Il PD é con la BCE ma anche no.

C’è confusione all’interno del Partito Democratico in merito alla posizione da prendere sul contenuto della lettera inviata quest’estate dalla BCE al Governo italiano.

Il segretario Pierluigi Bersani la considera un atto dovuto ed una base su cui poter costruire le proposte del partito in materia economica.

”Se ci fosse stato un altro governo – ha aggiunto Bersani – la Bce non avrebbe avuto bisogno di tante puntualizzazioni. Noi siamo pronti a discutere e ad assumersi le compatibilita’. Sulle ricette vogliamo discutere. Il pareggio di bilancio lo garantiamo. Ma noi non possiamo accettare di arrivarci con i tagli di 20 miliardi all’assistenza. Ma sappiamo che i 20 miliardi devono essere trovati”.

Ancora più esplicito Enrico Letta, secondo cui i suggerimenti della Banca Centrale Europea “rappresentano la base su cui impostare politiche per fare uscire l’Italia dalla crisi”.

Stefano Fassina, responsabile economico del PD, la pensa però molto diversamente:

“Siamo trattati come se gia’ fossimo in rianimazione finanziaria al pari della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo. L’Italia – si legge – dispone sia delle risorse produttive e di classe dirigente per scegliere autonomamente ed attuare un’agenda di riforme in grado di far uscire il Paese dal tunnel della stagnazione e della disoccupazione. Purtroppo, soltanto parte delle raccomandazioni della Bce sono utili. é negativa anche ai fini dell’abbattimento del debito, come ormai dovrebbe essere chiaro, l’insistenza ideologica sulla flessibilita’ del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l’affidamento esclusivo alle misure supply side per lo sviluppo. E’ necessaria una svolta progressista in Italia e negli altri grandi Paesi della zona per salvaguardare la moneta unica e le condizioni per lo sviluppo sostenibile, il lavoro e le democrazie effettive”.

E ha poi aggiunto:

“La posizione che io ho espresso, di critica rispetto ai contenuti di quella lettera, credo sia largamente condivisa all’interno del Pd”.

è evidente che le due posizioni sono inconciliabili, e su un tema del genere non è tollerabile che lo siano. Chi ha ragione? Visto che Bersani sembra più vicino alla linea Ichino che a quella Fassina, nonostante gli esiti della Conferenza sul lavoro tenutasi a Genova alla fine di giugno di quest’anno, il responsabile economico PD dovrebbe farci sapere se desidera partecipare alle primarie come candidato alternativo all’attuale segretario o se vuole prendere atto che la sua posizione non è poi così condivisa e decidere di conseguenza (leggi “dimettersi”).

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