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L’antiamericanismo filoamericano

Una bella vignetta di Sherif Arafa, da Cartoon Movement.

 

Barack Obama e la First Lady

Barack e Michelle Obama a ruoli invertiti. Di Gaetano Liberatore per Il Male.

Caro Lorenzo, la crisi ha radici nel liberismo e te lo dimostro

Pubblico volentieri una risposta di Guido Iodice al mio ultimo post a proposito di “Su la testa”. Mi sembra si stia avviando un dibattito interessante che può portare a raggiungere, forse, conclusioni comuni.

Caro Lorenzo, mi permetto di intromettermi nel dibattito che hai intessuto con “Su la testa”, anche se non ne faccio parte, poiché credo che la discussione abbia una valenza più generale.

Nella replica pubblicata il 22 ottobre sul tuo blog, scrivi, tra l’altro:

L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali.

Ora, sei davvero sicuro che sia così? Mi pare che tu cada nello stesso errore – peraltro molto comune – di “Fermare il declino”,. La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Si può ragionevolmente sostenere che la più grande crisi mondiale dal 1929 ad oggi sia “dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali”? O la specifica crisi dell’eurozona? Credo proprio di no. La grandissima parte degli economisti è concorde nell’individuare la causa della crisi europea nello squilibrio delle bilance commerciali tra centro e periferia e quindi nel debito con l’estero, nella gran parte dei casi debito privato che – a seguito dei “salvataggi” – si è poi trasformato in debito pubblico.

Questo non significa assolvere la nostra classe politica, che ha ovviamente grandi responsabilità. Ma classi politiche considerate decisamente migliori e paesi elogiati come “modelli” hanno avuto conseguenze pesantissime anche più delle nostre.

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Poi c’è la situazione specifica italiana. Vale la pena ricordarla? A questo punto direi di sì, ma va raccontata tutta: politici incapaci e ladri (secondo sentenze della magistratura passate in giudicato) hanno governato questo paese anche negli anni ’70 e ’80, ma all’epoca eravamo diventati una media potenza industriale (checché se ne dica, grazie soprattutto alle grandi aziende pubbliche, all’IRI, Eni ed Enel) ed esportavamo in Germania. Ah, dimenticavo: avevamo anche l’articolo 18.

La Seconda Repubblica ha avuto protagonisti alcuni che hanno mimato il peggio della Prima ed altri più seri. Ma gli uni e gli altri sono stati tutt’altro che un toccasana per l’economia nazionale.

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Oggi scopriamo amaramente che il buon vecchio Keynes aveva ragione: “Bada alla disoccupazione e il bilancio pubblico baderà a se stesso”. E potremmo aggiungere: “Bada meno al bilancio pubblico e più a quello dei privati: al reddito delle famiglie, a quanto il paese importa dall’estero, alla difficoltà delle aziende di trovare credito”. Ma, invece di rileggere Keynes, l’Italia ha scelto di affidarsi alla vecchia e fallimentare “Treasury View” degli anni 30, incarnata oggi da Mario Monti (e in Spagna da Rajoy, in Grecia da Samaras). La “casta dei tecnici” al governo non è certo migliore di quella dei politici e i suoi danni li stiamo già vedendo, con un debito pubblico che è nuovamente schizzato alle stelle nonostante gli enormi sacrifici degli italiani, proprio a causa dell’austerità e a e del “rigore”, così come già avvenuto negli altri “PIIGS”.

Mi sento quindi in tutta onestà di difendere le politiche interventiste che hanno reso questo paese una potenza industriale. Mi sento di difendere l’articolo 18. Mi sento di difendere l’economia mista in cui l’iniziativa privata concorre, insieme alle aziende pubbliche, alla crescita. Altro che “improduttive” buche nel terreno (vedi alla voce TAV in Valsusa). E credo che una seria analisi debba concludere che proprio l’allentamento del ruolo dello Stato nell’economia sia all’origine della crisi. E questo vale per tutte le economie occidentali, non certo solo per Italia.

Globalizzazione, commercio internazionale e protezionismo: una risposta a Giovanni Sartori

Molti di voi avranno letto l’editoriale di Giovanni Sartori pubblicato ieri sul Corriere, in cui l’autorevole politologo si è lanciato in un feroce “j’accuse” contro gli economisti, colpevoli di aver abbracciato acriticamente la globalizzazione senza considerarne i pro e i contro.

Siamo in tempo di crisi e dal momento che la responsabilità di questa crisi è più diffusa e generalizzata di quanto si voglia ammettere è comprensibile che ci sia la volontà di individuare un capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe di questo mondo.

Eppure…

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/tutto-tondi/la-globalizzazione-secondo-giovanni-sartori#ixzz1z0P34WyJ

No global, guardate al lungo periodo

Il grafico che vedete è stato postato su Twitter da Joseph Weisenthal, Deputy Editor di Business Insider. Mi sembra particolarmente significativo: stando alle previsioni, intorno al 2050 l’Asia produrrà una percentuale del PIL mondiale paragonabile a quella che produceva nel 1700. Le date non sono casuali e ci aiutano a comprendere meglio il fenomeno. La globalizzazione non è la manifestazione di forze legate alla massoneria o a misteriosi circoli plutocratici, è semplicemente il “prodotto” del modo in cui l’Occidente si è sviluppato dalla fine del ’700 alla metà del ’900: soltanto grazie alle loro politiche colonialiste le potenze europee e gli USA hanno potuto beneficiare in maniera esclusiva della rivoluzione industriale in atto.

L’internazionalizzazione del commercio e la globalizzazione dei mercati sono fenomeni “naturali”, nel senso che riportano in equilibrio un sistema che prima garantiva agli occidentali profitti monopolistici o oligopolistici. Attenzione, non sto parlando di mercati in cui il tasso di concentrazione e i rapporti di forza tra i concorrenti dipendono dalla dislocazione geografica delle materie prime (ad es. il mercato petrolifero): parlo di beni che possono essere prodotti ovunque, come i vestiti o alcuni alimenti, per fare qualche esempio.

In questi campi la feroce concorrenza asiatica di cui ora tutti si lamentano altro non è che l’effetto di forze che erano state a lungo imprigionate dalle politiche commerciali predatorie di paesi come l’Impero Britannico, la Francia o la Spagna.

In parole povere, la globalizzazione non sta soltanto aumentando il reddito mondiale, ma lo sta anche redistribuendo. In maniera sicuramente imperfetta e migliorabile, certo, ma sta “riparando” ai danni che noi occidentali abbiamo fatto in 100 anni di dominio coloniale.

Questo fenomeno, il grafico sopra, lo mostra molto bene. Le nostre economie stanno certamente soffrendo questa fase di transizione, ma il futuro sarà più stabile. Il problema è che le difficoltà della globalizzazione vanno a sommarsi a quelle della crisi del debito in atto. Uscire da questa crisi quanto prima è quindi la precondizione per affrontare al meglio le sfide che il riequilibrio economico mondiale ci propone.

Ma fare i no-global e allo stesso tempo pretendere di difendere gli interessi dei paesi del Terzo Mondo è impossibile: i paesi in via di sviluppo (ma anche quelli sviluppati) hanno tutto da guadagnare dall’apertura dei loro paesi al commercio internazionale. Appoggiare le politiche basate esclusivamente sul localismo nuoce tanto ai “poveri” quanto agli stessi “ricchi”. In sostanza, è stupido.

Le follie primaverili della MPAA

Noi ci lamentiamo giustamente dell’atteggiamento spocchioso e sprezzante che SIAE ed artisti “stagionati”  mantengono nei confronti degli utenti di Internet e dello scambio di file protetti da copyright. Ma negli States lo scontro tra i vecchi organi parassitari del settore e il movimento per un’Internet libera e concorrenziale ha raggiunto livelli di asprezza allarmanti.

Secondo la MPAA (Motion Picture Association of America) embeddare un video ospitato da una terza parte costituirebbe una violazione del copyright. Le posizioni deliranti dell’industria cinematografica sono peraltro sostenute da una recente sentenza in materia di un giudice federale. Se questo trend non verrà interrotto ci aspetta un futuro piuttosto inquietante.

La Corte Penale Internazionale a fumetti

Su Cartoon Movement potete trovare un bel fumetto interattivo che riassume la storia della Corte Penale Internazionale e le questioni ancora aperte che la riguardano. Particolarmente significativa la seconda vignetta, che raffigura i 199 paesi che hanno sottoscritto lo Statuto della Corte. Gli USA, unico tra gli Stati occidentali, non l’hanno ancora fatto.

Le relazioni extraconiugali dei governi mediorientali

Da Cartoon Movement:

Fermiamo SOPA e PIPA. Sciopero mondiale in difesa della libertà di Internet

Oggi colossi del web come Wikipedia, Google e WordPress e migliaia di altri siti in tutto il mondo si fermeranno per protestare contro SOPA e PIPA, le leggi liberticide che il Congresso degli Stati Uniti vuole approvare. Ecco perché aderisco alla protesta:

1) Perché queste leggi sono pericolose, con la scusa della tutela del copyright violano la libertà d’espressione e i diritti civili degli utenti, gettano nel cestino il principio della presunzione d’innocenza, e se approvate costituirebbero un precedente troppo importante per essere ignorato dalle autorità degli altri paesi. Se SOPA e PIPA entrassero in vigore Facebook, Wikipedia, Youtube, Google, Flickr e molti altri sarebbero direttamente responsabili di ogni singola violazione del copyright da parte di un loro utente. Sarebbero ovviamente costretti a chiudere. Veramente questa è l’Internet che vogliamo?

2) Perché negli ultimi anni numerosi sono stati i tentativi dei paesi occidentali di “cinesizzare” la Rete, di imbavagliare blog e siti d’informazione, con il pretesto della tutela del copyright. Questa tendenza è inquietante. Se è comprensibile che le dittature di tutto il mondo impediscano il libero utilizzo di Internet, è intollerabile che la stessa volontà di censura venga affermata nel mondo occidentale, mettendo in forse i fondamenti stessi delle nostre società.

3) Perché è indispensabile che oggi la risposta dei netizen ai disegni illiberali delle corporation di hollywood sia forte e perentoria, anche nell’ottica di una mobilitazione di medio-lungo periodo, visto che la questione probabilmente non si risolverà a breve. Siamo stanchi di essere quotidianamente considerati da giornali e televisioni come dei delinquenti.

4) Perché la tutela del copyright non giustifica in alcun modo la negazione delle libertà individuali degli utenti. Badate bene, queste libertà sono tutt’altro che virtuali: sarebbe un errore pensare che in fin dei conti parliamo di internet, la vita reale è altro. Ormai la rete è una componente imprescindibile dell’ambiente economico e sociale in cui operiamo. Un’Internet meno libera significa una società meno libera, e la relazione è più diretta di quanto possiate pensare.

La schermata censurata di WordPress

5) Perché non possiamo tollerare che i nostri diritti debbano soccombere in favore della protezione di un istituto ormai anacronistico, che deve essere radicalmente riformato. Il copyright non protegge i diritti dell’autore, ma viola quelli di tutti gli altri: gli utenti e i potenziali concorrenti dell’autore stesso. Un monopolio, anche se chiamato con un nome diverso, rimane un monopolio: il copyright ostacola la concorrenza e l’innovazione nei settori in cui viene applicato e danneggia gravemente i consumatori, sul piano della qualità del prodotto e su quello del prezzo. Tutelare gli artisti e gli autori non significa garantire loro una rendita vitalizia. Soprattutto se gran parte della rendita non va agli artisti ma a chi li sfrutta. è ora che le case di Hollywood e gli intermediari parassitari dell’industria discografica lo capiscano.

La pagina principale della versione inglese di Wikipedia, come appare oggi

Ecco perché il mio blog sarà irraggiungibile dalle 14 alle 2 di questa notte.

Se condividete le mie motivazioni e volete partecipare alle mobilitazioni, andate su Sopastrike.com.

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