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Il programma di storia del liceo, specchio della società

Nessuno dei ragazzi che conosco, quando ero al liceo, ha terminato il programma di storia, che in linea teorica finiva con il crollo del Muro di Berlino, nel 1989. Trovare qualcuno che abbia studiato a scuola l’argomento è un’impresa praticamente impossibile. Quasi tutti non vanno oltre la Seconda Guerra Mondiale: la mia sezione era particolarmente avanti ed è arrivata al Governo Tambroni (1960).

Ha senso un programma che insiste nel fare pelo e contropelo alla Destra e alla Sinistra storiche ma ignora totalmente l’analisi dei processi politici, economici e sociali dell’Italia contemporanea, diciamo dal 1950 ad oggi? Domanda retorica, è chiaro, non ha senso. Ma allora perché nessuna riforma l’ha mai modificato?

Avanzo due risposte che possono a mio avviso essere considerate complementari:

1) Si pensava che bisognasse privilegiare lo studio della Storia risorgimentale perché il regime mussoliniano la considerava una base culturale molto solida su cui intraprendere l’opera di “educazione” al fascismo. Dopo la riforma Gentile l’impianto ideologico del nostro sistema scolastico non è mai stato modificato in maniera radicale, e ancora oggi probabilmente molti vecchi tromboni pensano che la conoscenza dell’Italia risorgimentale sia indispensabile per la formazione di un buon cittadino. Perché sono gli anni dell’Unità nazionale, dei grandi ideali (?!) e dei veri statisti (?!?).

2) Molto più pragmaticamente, la classe politica non vuole essere studiata. Questo è il punto fondamentale: tutti i politici di tutti gli schieramenti o occupano il loro scranno da quando esiste la Repubblica (Andreotti, Cossiga, Napolitano, Scalfaro) o sono attivi da 20 anni con risultati disastrosi (Berlusconi, Fassino, Amato, D’Alema, etc). In sostanza sono i “residui” politici della Prima Repubblica: inserirla nel programma renderebbe i cittadini più informati e consapevoli e questi cittadini potrebbero presto decidere di sostituire la classe dirigente che li governa con tanta inettitudine.

Lo studio della storia nella scuola italiana è lo specchio di una società il cui dibattito politico è basato sull’ignoranza dei fatti, sulle frasi ad effetto, su un confronto tra programmi alla luce delle emozioni e non delle risorse disponibili, sul predominio delle idee sulla realtà. Una società in cui i cittadini possono scegliere la classe dirigente, ma questa fa in modo che la scelta sia sempre la stessa.

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