Storia della Repubblica italiana – Parte prima: la seconda guerra mondiale

L’ingresso in guerra era qualcosa che Mussolini stava valutando da tempo per motivazioni prevalentemente ideologiche.

Il suo scopo era l’affermazione dell’Italia come grande potenza militare, presente anche nel mondo mediterraneo. Ma le gerarchie militari esprimevano scetticismo: il Paese non era pronto ad impegnarsi in una guerra, le carenze tecniche erano spaventose.

L’opposizione dei militari italiani doveva però fare i conti con l’imperialismo hitleriano. Il Fuhrer il 25 agosto 1939 annunciò a Mussolini di voler invadere la Polonia. Il dittatore italiano rispose accordando la partecipazione italiana alla guerra soltanto a condizione di un’assistenza economica tedesca in termini di forniture di attrezzature militari e materie prime. La Germania non ci stette ed iniziò il conflitto da sola.

Mussolini, incoraggiato dai successi ottenuti dalle truppe naziste, il 10 giugno 1940 annunciò l’ingresso del Paese tra le nazioni belligeranti. La leva obbligatoria riguardava soprattutto la popolazione rurale, all’interno della quale cominciò a fare breccia la propaganda pacifista della Chiesa.

Mussolini presentò il conflitto imminente come “guerra fascista”, a differenza di Stalin che ne esaltava il carattere patriottico (evitando in questo modo la frattura della popolazione sovietica). Le campagne di Francia e Grecia evidenziarono tuttavia l’impreparazione dell’esercito italiano, e il fronte africano, dopo un iniziale vantaggio delle forze dell’Asse, vide gli Alleati riconquistare rapidamente le posizioni perse. Le operazioni sul fronte russo dopo il 1943 videro un progressivo disfacimento del blocco italo-tedesco, duramente provato dal lungo inverno e dalla tattica sovietica della terra bruciata.

Il sistema annonario italiano, che doveva garantire l’approvvigionamento delle popolazioni civili, si rivelò clamorosamente inefficiente; la contraerea non riusciva ad opporsi ai bombardamenti alleati, che a partire dal 1942 diventarono sempre più frequenti.

Il razionamento dei prodotti non poteva più avvenire tramite i consueti meccanismi di mercato: i beni prodotti venivano ammassati e controllati dallo Stato, che li distribuiva ai cittadini ad un prezzo calmierato ed in quantità predefinite. La palese insostenibilità economica di questo processo comportò la creazione di un vasto e diffuso mercato nero, che operava clandestinamente.

La diffusa miseria e la mancanza di liquidità penalizzò inevitabilmente le classi popolari, e contribuì al riemergere dell’antagonismo di classe. La coesione sociale ne uscì compromessa e la solidarietà si restrinse all’ambito familiare.

Nell’estate del 1943 gli Alleati presero il controllo della Sicilia. Mussolini era in evidente difficoltà e convocò il 24 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, inattivo dal 1939 e in cui prevaleva la corrente filo-francese di Grandi e Ciano. La riunione si concluse con la sfiducia a Mussolini, che il giorno dopo venne destituito dal re Vittorio Emanuele III. Il potere esecutivo fu affidato ad un governo provvisorio guidato dal maresciallo Pietro Badoglio e il 3 settembre a Cassibile il generale Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati, che verrà reso pubblico l’8 settembre.

Gli inglesi volevano instaurare un governo fantoccio, mentre gli americani insistevano per la creazione di un governo più autorevole, rappresentativo dei vari partiti antifascisti. Nacque il Regno del Sud ed iniziò la guerra civile. L’atteggiamento di gran parte della popolazione era attendista: si riteneva che un cambiamento radicale dello scenario potesse essere opera soltanto degli americani.

L’11 ottobre il Governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, mentre il 9 settembre era nato il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), centro di riferimento della Resistenza.

La Resistenza come movimento politico e militare ebbe inizio l’8 settembre 1943 e culminò nel 25 aprile 1945: il suo obbiettivo non era soltanto sconfiggere il nazifascismo, ma anche proporsi come soggetto politico post-bellico. Con l’appello del 9 settembre gli antifascisti storici incitarono alla rivolta i cittadini accomunati da un antifascismo spontaneo e disorganizzato, inizialmente apolitico, dettato più dalla paura che da reale coinvolgimento ideologico: questo verrà dopo, principalmente ad opera dei partiti.

I principali leader dei partiti, Alcide De Gasperi  (DC), Pietro Nenni (PSI) e Palmiro Togliatti (PCI) furono in realtà piuttosto freddi nei confronti del movimento resistenziale, perché il loro principale obbiettivo era la stabilizzazione dell’azione governativa nell’Italia meridionale.

I grandi partiti erano contrari a qualsiasi compromesso col Governo Badoglio. PSI e PCI avevano come ultima meta la creazione di una federazione socialista internazionale, mentre i partiti moderati puntavano all’affermazione di una generica organizzazione sovranazionale, sul modello della vecchia Società delle Nazioni.

La retorica dei primi anni della Repubblica ci ha tramandato una Resistenza condivisa e sostenuta dalla grande maggioranza del popolo italiano: si tratta di un’immagine distorta. Il fenomeno resistenziale è stato invece, nonostante quel che si dice, un fenomeno sostanzialmente minoritario.

Post a comment or leave a trackback: Trackback URL.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: