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Elezioni 2013, il Governo che verrà

A giudicare dai toni che caratterizzano questa prima fase della campagna elettorale per le primarie PD, appare a tutti evidente che qui è in gioco non soltanto il posto di segretario, ma anche la struttura delle alleanze per le elezioni imminenti e la composizione della maggioranza parlamentare.

Nonostante i candidati siano 5, alcuni di loro hanno ben poche possibilità di incidere. Il confronto riguarda due fronti contrapposti: da una parte Matteo Renzi, dall’altra il blocco socialdemocratico di Bersani e Vendola. Tengo questi due appaiati perché hanno posizioni sostanzialmente identiche: una sinistra tassa e spendi, molto vaga sui diritti civili ma molto precisa sul sogno da realizzare: patrimoniale e Tobin Tax (fidiamoci!).

Se ciò non bastasse, dovremmo anche considerare che le primarie sono a doppio turno e che dunque il terzo classificato (verosimilmente Vendola) non potrà che appoggiare Bersani.

Sulle base di queste premesse, possiamo già delineare la composizione della maggioranza e dell’Esecutivo a seconda che vinca Renzi o Bersani.

Se vince Bersani

Se vince Bersani si fa un’alleanza PD-SEL-PSI più forse l’IDV, un’alleanza che non avrebbe la maggioranza per governare. Si arriverebbe quindi ad una grossa coalizione, probabilmente senza l’IDV, con UDC, Fini, alcuni transfughi pidiellini. Presidente della Repubblica Mario Monti, Presidente del Consiglio Corrado Passera.

Se vince Renzi

Se vince Renzi il PD si spacca, perché la dirigenza del partito non accetterebbe mai di farsi da parte. Il sindaco di Firenze formerebbe un partito di sinistra liberale e cercherebbe l’accordo con Fermare il declinoil movimento politico liberale fondato quest’estate da Oscar Giannino, Lugi Zingales (che è anche consigliere di Renzi), Michele Boldrin e altri economisti. In questo caso però, non conoscendo la consistenza delle forze in gioco, è difficile immaginare la struttura della maggioranza.

Ad ogni modo, ciò che è sicuro è che se vince Bersani il PD si allea con l’UDC. Basta guardare tutti i sondaggi, è questione di numeri.

Alcune cose sulla Carta d’Intenti del centrosinistra

è stata pubblicata ieri la Carta d’Intenti della coalizione di centrosinistra, scritta da Bersani, Nencini e Vendola. Ci sono alcuni punti che mi sembra interessante sottolineare.

- il primo punto risponde alla domanda che tutti voi vi sarete fatti: ma chi cazzo è Nencini?? Trattasi di Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista Italiano, minuscola formazione socialdemocratica che nel 2013 sarà alleata del PD. Ora, io non ho nulla contro Nencini né contro i 27 iscritti del PSI, ma un’osservazione devo farla: era veramente necessario allearsi con un partito del genere? Domanda retorica, ovvio, non era e non è necessario, il PSI non supera l’1%: in sostanza, non esiste. è quindi politicamente incomprensibile che Bersani e Vendola abbiano deciso di aggregarlo alla coalizione: il centrosinistra non ne trae alcun vantaggio, mentre Nencini ottiene una visibiiltà enorme e una presenza nell’eventuale governo decisamente sproporzionata rispetto alla sua reale forza elettorale. Il lato tragicomico  è che quest’alleanza ha firmato una Carta in cui ci si dichiara contrari alla ripetizione delle vecchie pratiche di lottizzazione del Governo: la stessa alleanza che include un minuscolo movimento per permettere a Nencini di poter continuare ad usufruire dei finanziamenti che la legge garantisce ad ogni partito.

- Ormai è ufficiale, Bersani vuole governare con l’UDC. La cosa era nell’aria già da parecchio tempo, in verità: la notizia è che Vendola non è più contrario, avendo firmato la Carta. Vi si legge infatti:

Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale. Per questo i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze, sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista e di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l’Italia e l’Europa dovranno affrontare nei prossimi anni.

C’è una seconda notizia: per Bersani & co. l’UDC è un partito liberale. Direi che è il caso di chiamare in fretta un’ambulanza. Il PD decide quindi coscientemente di mantenere in vita un residuo della politica democristiana come Casini, un politico che non rappresenta nessuno eppure è cercato da tutti. C’è da dirlo, il leader dell’UDC è probabilmente il politico più intelligente in circolazione: vale il 5% eppure riesce a vendersi e ad essere presentato come l’ago della bilancia.

- Questo è il punto secondo me più importante: da quel che si legge è evidente che le primarie per Bersani e Vendola sono semplicemente uno specchietto per le allodole. A prescindere da chi vinca le alleanze sono già state predisposte: tutti insieme appassionatamente con i preti. Prima ancora che si conosca l’identità del candidato premier. Prima ancora che si sappia qualcosa sul programma elettorale. La Carta d’Intenti persegue scopi anti-renziani: se infatti il sindaco di Firenze dovesse vincere le primarie, probabilmente si alleerebbe non con l’UDC, ma con Fermare il Declino, il movimento promosso, tra gli altri, da Michele Boldrin ed Oscar Giannino. L’unico movimento genuinamente liberale, un movimento che quindi Bersani e Vendola vogliono tenere lontano a tutti i costi, preferendogli l’accordo con Casini.

In sostanza PD, SEL e PSI stanno cercando di fondare con l’UDC una nuova area politica, statalista e autoritaria, capace di vincere ma incapace di governare. Una grosse koalition all’italiana, appoggiata dalla Chiesa e dalle banche, con Monti o Passera a capo del governo.

Auguri.

Vendola si fa i viaggioni

Finalmente Nichi Vendola si sbilancia ed espone in maniera univoca e perentoria l’identità del suo partito:

La nostra identità è il viaggio, ma non solo: è anche girare….vedere gente….muoversi….conoscere….fare delle cose

La sinistra e il capitalismo

Sul suo blog Cristiana Alicata critica Sinistra e Libertà per i manifesti in ricordo di Steve Jobs che hanno affisso in alcuni punti della città. Tre le motivazioni principali: la seconda e la terza sono condivisibili, la prima lascia perplessi.

 1) Jobs non era di sinistra, era un capitalista. Si può essere imprenditori di sinistra, ma Jobs era un capitalista. La mia è una provocazione ai compagni di SeL chiaramente. Non dimentichiamo che Apple è stata spesso criticata perché produce componenti dove i lavoratori non hanno alcuna difesa.

Andiamo oltre il fatto che Apple sfrutti manodopera cinese. Mi interessa la noncuranza con cui la Alicata afferma che “Jobs non era di sinistra, era un capitalista”. Come se il fatto di essere un capitalista impedisca di potersi definire e di poter essere di sinistra. Mentre invece quello a cui dovrebbe puntare una sinistra italiana moderna è lo sviluppo di un mercato concorrenziale, dalle regole certe, semplici e note a tutti.

Subito dopo si dice addirittura che “si può essere imprenditori di sinistra, ma Jobs era un capitalista”. Cristiana Alicata ci sta forse dicendo che un imprenditore di sinistra non impiega capitali propri nello svolgimento di un’attività economica, che non assume forza lavoro, che non organizza questo complesso di risorse in un’impresa, che non è soggetto al rispetto del principio di economicità (secondo cui i costi non devono superare i ricavi)? In cosa un “imprenditore di sinistra” differisce da un imprenditore di destra o di centro?

Ammesso e non concesso che la sinistra debba combattere il sistema capitalistico, la distinzione che l’Alicata fa tra “imprenditore di sinistra” e “capitalista” è priva di senso. Finché continueremo a fare ragionamenti simili, non possiamo stupirci della credibilità pressoché nulla che il centrosinistra ha presso gli italiani.

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