La riforma del lavoro e il fallimento del governo

A dispetto della retorica grandiosa di cui si è fatto largo uso in questi giorni, la riforma del mercato del lavoro partorita dal governo è il segnale del suo fallimento politico: è una riforma che non risolve l’annoso problema della precarietà e peggiora le condizioni dei lavoratori ultracinquantenni, che temono più di tutti gli altri il licenziamento perché sarebbero incapaci di trovare un altro impiego.

La sterile polemica ideologica sull’articolo 18 emerge in tutta la sua inconsistenza. I veri problemi dell’economia italiana sono altri: una giustizia civile lentissima, un livello di tassazione molto elevato cui non corrispondono servizi adeguati, una burocrazia invadente e la corruzione diffusa.

È triste constatare che tutte le anime della sinistra continuano a trasmettere un’idea delle relazioni industriali basata sulla conflittualità di classe, senza indicare all’opinione pubblica il nemico comune, quelle oligarchie parassitarie che hanno avuto origine con la nascita dello stato unitario, si sono rafforzate sotto il fascismo e hanno conservato il loro potere con l’avvento della repubblica.

Liberalizzazioni, legalità, destatalizzazione dell’economia e modernizzazione dello Stato. Questi dovrebbero essere i punti centrali di un vero programma riformista, altro che articolo 18. Checché ne dica Ichino.

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