Piergiorgio Welby: 5 anni dopo non è cambiato niente

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, dopo una lunga battaglia civile per affermare inequivocabilmente il diritto dell’individuo a rifiutare cure che non desidera e a disporre della sua vita in piena libertà.

Welby ha vinto la sua battaglia personale, grazie al sostegno dell’anestesista Mario Ricci (che per questo è poi stato indagato dalla magistratura e dall’Ordine dei Medici). Ma sul piano politico la situazione è sostanzialmente la stessa, nonostante siano passati 5 anni.

L’influenza nefasta dell’oscurantismo vaticano è purtroppo ancora forte, nel nostro Paese. Assistiamo ogni giorno imperterriti allo stupro sistematico delle libertà individuali. A parole tutti la vogliono: politici, giornalisti, intellettuali. Quando si tratta di agire di conseguenza e di garantirle sul piano pratico, i toni cambiano e si invoca il “buon senso”, si dice che “sono cose che vanno fatte per gradi”, et cetera.

Balle. Tutte le intromissioni dello Stato nella sfera privata del cittadino sono violazioni della sua libertà personale. E non trovano giustificazione alcuna nella presunta difficoltà di garantire questa libertà. Lo stesso vale per la Chiesa. Sono entrambi organismi che hanno come obbiettivo istituzionale il controllo sociale.

Lo Stato deve criminalizzare il consumo delle droghe leggere per rafforzare la criminalità e dunque dare alle forze di sicurezza un pretesto per ingrandirsi. La Chiesa deve inculcare nella gente la paura della morte e la convinzione perversa che la propria vita dipenda da qualcun altro, altrimenti la sua ragione d’essere verrebbe meno.

L’atteggiamento proibizionista sulle droghe leggere, che pure è da condannare e combattere con decisione, non è però spregevole, autoritario e inumano quanto la pretesa dei clericali, prontamente riconosciuta dalla legge dello Stato, di decidere dove inizia e dove finisce la vita altrui.

Questa pretesa non è soltanto una continua negazione dei più basilari principi di libertà, ma è anche un grave insulto a ciò che si sostiene di voler proteggere: la vita stessa.

Davvero un cattolico crede che mantenere artificialmente in vita una persona attaccandola ad una macchina sia il miglior modo per rispettare la volontà di dio?

Coloro che si oppongono all’introduzione del biotestamento o dell’eutanasia lo fanno, a loro dire, per difendere la sacralità della vita umana. Per loro la vita è più di un semplice stato “medico”, e un “qualcosa” che ci è stato donato. Ma allora perché vogliono difenderla attaccandosi a criteri meramente tecnici? Perché è l’unico modo che abbiamo per “identificarla”. Se l’identificazione della vita umana risponde a criteri tecnici e possiede dunque un certo grado di oggettività, il diritto di disporne appartiene al singolo individuo e a nessun altro. 

Dal momento che il valore della vita di una persona è il valore che quella persona gli dà, “obbligare” tutti i cittadini a vivere, senza tenere in considerazione la volontà del singolo, è un oltraggio alla dignità della vita umana oltre che un atto di sopraffazione.

Ecco perché ricordare Welby non basta. Ecco perché ogni forza politica progressista (in primo luogo il PD, se ci tiene ad essere considerato tale) non possono che considerare prioritaria l’approvazione di una legge in materia che ci faccia rientrare nel novero dei Paesi civili. Con la vita dei cittadini si è già giocato abbastanza, è ora di cambiare.

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