Storia della Repubblica italiana – Parte seconda: il referendum, la costituente e la nascita della Repubblica

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale viene costituito un governo di unità nazionale che vede il contributo di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi. Presto però emergono contrasti importanti sulla data delle elezioni: i moderati, guidati dalla DC, vogliono che le amministrative si tengano prima delle politiche, per potersi contare e avere un’idea dei rapporti di forza in gioco. Le sinistre invece vogliono andare subito a elezioni politiche per sfruttare l’onda lunga post-resistenziale a loro vantaggio.

Ferruccio Parri, presidente del consiglio, sposa la posizione della sinistra: la DC reagisce e provoca la caduta del governo. Enrico De Nicola nomina nuovo premier De Gasperi. Viene scelta la data del 2 giugno 1946 per l’elezione della Costituente e lo svolgimento del referendum istituzionale: è in ballo la scelta tra repubblica e monarchia.

La campagna elettorale è intensa e aspra: la DC si richiama alla tradizionale triade valoriale “Dio, Patria e Famiglia”, il PCI punta ad emergere come il rappresentante degli interessi dei lavoratori. I risultati delle elezioni vedono l’affermazione della Democrazia Cristiana, che ottiene 207 seggi. Bisogna comunque notare che le forze socialcomuniste, unite, arrivano a 219 seggi, il 4% in più della DC. Sono significativi, al di fuori dei due blocchi ideologici, i successi conseguiti dal partito monarchico (4%) e dal Fronte dell’Uomo Qualunque (oltre il 5%).

Per molti italiani dopo il 1945 la guerra non è finita: si stima che vi siano stati tra i 10.000 e i 15.000 morti. Questa “violenza inerziale” è dovuta anche al fallimento del processo di disarmo generalizzato che viene avviato dagli Alleati: molti partigiani al termine del conflitto non consegnano le loro armi. Nell’alta Emilia si verificano molti fatti di sangue a danno di aristocratici e proprietari terrieri: la zona diventa conosciuta col nome di “Triangolo della Morte” e viene pacificata solo nel 1948.

L’economia è in seria difficoltà: l’industria si sta lentamente riprendendo, ma l’inflazione è a doppia cifra, nel 1946 raggiunge il 35%.

I risultati delle elezioni della Costituente testimoniano l’enorme consenso raggiunto dalla Democrazia Cristiana: all’interno del partito c’è chi comincia a considerare l’ipotesi di estromettere i comunisti dal governo. Si tratta però di un’ipotesi che rimane minoritaria fino a maggio del 1947, perché i democristiani vogliono approvare l’art. 7 della Costituzione e “costituzionalizzare” in questo modo i Patti Lateranensi. Tutti i partiti laici sono contrari, PSI compreso, quindi la DC ha bisogno dei voti comunisti. Dopo l’approvazione dell’art. 7 infatti il governo cade e ne viene costituito uno senza la presenza dei comunisti.

il 1 maggio 1947, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano sparano su una folla di contadini che stanno assistendo ad un comizio celebrativo, pochi giorni dopo la vittoria della sinistra alle elezioni regionali. Il bilancio è gravissimo: 11 morti e 27 feriti. Appare subito chiaro che le responsabilità della strage vanno oltre l’iniziativa personale di Giuliano, e rientrano in una trama opaca probabilmente gestita dal ministro dell’Interno Scelba.

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