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Storia della repubblica italiana – Parte quinta: economia e migrazioni

A partire dagli anni ’50 la Germania è meta di ingenti flussi migratori provenienti dall’Italia. La migrazione interna invece si divide in intraregionale ed interregionale. La caratteristica comune è il progressivo spopolamento delle zone rurali.

Le direttrici migratorie interregionali vedono come regioni di partenza il Veneto a Nord e quasi tutte le regioni del Meridione: la destinazione principale è l’Italia del Nord-Ovest, il triangolo industriale che ha come suoi vertici Milano, Torino e Genova.

Col miracolo economico l’occupazione femminile si contrae, perché uno stipendio è sufficiente a mantenere il nucleo familiare.

Si sviluppa il fenomeno delle “coree”, abitazioni abusive nate negli anni della Guerra di Corea. Una famiglia acquistava il terreno ed iniziava a costruire il piano interrato della casa: quando riusciva a mettere da parte un po’ di denaro, procedeva alla costruzione del piano terra, mentre il piano sotterraneo veniva occupato da un’altra famiglia. E così via, col primo e secondo piano.

Verso la fine degli anni Cinquanta si cominciano a delineare le premesse per l’avvento del centrosinistra: nel 1955 Giovanni Gronchi diventa Presidente della Repubblica grazie all’appoggio di socialisti e comunisti. Nel 1956 L’Unione Sovietica interviene in Ungheria per stroncare una serie di manifestazioni studentesche che chiedono riforme e democrazia. L’intervento militare sovietico provoca un’acceso dibattito all’interno del PCI sulla posizione da tenere: è la spaccatura definitiva tra radicali e riformisti, con la sconfitta dei secondi e la loro fuoriuscita dal partito.

Nell’ottobre 1958 sale al trono pontificio Eugenio Roncalli, portatore di uno stile radicalmente diverso, sostenitore di un approccio innovativo e riformatore.

Storia della Repubblica italiana – Parte quarta: crescita e miracolo economico

La dura sconfitta elettorale subita dalla DC nel 1953 provoca l’inasprimento dei contrasti interni al partito, diviso in due correnti guidate da Mario Scelba, ex ministro dell’Interno, e Amintore Fanfani. L’impossibilità di risolvere questa contrapposizione nel breve periodo porta alla formazione di un “governo d’affari” (cioè con il sostegno esplicito dei grandi industriali) presieduto da Pella. L’esperienza governativa di Pella finisce nel 1954, con la crisi  di Trieste,

Il governo di Mario Scelba si caratterizza per l’atteggiamento antisindacale ed anticomunista, nel solco della strategia da lui seguita in passato. Le discriminazioni nei confronti degli iscritti al PCI o dei suoi simpatizzanti, unite alla repressione dura e gratuita delle proteste sindacali, contribuiscono a creare un divario netto tra classe operaia e forze dell’ordine.

Proprio i suoi legami con la polizia sono all’origine di alcuni scandali che vengono trattati in maniera approfondita dalla stampa.

Lo scandalo Montesi è particolarmente sentito: Wilma Montesi, bella ragazza di umili origini, viene trovata morta sul lido di Torvaianica, seminuda, senza reggicalze. Dopo ripetuti tentativi di insabbiamento da parte delle forze dell’ordine, emerge una serie di torbidi intrecci tra alti dirigenti della DC, alta borghesia e parte della gerarchia ecclesiastica. Pietro Piccioni, figlio di Attilio Piccioni, alto dirigente della DC, tra i potenziali successori di De Gasperi, frequentava la villa di Ugo Montagna, ex marchese, poco distante dal luogo in cui era stato ritrovato il cadavere e sede di frequenti festini orgiastici. Piccioni e Scelba vengono costretti alle dimissioni. Secondo quanto riferito da Aldo Moro durante il suo sequestro, lo scandalo sarebbe stato “pilotato” da Fanfani per garantirsi la successione.

Scelba, poco prima di dimettersi, riesce a bloccare le indiscrezioni della stampa sullo scandalo Pisciotta, facendo trapelare indiscrezioni sui passatempi notturni di un dirigente comunista famoso per il suo atteggiamento moralista ed intransigente.

Durante gli anni Cinquanta la società italiana diventa a tutti gli effetti un paese industriale: tra il 1958 e il 1963 il tasso annuo di crescita del PIL supera il 6%. Contrariamente a quanto avvenuto in altri paesi, lo sviluppo economico non si accompagna a fenomeni inflazionistici o a squilibri nella bilancia dei pagamenti. Possiamo distinguere due sottofasi, pre e post-58. La prima fase è caratterizzata dall’aumento della domanda interna, sostenuta dal massiccio intervento dello Stato nell’economia. A partire dal 1958 la nascita del mercato comune europeo permette all’economia italiana di intraprendere un sentiero di crescita basato in misura sempre maggiore sulle esportazioni.

Il sistema economico italiano venne definito da Eugenio Scalfari una “cometa”, avente il suo centro tra Torino e la Lombardia, la sua coda lungo la Valle Padana: i settori trainanti sono la meccanica, la petrolchimica, le automobili, gli elettrodomestici bianchi, la siderurgia.

Parallelamente al dualismo tra grandi e piccole imprese, ne esiste un altro tra imprese efficienti e non. Le imprese esportatrici sono efficienti, perché operano in mercati avanzati e devono fronteggiare la concorrenza; le imprese che vivono di mercato interno sono invece tendenzialmente inefficienti, producono prodotti di qualità abbastanza scarsa, con manodopera non particolarmente qualificata.

Il programma di storia del liceo, specchio della società

Nessuno dei ragazzi che conosco, quando ero al liceo, ha terminato il programma di storia, che in linea teorica finiva con il crollo del Muro di Berlino, nel 1989. Trovare qualcuno che abbia studiato a scuola l’argomento è un’impresa praticamente impossibile. Quasi tutti non vanno oltre la Seconda Guerra Mondiale: la mia sezione era particolarmente avanti ed è arrivata al Governo Tambroni (1960).

Ha senso un programma che insiste nel fare pelo e contropelo alla Destra e alla Sinistra storiche ma ignora totalmente l’analisi dei processi politici, economici e sociali dell’Italia contemporanea, diciamo dal 1950 ad oggi? Domanda retorica, è chiaro, non ha senso. Ma allora perché nessuna riforma l’ha mai modificato?

Avanzo due risposte che possono a mio avviso essere considerate complementari:

1) Si pensava che bisognasse privilegiare lo studio della Storia risorgimentale perché il regime mussoliniano la considerava una base culturale molto solida su cui intraprendere l’opera di “educazione” al fascismo. Dopo la riforma Gentile l’impianto ideologico del nostro sistema scolastico non è mai stato modificato in maniera radicale, e ancora oggi probabilmente molti vecchi tromboni pensano che la conoscenza dell’Italia risorgimentale sia indispensabile per la formazione di un buon cittadino. Perché sono gli anni dell’Unità nazionale, dei grandi ideali (?!) e dei veri statisti (?!?).

2) Molto più pragmaticamente, la classe politica non vuole essere studiata. Questo è il punto fondamentale: tutti i politici di tutti gli schieramenti o occupano il loro scranno da quando esiste la Repubblica (Andreotti, Cossiga, Napolitano, Scalfaro) o sono attivi da 20 anni con risultati disastrosi (Berlusconi, Fassino, Amato, D’Alema, etc). In sostanza sono i “residui” politici della Prima Repubblica: inserirla nel programma renderebbe i cittadini più informati e consapevoli e questi cittadini potrebbero presto decidere di sostituire la classe dirigente che li governa con tanta inettitudine.

Lo studio della storia nella scuola italiana è lo specchio di una società il cui dibattito politico è basato sull’ignoranza dei fatti, sulle frasi ad effetto, su un confronto tra programmi alla luce delle emozioni e non delle risorse disponibili, sul predominio delle idee sulla realtà. Una società in cui i cittadini possono scegliere la classe dirigente, ma questa fa in modo che la scelta sia sempre la stessa.

Gli appunti di Storia della Repubblica in pdf

Stesso discorso fatto per quelli di storia dell’industrialismo.

Il pdf lo trovate qui.

Storia della Repubblica italiana – Parte seconda: il referendum, la costituente e la nascita della Repubblica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene costituito un governo di unità nazionale che vede il contributo di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi. Presto però emergono contrasti importanti sulla data delle elezioni: i moderati, guidati dalla DC, vogliono che le amministrative si tengano prima delle politiche, per potersi contare e avere un’idea dei rapporti di forza in gioco. Le sinistre invece vogliono andare subito a elezioni politiche per sfruttare l’onda lunga post-resistenziale a loro vantaggio.

Ferruccio Parri, presidente del consiglio, sposa la posizione della sinistra: la DC reagisce e provoca la caduta del governo. Enrico De Nicola nomina nuovo premier De Gasperi. Viene scelta la data del 2 giugno 1946 per l’elezione della Costituente e lo svolgimento del referendum istituzionale: è in ballo la scelta tra repubblica e monarchia.

La campagna elettorale è intensa e aspra: la DC si richiama alla tradizionale triade valoriale “Dio, Patria e Famiglia”, il PCI punta ad emergere come il rappresentante degli interessi dei lavoratori. I risultati delle elezioni vedono l’affermazione della Democrazia Cristiana, che ottiene 207 seggi. Bisogna comunque notare che le forze socialcomuniste, unite, arrivano a 219 seggi, il 4% in più della DC. Sono significativi, al di fuori dei due blocchi ideologici, i successi conseguiti dal partito monarchico (4%) e dal Fronte dell’Uomo Qualunque (oltre il 5%).

Per molti italiani dopo il 1945 la guerra non è finita: si stima che vi siano stati tra i 10.000 e i 15.000 morti. Questa “violenza inerziale” è dovuta anche al fallimento del processo di disarmo generalizzato che viene avviato dagli Alleati: molti partigiani al termine del conflitto non consegnano le loro armi. Nell’alta Emilia si verificano molti fatti di sangue a danno di aristocratici e proprietari terrieri: la zona diventa conosciuta col nome di “Triangolo della Morte” e viene pacificata solo nel 1948.

L’economia è in seria difficoltà: l’industria si sta lentamente riprendendo, ma l’inflazione è a doppia cifra, nel 1946 raggiunge il 35%.

I risultati delle elezioni della Costituente testimoniano l’enorme consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana: all’interno del partito c’è chi comincia a considerare l’ipotesi di estromettere i comunisti dal governo. Si tratta però di un’ipotesi che rimane minoritaria fino a maggio del 1947, perché i democristiani vogliono approvare l’art. 7 della Costituzione e “costituzionalizzare” in questo modo i Patti Lateranensi. Tutti i partiti laici sono contrari, PSI compreso, quindi la DC ha bisogno dei voti comunisti. Dopo l’approvazione dell’art. 7 infatti il governo cade e ne viene costituito uno senza la presenza dei comunisti.

il 1 maggio 1947, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano sparano su una folla di contadini che stanno assistendo ad un comizio celebrativo, pochi giorni dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali. Il bilancio è gravissimo: 11 morti e 27 feriti. Appare subito chiaro che le responsabilità della strage vanno oltre l’iniziativa personale di Giuliano, e rientrano in una trama opaca probabilmente gestita dal ministro dell’Interno Scelba.

Storia della Repubblica italiana – Parte prima: la seconda guerra mondiale

L’ingresso in guerra era qualcosa che Mussolini stava valutando da tempo per motivazioni prevalentemente ideologiche.

Il suo scopo era l’affermazione dell’Italia come grande potenza militare, presente anche nel mondo mediterraneo. Ma le gerarchie militari esprimevano scetticismo: il Paese non era pronto ad impegnarsi in una guerra, le carenze tecniche erano spaventose.

L’opposizione dei militari italiani doveva però fare i conti con l’imperialismo hitleriano. Il Fuhrer il 25 agosto 1939 annunciò a Mussolini di voler invadere la Polonia. Il dittatore italiano rispose accordando la partecipazione italiana alla guerra soltanto a condizione di un’assistenza economica tedesca in termini di forniture di attrezzature militari e materie prime. La Germania non ci stette ed iniziò il conflitto da sola.

Mussolini, incoraggiato dai successi ottenuti dalle truppe naziste, il 10 giugno 1940 annunciò l’ingresso del Paese tra le nazioni belligeranti. La leva obbligatoria riguardava soprattutto la popolazione rurale, all’interno della quale cominciò a fare breccia la propaganda pacifista della Chiesa.

Mussolini presentò il conflitto imminente come “guerra fascista”, a differenza di Stalin che ne esaltava il carattere patriottico (evitando in questo modo la frattura della popolazione sovietica). Le campagne di Francia e Grecia evidenziarono tuttavia l’impreparazione dell’esercito italiano, e il fronte africano, dopo un iniziale vantaggio delle forze dell’Asse, vide gli Alleati riconquistare rapidamente le posizioni perse. Le operazioni sul fronte russo dopo il 1943 videro un progressivo disfacimento del blocco italo-tedesco, duramente provato dal lungo inverno e dalla tattica sovietica della terra bruciata.

Il sistema annonario italiano, che doveva garantire l’approvvigionamento delle popolazioni civili, si rivelò clamorosamente inefficiente; la contraerea non riusciva ad opporsi ai bombardamenti alleati, che a partire dal 1942 diventarono sempre più frequenti.

Il razionamento dei prodotti non poteva più avvenire tramite i consueti meccanismi di mercato: i beni prodotti venivano ammassati e controllati dallo Stato, che li distribuiva ai cittadini ad un prezzo calmierato ed in quantità predefinite. La palese insostenibilità economica di questo processo comportò la creazione di un vasto e diffuso mercato nero, che operava clandestinamente.

La diffusa miseria e la mancanza di liquidità penalizzò inevitabilmente le classi popolari, e contribuì al riemergere dell’antagonismo di classe. La coesione sociale ne uscì compromessa e la solidarietà si restrinse all’ambito familiare.

Nell’estate del 1943 gli Alleati presero il controllo della Sicilia. Mussolini era in evidente difficoltà e convocò il 24 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, inattivo dal 1939 e in cui prevaleva la corrente filo-francese di Grandi e Ciano. La riunione si concluse con la sfiducia a Mussolini, che il giorno dopo venne destituito dal re Vittorio Emanuele III. Il potere esecutivo fu affidato ad un governo provvisorio guidato dal maresciallo Pietro Badoglio e il 3 settembre a Cassibile il generale Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati, che verrà reso pubblico l’8 settembre.

Gli inglesi volevano instaurare un governo fantoccio, mentre gli americani insistevano per la creazione di un governo più autorevole, rappresentativo dei vari partiti antifascisti. Nacque il Regno del Sud ed iniziò la guerra civile. L’atteggiamento di gran parte della popolazione era attendista: si riteneva che un cambiamento radicale dello scenario potesse essere opera soltanto degli americani.

L’11 ottobre il Governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, mentre il 9 settembre era nato il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), centro di riferimento della Resistenza.

La Resistenza come movimento politico e militare ebbe inizio l’8 settembre 1943 e culminò nel 25 aprile 1945: il suo obbiettivo non era soltanto sconfiggere il nazifascismo, ma anche proporsi come soggetto politico post-bellico. Con l’appello del 9 settembre gli antifascisti storici incitarono alla rivolta i cittadini accomunati da un antifascismo spontaneo e disorganizzato, inizialmente apolitico, dettato più dalla paura che da reale coinvolgimento ideologico: questo verrà dopo, principalmente ad opera dei partiti.

I principali leader dei partiti, Alcide De Gasperi  (DC), Pietro Nenni (PSI) e Palmiro Togliatti (PCI) furono in realtà piuttosto freddi nei confronti del movimento resistenziale, perché il loro principale obbiettivo era la stabilizzazione dell’azione governativa nell’Italia meridionale.

I grandi partiti erano contrari a qualsiasi compromesso col Governo Badoglio. PSI e PCI avevano come ultima meta la creazione di una federazione socialista internazionale, mentre i partiti moderati puntavano all’affermazione di una generica organizzazione sovranazionale, sul modello della vecchia Società delle Nazioni.

La retorica dei primi anni della Repubblica ci ha tramandato una Resistenza condivisa e sostenuta dalla grande maggioranza del popolo italiano: si tratta di un’immagine distorta. Il fenomeno resistenziale è stato invece, nonostante quel che si dice, un fenomeno sostanzialmente minoritario.

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