I supertecnici non esistono: il futuro resta politico

In questi mesi l’opinione pubblica, specialmente quella un po’ radical che legge solo Repubblica, è stata posseduta dalla granitica convinzione che quello del governo tecnico sia il migliore dei mondi possibili e che avremmo finalmente avuto le riforme strutturali di cui il Paese ha disperato bisogno. Invece le riforme vere non si sono viste, né si vedranno: ciò che finora ha fatto questo Governo è quello che ci si poteva aspettare da un buon esecutivo tecnico costretto a confrontarsi con la realtà. Una manovra durissima ma necessaria per evitare il collasso finanziario dello Stato, qualche timida liberalizzazione, un po’ di semplificazioni.

La cronaca politica di questi due mesi ha smentito tutti i fedeli del culto “governista”, secondo cui un governo guidato da un tecnico di polso, libero dagli interessi elettorali contingenti (ma ne siamo sicuri?), avrebbe potuto riformare il Paese in pochi giorni. Nonostante Berlusconi si sia defilato, l’idea suggestiva dell’esecutivo forte che ha sempre diffuso a destra e a manca si è radicata nel dibattito politico. Ma quella di Berlusconi era soltanto una favoletta: l’Italia è una Repubblica parlamentare e sono le Camere a detenere il potere legislativo. Il Governo può legiferare tramite i decreti, è vero, ma su delega o successiva conferma del Parlamento. Ne consegue che tutto ciò che fa Monti deve essere approvato dai parlamentari (gli stessi del 2008). Non bisogna dunque nutrire aspettative eccessive sull’azione del Governo. Un Governo che con tutta probabilità arriverà al 2013, ora che il referendum elettorale è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale. Ancora poco più di un anno. Il tempo di dare la possibilità ai partiti di cercare un nuovo assetto o di ricostruire quello precedente, al governo di recuperare un po’ di reputazione in Europa e a tutti quanti di prepararsi alla campagna elettorale. Nel biennio che è appena iniziato si decidono due destini: quello della politica italiana e quello del processo di integrazione europea.

Un aspetto positivo del governo tecnico è che ha spaccato il centrodestra, causando una crisi dalla quale forse può nascere qualcosa di vagamente somigliante ad una destra europea. Questo a condizione che Casini, Rutelli e Fini non siano così fessi da lasciarsi scappare la ghiotta occasione – ma probabilmente lo sono.

Anche a sinistra è necessario ripartire, cambiare classe dirigente e presentare un programma serio. Credo sia sbagliato sperare in un centrosinistra a guida Monti: per quanto abbia dimostrato, soprattutto sul tema liberalizzazioni, di essere vicino a posizioni molto diffuse nel PD, Mario Monti non potrebbe guidare un fronte progressista moderno, a meno che non si decida preliminarmente di mettere da parte ogni progetto riformista sui diritti civili. Questo non significa che Monti non possa essere il protagonista di un eventuale scenario PD+Terzo Polo: in quel caso però sarebbe improprio parlare di sinistra.

Il destino dell’Unione Europea e del progetto federalista passerà per tre elezioni importanti, quella francese di questa primavera e quelle italiana e tedesca dell’anno prossimo. Fino ad allora probabilmente non verrà presa nessuna decisione particolarmente importante, al di là di una progressiva espansione del “fondo salva-stati” e di patti con validità poco più che formale. A seconda degli equilibri politici che si verranno a determinare in questi tre Stati potremo capire che strada intraprenderà l’Unione.

Tutte le grida strazianti sulla sovranità popolare usurpata, tutti gli articoli di giornale sulla “fine della politica” sono soltanto aria fritta: la fase tecnica è passeggera, la politica tornerà. Stavolta però dovrà dimostrarsi all’altezza.

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