono di nuovi, ma la logica è sempre la stessa: nascondere dietro un vessillo attraente la disarmante inconsistenza del proprio progetto politico. E così, dopo i liberali e i moderati, arrivano i “rappresentanti della società civile”, a destra come a sinistra: Ingroia, Grillo, lo stesso Monti. Quella della società civile come corpo sostanzialmente estraneo alla vita politica è una concezione malata e soprattutto è una mistificazione della realtà: il fatto che la politica abbia ormai assunto connotati sempre più castali non significa che non sia rappresentativa della società civile. Se non ti piace un partito il modo più maturo ed efficace per esprimere il tuo malcontento è votare qualcun altro o astenersi, non è lanciarsi in furiose filippiche per poi turarsi il naso nel segreto dell’urna. Il civismo di questi ultimi mesi è concettualmente affine all’imponente processo di revisione del fenomeno fascista al termine della seconda guerra mondiale. Improvvisamente in Italia nessuno era stato fascista: non lo erano mai stati i cittadini, non lo era mai stato l’apparato dello Stato nè la classe imprenditoriale. Tant’è vero che l’epurazione in chiave antifascista chiesta da PCI e PSI nei mesi successivi alla Liberazione non venne mai attuata: i vertici burocratici ed amministrativi dello Stato rimasero monarchici e fascisti, così come la magistratura. Gli elettori che avevano sostenuto attivamente il fascismo passarono al MSI o alla destra della DC, e tutti fecero finta di niente. Mi sembra che qui stia succedendo più o meno la stessa cosa: la politica fa schifo, fatica ad esprimere concetti interessanti (mi verrebbe da dire che fatica ad esprimere concetti di qualsiasi tipo), e quindi si tira fuori dal cappello la favoletta della società civile, della necessità di liberarsi dei partiti. In realtà questo fenomeno è soltanto il sintomo di una malattia cronica: la difficoltà dell’elettorato di assumersi le proprie responsabilità. La difficoltà di ammettere che Berlusconi è un prodotto della società civile, così come lo sono Fiorito, Penati, tutti gli inquisiti e tutti i privilegiati che difendono sulle pagine dei giornali le loro prerogative medievali.

In una situazione del genere è ovvio che qualcuno decida di approfittarne: ovviamente parliamo di Casini, Fini e Montezemolo, i tre moschettieri che, contrariamente a quanto vogliono far credere, non hanno abusato dei termini “liberale” e “moderato” meno di quanto abbia fatto Berlusconi. Casini è il perfetto esempio del democristiano DOC: è astutissimo, vale il 5% e riesce ad avere una sovrarappresentanza politica e mediatica invidiabile. Il repertorio è il solito, e anche la tipologia umana: non perde occasione per chiedere che la morale cattolica sia al centro della vita pubblica, ma si è sposato due volte. è un clericale ma pretende di spacciarsi per moderato. Perché questo è il punto più assurdo: in Italia sei moderato se neghi i diritti civili delle minoranze (gay, immigrati, malati terminali), se invece ritieni che ognuno debba essere libero di prendere decisioni che attengono esclusivamente alla propria sfera privata, allora sei un pericoloso estremista.

Su Fini c’è poco da dire: è forse il politico più incapace della storia della Repubblica. Ha fatto per anni il cane da guardia di Berlusconi e se ne è staccato solo quando ha capito (come Casini) di non contare nulla. Solo che Casini se ne è accorto nel 2007, Fini nel 2009. Incomprensibilmente è diventato per qualche tempo un personaggio molto apprezzato dagli anti-berlusconiani. Non aveva futuro fino a poche settimane fa ma è stato salvato dall’impegno di Monti.

Di Montezemolo dobbiamo proprio parlare? Veramente c’è qualcuno di voi che ritiene che Montezemolo sia in grado di ricoprire ruoli politici? Dai, non scherziamo.

Figura ben più scaltra è invece quella del loro nuovo leader, Mario Monti. Anche lui ha abbracciato la soffice bandiera del civismo sotto cui si sono riparati i tre soggetti citati sopra. “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, come recita il proverbio. Monti sostiene di essersi candidato per realizzare l’agenda riformista di cui ha bisogno il Paese. Ammesso e non concesso che il premier sia sincero, quell’agenda NON verrà realizzata. Non all’interno di un’alleanza comprendente Casini e Fini. Casini è l’essenza stessa della conservazione, dell’oscurantismo, del corporativismo economico, del capitalismo relazionale contro cui Monti dice di voler combattere. Visto che il bocconiano non è scemo, dobbiamo necessariamente giungere alla conclusione che Monti NON è sincero. Monti non vuole alcun rinnovamento, non vuole le liberalizzazioni, non vuole una società più aperta, e proprio per QUESTO si è alleato col Terzo Polo e non si è presentato da solo. Forse queste cose non le ha mai volute, forse inizialmente era sincero e poi si è lasciato “corrompere” dal potere. Non ne ho idea e francamente mi sembra una distinzione irrilevante. Ciò di cui sono sicuro è che da Monti non possiamo aspettarci alcun programma politico veramente riformista e che per tutti questi motivi mi guarderò bene dal votarlo.

Storia della Repubblica italiana – Parte seconda: il referendum, la costituente e la nascita della Repubblica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene costituito un governo di unità nazionale che vede il contributo di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi. Presto però emergono contrasti importanti sulla data delle elezioni: i moderati, guidati dalla DC, vogliono che le amministrative si tengano prima delle politiche, per potersi contare e avere un’idea dei rapporti di forza in gioco. Le sinistre invece vogliono andare subito a elezioni politiche per sfruttare l’onda lunga post-resistenziale a loro vantaggio.

Ferruccio Parri, presidente del consiglio, sposa la posizione della sinistra: la DC reagisce e provoca la caduta del governo. Enrico De Nicola nomina nuovo premier De Gasperi. Viene scelta la data del 2 giugno 1946 per l’elezione della Costituente e lo svolgimento del referendum istituzionale: è in ballo la scelta tra repubblica e monarchia.

La campagna elettorale è intensa e aspra: la DC si richiama alla tradizionale triade valoriale “Dio, Patria e Famiglia”, il PCI punta ad emergere come il rappresentante degli interessi dei lavoratori. I risultati delle elezioni vedono l’affermazione della Democrazia Cristiana, che ottiene 207 seggi. Bisogna comunque notare che le forze socialcomuniste, unite, arrivano a 219 seggi, il 4% in più della DC. Sono significativi, al di fuori dei due blocchi ideologici, i successi conseguiti dal partito monarchico (4%) e dal Fronte dell’Uomo Qualunque (oltre il 5%).

Per molti italiani dopo il 1945 la guerra non è finita: si stima che vi siano stati tra i 10.000 e i 15.000 morti. Questa “violenza inerziale” è dovuta anche al fallimento del processo di disarmo generalizzato che viene avviato dagli Alleati: molti partigiani al termine del conflitto non consegnano le loro armi. Nell’alta Emilia si verificano molti fatti di sangue a danno di aristocratici e proprietari terrieri: la zona diventa conosciuta col nome di “Triangolo della Morte” e viene pacificata solo nel 1948.

L’economia è in seria difficoltà: l’industria si sta lentamente riprendendo, ma l’inflazione è a doppia cifra, nel 1946 raggiunge il 35%.

I risultati delle elezioni della Costituente testimoniano l’enorme consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana: all’interno del partito c’è chi comincia a considerare l’ipotesi di estromettere i comunisti dal governo. Si tratta però di un’ipotesi che rimane minoritaria fino a maggio del 1947, perché i democristiani vogliono approvare l’art. 7 della Costituzione e “costituzionalizzare” in questo modo i Patti Lateranensi. Tutti i partiti laici sono contrari, PSI compreso, quindi la DC ha bisogno dei voti comunisti. Dopo l’approvazione dell’art. 7 infatti il governo cade e ne viene costituito uno senza la presenza dei comunisti.

il 1 maggio 1947, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano sparano su una folla di contadini che stanno assistendo ad un comizio celebrativo, pochi giorni dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali. Il bilancio è gravissimo: 11 morti e 27 feriti. Appare subito chiaro che le responsabilità della strage vanno oltre l’iniziativa personale di Giuliano, e rientrano in una trama opaca probabilmente gestita dal ministro dell’Interno Scelba.

Storia della Repubblica italiana – Parte prima: la seconda guerra mondiale

L’ingresso in guerra era qualcosa che Mussolini stava valutando da tempo per motivazioni prevalentemente ideologiche.

Il suo scopo era l’affermazione dell’Italia come grande potenza militare, presente anche nel mondo mediterraneo. Ma le gerarchie militari esprimevano scetticismo: il Paese non era pronto ad impegnarsi in una guerra, le carenze tecniche erano spaventose.

L’opposizione dei militari italiani doveva però fare i conti con l’imperialismo hitleriano. Il Fuhrer il 25 agosto 1939 annunciò a Mussolini di voler invadere la Polonia. Il dittatore italiano rispose accordando la partecipazione italiana alla guerra soltanto a condizione di un’assistenza economica tedesca in termini di forniture di attrezzature militari e materie prime. La Germania non ci stette ed iniziò il conflitto da sola.

Mussolini, incoraggiato dai successi ottenuti dalle truppe naziste, il 10 giugno 1940 annunciò l’ingresso del Paese tra le nazioni belligeranti. La leva obbligatoria riguardava soprattutto la popolazione rurale, all’interno della quale cominciò a fare breccia la propaganda pacifista della Chiesa.

Mussolini presentò il conflitto imminente come “guerra fascista”, a differenza di Stalin che ne esaltava il carattere patriottico (evitando in questo modo la frattura della popolazione sovietica). Le campagne di Francia e Grecia evidenziarono tuttavia l’impreparazione dell’esercito italiano, e il fronte africano, dopo un iniziale vantaggio delle forze dell’Asse, vide gli Alleati riconquistare rapidamente le posizioni perse. Le operazioni sul fronte russo dopo il 1943 videro un progressivo disfacimento del blocco italo-tedesco, duramente provato dal lungo inverno e dalla tattica sovietica della terra bruciata.

Il sistema annonario italiano, che doveva garantire l’approvvigionamento delle popolazioni civili, si rivelò clamorosamente inefficiente; la contraerea non riusciva ad opporsi ai bombardamenti alleati, che a partire dal 1942 diventarono sempre più frequenti.

Il razionamento dei prodotti non poteva più avvenire tramite i consueti meccanismi di mercato: i beni prodotti venivano ammassati e controllati dallo Stato, che li distribuiva ai cittadini ad un prezzo calmierato ed in quantità predefinite. La palese insostenibilità economica di questo processo comportò la creazione di un vasto e diffuso mercato nero, che operava clandestinamente.

La diffusa miseria e la mancanza di liquidità penalizzò inevitabilmente le classi popolari, e contribuì al riemergere dell’antagonismo di classe. La coesione sociale ne uscì compromessa e la solidarietà si restrinse all’ambito familiare.

Nell’estate del 1943 gli Alleati presero il controllo della Sicilia. Mussolini era in evidente difficoltà e convocò il 24 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, inattivo dal 1939 e in cui prevaleva la corrente filo-francese di Grandi e Ciano. La riunione si concluse con la sfiducia a Mussolini, che il giorno dopo venne destituito dal re Vittorio Emanuele III. Il potere esecutivo fu affidato ad un governo provvisorio guidato dal maresciallo Pietro Badoglio e il 3 settembre a Cassibile il generale Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati, che verrà reso pubblico l’8 settembre.

Gli inglesi volevano instaurare un governo fantoccio, mentre gli americani insistevano per la creazione di un governo più autorevole, rappresentativo dei vari partiti antifascisti. Nacque il Regno del Sud ed iniziò la guerra civile. L’atteggiamento di gran parte della popolazione era attendista: si riteneva che un cambiamento radicale dello scenario potesse essere opera soltanto degli americani.

L’11 ottobre il Governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, mentre il 9 settembre era nato il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), centro di riferimento della Resistenza.

La Resistenza come movimento politico e militare ebbe inizio l’8 settembre 1943 e culminò nel 25 aprile 1945: il suo obbiettivo non era soltanto sconfiggere il nazifascismo, ma anche proporsi come soggetto politico post-bellico. Con l’appello del 9 settembre gli antifascisti storici incitarono alla rivolta i cittadini accomunati da un antifascismo spontaneo e disorganizzato, inizialmente apolitico, dettato più dalla paura che da reale coinvolgimento ideologico: questo verrà dopo, principalmente ad opera dei partiti.

I principali leader dei partiti, Alcide De Gasperi  (DC), Pietro Nenni (PSI) e Palmiro Togliatti (PCI) furono in realtà piuttosto freddi nei confronti del movimento resistenziale, perché il loro principale obbiettivo era la stabilizzazione dell’azione governativa nell’Italia meridionale.

I grandi partiti erano contrari a qualsiasi compromesso col Governo Badoglio. PSI e PCI avevano come ultima meta la creazione di una federazione socialista internazionale, mentre i partiti moderati puntavano all’affermazione di una generica organizzazione sovranazionale, sul modello della vecchia Società delle Nazioni.

La retorica dei primi anni della Repubblica ci ha tramandato una Resistenza condivisa e sostenuta dalla grande maggioranza del popolo italiano: si tratta di un’immagine distorta. Il fenomeno resistenziale è stato invece, nonostante quel che si dice, un fenomeno sostanzialmente minoritario.

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