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Rainforest, come esportare la Silicon Valley

Come si favorisce la creazione di un ambiente innovativo? è necessario un nuovo modello teorico? Secondo alcuni sì, e si chiama Rainforest.

L’innovazione è una componente fondamentale di quel processo virtuoso che chiamiamo “crescita economica”. Molto spesso però ne parliamo senza conoscerne veramente il significato. Cos’è l’innovazione? Come si ottiene? E ancora, perché vi sono alcune zone ad alto tasso innovativo mentre altre mostrano performance molto più deludenti? È un problema regolatorio, servono istituzioni più efficienti, norme più chiare? Oppure……

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La storia e l’economia devono dialogare

Nella mia esperienza quotidiana di studente di economia mi capita a volte di pensare che l’esistenza di discipline separate, a compartimenti stagni, sia un ostacolo rilevante allo sviluppo delle scienze sociali. Non si illudano gli amici politologi e sociologi, sono sempre convinto che l’economia sia la materia a maggior tasso scientifico tra quelle che hanno come oggetto la società e le sue dinamiche: tuttavia credo che sia un peccato condannare gli studenti ad un approccio monodisciplinare. Il discorso vale in particolar modo rispetto agli studi storici.

Non so come funzioni negli altri paesi, ma in Italia, in omaggio alla visione hegeliana della cultura che domina gli ambienti accademici nazionali dagli inizi del Novecento, i corsi universitari di storia rientrano quasi sempre nella facoltà di letteratura. Si dà in questo modo allo studio della storia un carattere umanistico-letterario e non, come sarebbe logico, socio-economico. Diretta conseguenza di questo approccio è da una parte la scarsa preparazione dello storico in materia economica, dall’altra la creazione di generazioni di economisti molto preparati tecnicamente ma spesso incapaci di declinare sul piano pratico (quindi anche alla luce dell’analisi storica) i principi teorici.

Nel nostro Paese si è sempre stati convinti, a livello di opinione pubblica, della superiorità della cultura umanistica su quella tecnico-scientifica: una convinzione istituzionalizzata da Giovanni Gentile durante il fascismo, a cui il liberalismo italiano non ha saputo o voluto opporsi. Questa impostazione idealistica è rimasta inalterata anche con l’avvento della Repubblica, ed anzi è stata fatta propria dalle forze di sinistra che l’hanno recepita nella forma staliniana della superiorità della politica sull’economia, cioè nell’idea che la volontà delle masse e l’ideologia socialista fossero di per sé sufficienti a modificare i rapporti economici nella direzione desiderata, a prescindere dalla situazione di partenza.

I tragici risultati a livello internazionale sono ben noti, su tutti “il grande balzo in avanti” voluto da Mao. In Italia abbiamo avuto la concezione della spesa pubblica come sedativo delle tensioni sociali, per garantire alla DC il controllo del Paese e per contrastare l’ascesa delle sinistre. Il tutto finanziato col ricorso massiccio ed indiscriminato al debito. La tendenza a mostrare solennemente l’obbiettivo da raggiungere senza indicare contestualmente le risorse che si vogliono utilizzare a tale scopo è ancora oggi diffusissima (Berlusconi  ci ha edificato la sua fortuna politica ed economica). Proprio questa tendenza esprime in maniera efficace i danni provocati da un approccio umanistico a problemi socio-economici.

Cambiare questo approccio in ambito accademico potrebbe contribuire a creare, nel lungo periodo, una classe dirigente meno dogmatica e idealista, più competente e razionale.

L’illusione della decrescita

Ultimamente la teoria della “decrescita felice” pare essere di gran moda, complice certamente il clima di incertezza che la crisi economica ha portato con sé.

Ampi settori della sinistra ne sono stati conquistati, e non è raro leggere articoli in cui si auspica un calo dei consumi o un ritorno ad uno stile di vita semplice e pre-industriale.

La polemica anti-industrialista ha più volte attraversato il pensiero politico progressista: basti pensare all’insistenza con cui alcuni ambienti dell’anarchismo (*) sostenevano, verso la fine del XIX secolo, la necessità di recuperare la prospettiva comunitaria delle società contadine.

Viene però da chiedersi dove vogliano portarci questi “decrescisti”: l’idealizzazione della società rurale potrà anche essere romantica e gradevole ad un primo sguardo, ma la sua applicazione politica avrebbe conseguenze nefaste, perché le radici contadine saranno anche pure ed innocenti, ma prima della rivoluzione industriale moltissimi “innocenti” morivano a quaranta o cinquant’anni.

L’accento posto sulla presunta superiorità etica della vita semplice e sul carattere immorale del consumismo mostra peraltro che quella della decrescita è una posizione religiosa più che economica, dato che si fonda su un’assunzione indimostrata: le risorse sono finite e dunque non è possibile avere una crescita infinita.

Come facciamo a dire che “le risorse sono finite”? In particolare, cos’è una “risorsa”? Possiamo definirla come ciò di cui l’uomo si serve per perseguire un determinato fine e dunque per soddisfare un determinato bisogno. Nel gergo economico si usa l’espressione “fattore produttivo”.

Il punto è che una risorsa è tale solo quando sappiamo in che modo e a che scopo usarla. La valorizzazione di una risorsa passa attraverso l’analisi e lo sfruttamento di alcune sue caratteristiche.

Ma cosa ci permette di analizzare e sfruttare queste caratteristiche? Rispettivamente, il metodo scientifico e il progresso tecnico: ignorare questi due fattori porta a raggiungere conclusioni affrettate.

Negli ultimi 250 anni svariati pensatori hanno sollevato la questione dell’esistenza di un limite alla crescita economica e tutti sono stati smentiti dalla Storia: il primo fu Thomas Malthus, nel 1798, che sosteneva che la popolazione mondiale avesse raggiunto un livello stabile, legato alla scarsità delle risorse a disposizione. Logica conseguenza della stabilità di quel livello era l’impossibilità di ottenere un salario superiore a quello di sussistenza. Tuttavia, pochi anni dopo la pubblicazione di queste tesi, la rivoluzione industriale si affermò in tutta la sua imponenza: la popolazione si moltiplicò e i salari aumentarono rapidamente, in barba alle profezie moralistiche malthusiane.

È inoltre curioso che il movimento per la decrescita abbia molti sostenitori in Italia, visto che il nostro paese è uno dei pochi nel mondo occidentale a non essere cresciuto negli ultimi dieci anni.

Le risorse non sono una categoria chiusa, ma il loro numero dipende, in ultima istanza, dal livello delle nostre conoscenze.

Ciò non implica che non vi siano risorse scarse: il primo caso che ci viene in mente è quello del petrolio. Ma se la risorsa è scarsa nel lungo periodo verrà usata in maniera intelligente perché il suo sfruttamento sarà regolato da un prezzo. Come mai negli ultimi anni c’è un’attenzione sempre maggiore all’efficienza energetica e dunque all’impatto ambientale? Certo non perché all’improvviso tutti siamo diventati ambientalisti, piuttosto perché il petrolio costa sempre di più e dunque è aumentato anche il prezzo della benzina. I decrescisti vogliono meno mercato e più “nonsisacosa”, mentre è proprio il mercato concorrenziale che garantisce l’allocazione efficiente dei fattori produttivi. Sia chiaro, non viviamo nel migliore dei mondi possibili: l’economia ha bisogno di una forte iniezione di concorrenza nei mercati dei trasporti, dell’energia e del credito bancario, mentre il sistema normativo deve essere riformato per garantire una maggiore apertura alla competizione e all’innovazione. Concretamente, ci servono una forte legislazione antitrust e una drastica limitazione della durata e del raggio d’azione dei brevetti. Ma questo significa agire in maniera opposta a quanto indicato da Latouche.

Infine, un appunto tecnico che potrà sembrare irrilevante ma non lo è: ogni impiego di risorse ha uno o più impieghi alternativi, quindi eliminare alcune nostre abitudini di consumo non implica necessariamente una diminuzione del PIL. Facciamo un esempio: tra i sostenitori della decrescita uno dei più comuni è quello dell’acqua in bottiglia. Se smettessimo di comprarla ed iniziassimo a bere quella del rubinetto, si sostiene, l’attività economica (e quindi il PIL) calerebbe, perché i supermercati non venderebbero più acqua, i camionisti non la trasporterebbero più, le industrie del settore non la produrrebbero più. Tuttavia il nostro livello di benessere, nonostante il calo del PIL, ne risulterebbe inalterato. Falso, non vi sarebbe alcun calo del PIL: avremmo a disposizione la somma che prima spendevamo per l’acqua in bottiglia e dovremmo decidere come usarla.

Ora, il denaro si può destinare a tre diversi utilizzi: consumo, risparmio e/o investimento. Quindi potremmo usare questa somma per comprare qualcos’altro, oppure, ad esempio, per finanziare l’avvio di una nuova impresa, o ancora potremmo versarla in banca. In tutti i tre casi qui descritti, il PIL non cala, anzi negli ultimi due è molto probabile che aumenti.

Questo per dire cosa? Per ricordare a tutti che per discutere con criterio di temi economici, un po’ di teoria bisogna averla studiata. Almeno qualche basilare concetto di micro.

La sinistra può vincere solo se fa della crescita economica un punto centrale del suo programma, mentre se la sua proposta politica è il ritorno ad una vita agreste e preindustriale è destinata a schiantarsi contro il muro della ragione.

* : Giacomo Brusco mi fa gentilmente notare che la nostalgia per il mondo rurale è una tematica presente nell’anarchismo classico ottocentesco, più che nell’anarco-comunismo kropotkiniano. Ho corretto di conseguenza XD

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