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La Croazia entra nell’Unione Europea

Il 22 gennaio, nella sostanziale indifferenza dei media continentali alle prese con la crisi del debito, i cittadini croati hanno approvato tramite referendum l’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea. Favorevoli il 66% dei votanti, una maggioranza schiacciante. Lascia un po’ perplessi la bassa affluenza alle urne, poco più del 43% degli aventi diritto, ma secondo Pierluigi Mennitti, giornalista esperto di Europa orientale, questo non è un problema:

Ma la bassa affluenza non deve trarre in inganno. Sebbene il referendum non abbia raggiunto neppure la metà degli aventi diritto, nei Paesi che parteciparono a vario titolo all’esperienza del blocco socialista ai tempi della guerra fredda la percentuale dei votanti alle varie tornate elettorali resta tradizionalmente molto più bassa che a occidente.

Con questi precedenti, che poco più di 2 milioni di elettori abbiano speso qualche ora di una domenica tiepida e soleggiata per mettere una scheda nell’urna, è in fondo un risultato di qualche rilievo. È stato un assenso pragmatico, forse privo di grande passione ma in sintonia perfetta col clima di incertezza che pervade ogni passo attuale delle politiche europee.

All’ingresso ufficiale, previsto per il 1° luglio 2013, manca soltanto l’appprovazione da parte dei parlamenti degli Stati Membri. L’ingresso della Croazia nell’Unione costituisce un passo importante verso l’integrazione dei Balcani sotto l’ombrello comunitario e un’occasione per chiudere definitivamente con gli orrori della guerra degli anni ’90.

Il paese è stato duramente colpito dalla crisi economica e i movimenti populisti hanno guadagnato consensi, approfittando della situazione. Ciononostante, le elezioni politiche appena svoltesi hanno visto l’affermazione dei socialdemocratici e il responso del referendum sembra fotografare un paese dove le posizioni europeiste e il moderatismo politico risultano ancora dominanti.

L’Europa unita dunque continua ad ingrandirsi, nonostante la crisi. Il sistema ha ormai raggiunto un livello di complessità che non può più essere gestito dalla forma di governance attuale: per proseguire e rafforzare il processo di integrazione è necessario ripensare radicalmente in senso federalista le sue strutture politiche ed amministrative. Se non creiamo degli organismi comunitari che godano di una genuina legittimazione popolare dovremo fronteggiare il rischio che il populismo fratricida prenda il sopravvento.

I supertecnici non esistono: il futuro resta politico

In questi mesi l’opinione pubblica, specialmente quella un po’ radical che legge solo Repubblica, è stata posseduta dalla granitica convinzione che quello del governo tecnico sia il migliore dei mondi possibili e che avremmo finalmente avuto le riforme strutturali di cui il Paese ha disperato bisogno. Invece le riforme vere non si sono viste, né si vedranno: ciò che finora ha fatto questo Governo è quello che ci si poteva aspettare da un buon esecutivo tecnico costretto a confrontarsi con la realtà. Una manovra durissima ma necessaria per evitare il collasso finanziario dello Stato, qualche timida liberalizzazione, un po’ di semplificazioni.

La cronaca politica di questi due mesi ha smentito tutti i fedeli del culto “governista”, secondo cui un governo guidato da un tecnico di polso, libero dagli interessi elettorali contingenti (ma ne siamo sicuri?), avrebbe potuto riformare il Paese in pochi giorni. Nonostante Berlusconi si sia defilato, l’idea suggestiva dell’esecutivo forte che ha sempre diffuso a destra e a manca si è radicata nel dibattito politico. Ma quella di Berlusconi era soltanto una favoletta: l’Italia è una Repubblica parlamentare e sono le Camere a detenere il potere legislativo. Il Governo può legiferare tramite i decreti, è vero, ma su delega o successiva conferma del Parlamento. Ne consegue che tutto ciò che fa Monti deve essere approvato dai parlamentari (gli stessi del 2008). Non bisogna dunque nutrire aspettative eccessive sull’azione del Governo. Un Governo che con tutta probabilità arriverà al 2013, ora che il referendum elettorale è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale. Ancora poco più di un anno. Il tempo di dare la possibilità ai partiti di cercare un nuovo assetto o di ricostruire quello precedente, al governo di recuperare un po’ di reputazione in Europa e a tutti quanti di prepararsi alla campagna elettorale. Nel biennio che è appena iniziato si decidono due destini: quello della politica italiana e quello del processo di integrazione europea.

Un aspetto positivo del governo tecnico è che ha spaccato il centrodestra, causando una crisi dalla quale forse può nascere qualcosa di vagamente somigliante ad una destra europea. Questo a condizione che Casini, Rutelli e Fini non siano così fessi da lasciarsi scappare la ghiotta occasione – ma probabilmente lo sono.

Anche a sinistra è necessario ripartire, cambiare classe dirigente e presentare un programma serio. Credo sia sbagliato sperare in un centrosinistra a guida Monti: per quanto abbia dimostrato, soprattutto sul tema liberalizzazioni, di essere vicino a posizioni molto diffuse nel PD, Mario Monti non potrebbe guidare un fronte progressista moderno, a meno che non si decida preliminarmente di mettere da parte ogni progetto riformista sui diritti civili. Questo non significa che Monti non possa essere il protagonista di un eventuale scenario PD+Terzo Polo: in quel caso però sarebbe improprio parlare di sinistra.

Il destino dell’Unione Europea e del progetto federalista passerà per tre elezioni importanti, quella francese di questa primavera e quelle italiana e tedesca dell’anno prossimo. Fino ad allora probabilmente non verrà presa nessuna decisione particolarmente importante, al di là di una progressiva espansione del “fondo salva-stati” e di patti con validità poco più che formale. A seconda degli equilibri politici che si verranno a determinare in questi tre Stati potremo capire che strada intraprenderà l’Unione.

Tutte le grida strazianti sulla sovranità popolare usurpata, tutti gli articoli di giornale sulla “fine della politica” sono soltanto aria fritta: la fase tecnica è passeggera, la politica tornerà. Stavolta però dovrà dimostrarsi all’altezza.

Il PSE, il PD e i DS

In un bell’articolo su iMille Renzo Rubele ci racconta come è andata la Convenzione Progressista, un evento tenutosi il 25 e 26 novembre a Bruxelles, organizzato dal Partito Socialista Europeo per discutere a viso aperto il futuro della sinistra continentale.

Al termine di questo congresso il Partito ha approvato tre documenti, che trovate linkati all’articolo di Rubele: un generico Manifesto dei Valori, un documento programmatico, e un impegno a scegliere un candidato unitario alla Presidenza della Commissione Europea. I documenti sono chiari e sintetici, vi consiglio di darci un’occhiata, visto che testimoniano un inedito interesse dei partiti progressisti europei a costruire un soggetto politico unitario.

Come al solito, non di tutti i partiti progressisti. E come al solito, l’anomalia è quella italiana. Dovete infatti sapere che il PD nell’Europarlamento è membro del gruppo “Socialisti e Democratici” (gruppo appositamente costituito dopo i piagnistei degli ex-margherita che non volevano far parte di un gruppo esclusivamente socialista), ma NON fa parte del PSE. Se andiamo a spulciare il suo sito web, nella sezione dei membri, compare questa schermata:

In sostanza gli unici membri italiani del PSE sono l’insignificante PSI di Riccardo Nencini (che arriva a malapena all’1%) e i DS – si, proprio i Democratici di Sinistra! Ma non si erano sciolti, confluendo nel PD? Eppure il loro sito è ancora in piedi, simbolo grottesco dello stato patologico in cui versa la sinistra italiana.

La morale della favola è che la componente cattolica del PD, per una patetica questione nominale, ha impedito al partito di entrare nel PSE, ha costretto gli europarlamentari riconducibili al PSE a formare un gruppo da esso separato ed indipendente e sta impedendo al Partito Democratico di prendere parte ad un processo di politico che può cambiare le sorti del progressismo europeo. Quand’è che il PD vorrà affrontare la questione?

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