L’illusione della decrescita

Ultimamente la teoria della “decrescita felice” pare essere di gran moda, complice certamente il clima di incertezza che la crisi economica ha portato con sé.

Ampi settori della sinistra ne sono stati conquistati, e non è raro leggere articoli in cui si auspica un calo dei consumi o un ritorno ad uno stile di vita semplice e pre-industriale.

La polemica anti-industrialista ha più volte attraversato il pensiero politico progressista: basti pensare all’insistenza con cui alcuni ambienti dell’anarchismo (*) sostenevano, verso la fine del XIX secolo, la necessità di recuperare la prospettiva comunitaria delle società contadine.

Viene però da chiedersi dove vogliano portarci questi “decrescisti”: l’idealizzazione della società rurale potrà anche essere romantica e gradevole ad un primo sguardo, ma la sua applicazione politica avrebbe conseguenze nefaste, perché le radici contadine saranno anche pure ed innocenti, ma prima della rivoluzione industriale moltissimi “innocenti” morivano a quaranta o cinquant’anni.

L’accento posto sulla presunta superiorità etica della vita semplice e sul carattere immorale del consumismo mostra peraltro che quella della decrescita è una posizione religiosa più che economica, dato che si fonda su un’assunzione indimostrata: le risorse sono finite e dunque non è possibile avere una crescita infinita.

Come facciamo a dire che “le risorse sono finite”? In particolare, cos’è una “risorsa”? Possiamo definirla come ciò di cui l’uomo si serve per perseguire un determinato fine e dunque per soddisfare un determinato bisogno. Nel gergo economico si usa l’espressione “fattore produttivo”.

Il punto è che una risorsa è tale solo quando sappiamo in che modo e a che scopo usarla. La valorizzazione di una risorsa passa attraverso l’analisi e lo sfruttamento di alcune sue caratteristiche.

Ma cosa ci permette di analizzare e sfruttare queste caratteristiche? Rispettivamente, il metodo scientifico e il progresso tecnico: ignorare questi due fattori porta a raggiungere conclusioni affrettate.

Negli ultimi 250 anni svariati pensatori hanno sollevato la questione dell’esistenza di un limite alla crescita economica e tutti sono stati smentiti dalla Storia: il primo fu Thomas Malthus, nel 1798, che sosteneva che la popolazione mondiale avesse raggiunto un livello stabile, legato alla scarsità delle risorse a disposizione. Logica conseguenza della stabilità di quel livello era l’impossibilità di ottenere un salario superiore a quello di sussistenza. Tuttavia, pochi anni dopo la pubblicazione di queste tesi, la rivoluzione industriale si affermò in tutta la sua imponenza: la popolazione si moltiplicò e i salari aumentarono rapidamente, in barba alle profezie moralistiche malthusiane.

È inoltre curioso che il movimento per la decrescita abbia molti sostenitori in Italia, visto che il nostro paese è uno dei pochi nel mondo occidentale a non essere cresciuto negli ultimi dieci anni.

Le risorse non sono una categoria chiusa, ma il loro numero dipende, in ultima istanza, dal livello delle nostre conoscenze.

Ciò non implica che non vi siano risorse scarse: il primo caso che ci viene in mente è quello del petrolio. Ma se la risorsa è scarsa nel lungo periodo verrà usata in maniera intelligente perché il suo sfruttamento sarà regolato da un prezzo. Come mai negli ultimi anni c’è un’attenzione sempre maggiore all’efficienza energetica e dunque all’impatto ambientale? Certo non perché all’improvviso tutti siamo diventati ambientalisti, piuttosto perché il petrolio costa sempre di più e dunque è aumentato anche il prezzo della benzina. I decrescisti vogliono meno mercato e più “nonsisacosa”, mentre è proprio il mercato concorrenziale che garantisce l’allocazione efficiente dei fattori produttivi. Sia chiaro, non viviamo nel migliore dei mondi possibili: l’economia ha bisogno di una forte iniezione di concorrenza nei mercati dei trasporti, dell’energia e del credito bancario, mentre il sistema normativo deve essere riformato per garantire una maggiore apertura alla competizione e all’innovazione. Concretamente, ci servono una forte legislazione antitrust e una drastica limitazione della durata e del raggio d’azione dei brevetti. Ma questo significa agire in maniera opposta a quanto indicato da Latouche.

Infine, un appunto tecnico che potrà sembrare irrilevante ma non lo è: ogni impiego di risorse ha uno o più impieghi alternativi, quindi eliminare alcune nostre abitudini di consumo non implica necessariamente una diminuzione del PIL. Facciamo un esempio: tra i sostenitori della decrescita uno dei più comuni è quello dell’acqua in bottiglia. Se smettessimo di comprarla ed iniziassimo a bere quella del rubinetto, si sostiene, l’attività economica (e quindi il PIL) calerebbe, perché i supermercati non venderebbero più acqua, i camionisti non la trasporterebbero più, le industrie del settore non la produrrebbero più. Tuttavia il nostro livello di benessere, nonostante il calo del PIL, ne risulterebbe inalterato. Falso, non vi sarebbe alcun calo del PIL: avremmo a disposizione la somma che prima spendevamo per l’acqua in bottiglia e dovremmo decidere come usarla.

Ora, il denaro si può destinare a tre diversi utilizzi: consumo, risparmio e/o investimento. Quindi potremmo usare questa somma per comprare qualcos’altro, oppure, ad esempio, per finanziare l’avvio di una nuova impresa, o ancora potremmo versarla in banca. In tutti i tre casi qui descritti, il PIL non cala, anzi negli ultimi due è molto probabile che aumenti.

Questo per dire cosa? Per ricordare a tutti che per discutere con criterio di temi economici, un po’ di teoria bisogna averla studiata. Almeno qualche basilare concetto di micro.

La sinistra può vincere solo se fa della crescita economica un punto centrale del suo programma, mentre se la sua proposta politica è il ritorno ad una vita agreste e preindustriale è destinata a schiantarsi contro il muro della ragione.

* : Giacomo Brusco mi fa gentilmente notare che la nostalgia per il mondo rurale è una tematica presente nell’anarchismo classico ottocentesco, più che nell’anarco-comunismo kropotkiniano. Ho corretto di conseguenza😄

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Comments

  • Jon Snow (@cybergerac)  On 04/10/2012 at 5:01 pm

    L’analisi superficiale che fai del decrescismo mi porta a chiederti: ma l’hai letto Latouche? Rimango esterrefatto dal pressapochismo con cui tratti la questione della crescita economica.

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    • Lorenzo Tondi  On 04/10/2012 at 6:01 pm

      La cosa divertente è che ogni volta che qualcuno critica la teoria della decrescita viene accusato di pressapochismo: mai però che ci sia qualcuno capace di RISPONDERE, a queste critiche.

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  • alo  On 04/14/2012 at 8:53 pm

    Non ho letto Latouche, provo a dare la mia opinione riguardo alla questione energetica che mi riguarda più da vicino, anche se credo che un discorso simile si potrebbe fare con il problema dell’alimentazione, che a mio avviso è il secondo muro enorme che si pone davanti a un mondo che ha la smania di crescere (correggimi se sbaglio: crescita economica = crescita della popolazione).

    Il petrolio non finirà mai: il suo prezzo andrà aumentando finchè diventerà a tutti gli effetti un bene di lusso. quando nessuno avrà più la disponibilità economica per permettersi le fonti fossili, l’energia “facile” sarà diventata (già lo sta diventando) energia difficile e costosa, magari si saranno sviluppate nuove tecnologie per farne a meno (come giustamente hai detto già oggi si sta andando, costretti, in quella direzione).

    Si parla tuttavia di un processo imminente, si stima che le fonti fossili diventeranno inaccessibili già tra pochi anni, e al momento non si prevede nel campo tecnologico alcuna soluzione alternativa in grado di permettere il soddisfacimento dei fabbisogni energetici mondiali di oggi anche in vista della (tua adorata) crescita spropositata di certi Paesi (vedi quelli asiatici) che consumano sempre più energia e per ora lo fanno principalmente col carbone (crescita che sta implicando sempre maggiore sfruttamento del lavoro sottopago e malessere in questi Stati, ma questo è un altro discorso)

    Quindi:
    1) è impossibile almeno in un futuro prossimo pensare a un mondo con le stesse esigenze energetiche di oggi che sopravviva senza petrolio. L’unica soluzione che è ad oggi prevedibile per far fronte alla crisi energetica è il risparmio, ovvero la razionalizzazione dei consumi, ovvero in primis un cambio delle abitudini, specie nei paesi che stanno “crescendo” di più. Questa è decrescita, e sarà più che una religione un’esigenza.

    2) E’ giusto e bello avere fiducia nella tecnologia e nella tecnica, almeno quanto è stupido pensare che “ci penserà la tecnica” a risolvere i problemi di oggi. I problemi di oggi si risolvono in primo luogo cercando di arginare i danni ed educando le generazioni attuali a un modello di sviluppo differente, e più sostenibile (anche ambientalmente!Problemi come l’aumento dell’effetto serra non sono monetariamente/economicamente convertibili, si sta andando verso danni irreversibili con cui avranno a che fare le generazioni a venire, e non sono divagamenti da ambientalista questi, sono dati oggettivi). “crescere è bello e il problema non si pone perchè un giorno di sicuro sapremo trovare nuove risorse grazie alle nuove tecnologie” è un’argomentazione per come la vedo io piuttosto stupida. Intanto abituiamoci a un modello di sviluppo più sostenibile, se arriverà la tecnica a salvarci tanto meglio.

    Per questo sono convinto che anche se fosse una religione non ci sarebbe nulla di più utile al momento che educare alla decrescita (che è un’ipotesi che sappiamo tutti utopica, ma che è un modello ottimo dal punto di vista educativo) una popolazione che si è abituata a vivere in un mondo “drogato” di energie fossili e che magari comincerebbe ad avere una visione più oculata di come è meglio sfruttare le risorse di cui siamo in possesso OGGI, perchè come ripeto finchè qualcuno non lo andrà a dimostrare per ora sappiamo solo che quello che abbiamo in mano è estremamente LIMITATO (per il discorso che hai fatto relativo a Thomas Malthus ti consiglio di ripassare la lezione del tacchino induttivista)

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    • Lorenzo Tondi  On 04/15/2012 at 11:04 am

      Bella Alo!

      “correggimi se sbaglio: crescita economica = crescita della popolazione”

      in realtà nulla dice che debba essere così, voglio dire, non è obbligatorio. Una nazione può crescere anche se non cresce la popolazione. è invece vero che tendenzialmente quando cresce la popolazione cresce anche l’economia.

      Sul petrolio dobbiamo tenere in considerazione una cosa: il prezzo al dettaglio della benzina è composto, come immagino tu sappia per esperienza, soprattutto da tasse. Questo significa che le risorse petrolifere sono ancora sufficienti a garantire un prezzo x: il “problema” è che lo stato ci fa pagare un prezzo x+t (con t=tasse) molto più alto. Ora, è irrealistico pensare che lo Stato in futuro toglierà quelle tasse: se c’è un modo in cui lo Stato può trovare soldi facilmente è tassando la benzina e le sigarette, questo si sa bene. Quindi è vero quel che dici, probabilmente il petrolio non verrà consumato del tutto, almeno non nei prossimi 50 anni, perché diventerà un bene di lusso. Poni un problema rilevante: cosa utilizziamo nel periodo che intercorre tra l’abbandono del petrolio e l’adozione delle rinnovabili? La risposta NON può essere univoca: in parte possiamo ricorrere al gas, in parte al geotermico (pare ci siano grandi opportunità da questo punto di vista in Campania e nel Lazio), in parte all’eolico ed al fotovoltaico (i paesi scandinavi sono all’avanguardia in questo campo, paesi come la Danimarca o la Svezia puntano a raggiungere entro 5-10 anni il 50% di fonti rinnovabili sul totale delle fonti energetiche).

      Non ti rispondo sui problemi della crescita nei paesi asiatici (lavoro sottopagato, danni ambientali) perché altrimenti andiamo OT. Comunque prossimamente ho intenzione di farci un post, quindi potremo parlarne con calma.

      Arriviamo al cuore del tuo intervento. Rispondo ai tuoi punti 1 e 2.

      1) Sono d’accordo, il risparmio energetico è fondamentale. Il tuo errore secondo me sta nel pensare che questo risparmio si traduca in decrescita. Falso! Si tratta semplicemente di una riallocazione di risorse. Se tu non puoi più permetterti di consumare risorse e di inquinare allo stesso ritmo che hai tenuto finora, cosa fai? Cerchi di trovare dei modi che ti permettano di mantenere lo stesso livello di benessere utilizzando meglio le risorse che hai a disposizione. Ad esempio, costruendo motori sempre più efficienti, meno inquinanti e che consumino meno; mettendo in commercio lampadine più innovative, e così via. Il punto è che non è vero che si cresce meno, non è scritto da nessuna parte! Riguardati l’esempio sull’acqua in bottiglia, secondo me è illuminante. Se non compri più l’acqua in bottiglia, il denaro risparmiato lo impiegherai in un altro modo!

      2) Mi trovi d’accordo sui pericoli collegati alla sostenibilità ambientale del nostro sistema. Però credo tu mi abbia frainteso: il punto non è “avere fiducia” nella tecnica e nel progresso scientifico. Il punto è predisporre gli strumenti legislativi che garantiscano il suo sviluppo. La legge dà degli incentivi: ma se tu dai degli incentivi sbagliati poi non puoi lamentarti degli effetti che osservi. I brevetti industriali, ad esempio, OSTACOLANO la concorrenza e quindi l’innovazione tecnologica, perché chi detiene un brevetto su un prodotto ha il monopolio di quel prodotto per 20 anni, quindi in quel periodo non avrà alcun incentivo ad innovare. Proviamo ad immaginare invece un mondo in cui il brevetto dura 5 anni, oppure non esiste. Prova a pensare a che punto sarebbe oggi l’industria informatica senza la presenza asfissiante di copyright e brevetti: avremmo computer di tutti i tipi, potentissimi, a prezzi bassissimi e diffusi in tutto il mondo. Apple non venderebbe i suoi macbook a 1700 euro ma a 700. 1000 euro di differenza! E il settore informatico è ancora uno dei più concorrenziali, nonostante sia molto più concentrato e molto meno competitivo rispetto agli anni ’70-’80. Effetti simili si avrebbero su tutte le altre industrie: quella farmaceutica, quella ENERGETICA, etc.
      Il punto è dare gli incentivi giusti, perché in questo modo chi innova può farlo facilmente e può guadagnare molto.

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  • alo  On 04/15/2012 at 1:35 pm

    Lo sviluppo dell’industria energetica sta già avvenendo e avverrà massicciamente quando le stesse grandi aziende e multinazionali del petrolio/gas/carbone/olii combustibili e via dicendo si accorgeranno che non faranno più sufficiente profitto con quello che commerciano oggi.

    Questo non toglie che, considerato che:

    – il fotovoltaico se non è sui tetti “ruba” spazi all’agricoltura, si sta già rivelando come dramma italiano e sarà tanto più un problema quanto più il fotovoltaico sarà incentivato in un Paese, come lo è oggi in Italia, ovvero se possiedi un terreno e vedi che conviene metterci i pannelli non lo dedicherai certo alla coltivazione.

    – l’eolico si può piazzare solo in zone microclimaticamente favorevoli perchè ha bisogno di vento non troppo forte non troppo debole costante nel tempo e possibilmente in direzione ecc ecc ecc. ma soprattutto è “brutto” e trova quindi enormi problemi di accettabilità sociale.

    – l’idroelettrico per sua natura giunge subito a saturazione perchè di zone sfruttabili senza avere impatti ambientali enormi ce ne sono poche. In Italia ad esempio è già impensabile aumentarne il parco ulteriormente.

    – il geotermico, le maree, tutte le altre fonti alternative di approvvigionamento sinora trovate sono ad oggi costosissime (si lo so, potrebbero diventarlo di meno) e in ogni caso a meno di non mettere una centrale geotermica ogni 4 appezzamenti di terreno risulterebbero insufficienti.

    – il gas sta finendo almeno quanto il petrolio

    A livello domestico una buona coibentazione e delle tecnologie efficienti permetterebbero certo un miglioramento della situazione, senza voler questo dire meno mercato, anzi.

    Il punto è un altro: l’energia di cui un Paese industrializzato o a maggior ragione in via di sviluppo necessita è per la maggior parte quella che sfruttano le INDUSTRIE più che quella di utilizzo domestico o dei trasporti. Un Paese in forte crescita è un Paese che, in generale, prevede un aumento di aziende, industrie, attività commerciali.
    Se già adesso nonostante tutto quello che già si conosce non è pensabile che le energie rinnovabili coprano pur solo un 50% (ma mi pare sia anche minore la percentuale, non ho voglia di andarmela a cercare) dei fabbisogni attuali, in una prospettiva di crescita economica questo diventa un dato di fatto, per quanto si possano favorire legislativamente gli sviluppi di tecnologie.
    Questa per me è la motivazione principale per cui la crescita non è sostenibile con le risorse di cui siamo in possesso.

    Un’altro problema gigantesco della crescita è che se già oggi una enorme fetta di popolazione non è in grado di sfarmarsi a maggior ragione come potrà una popolazione ancora più ampia farlo? Poniamoci nell’ipotesi che il mondo continui a crescere come ha fatto negli ultimi 50 anni, ovverosia esponenzialmente, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo: davvero sei convinto che bastino delle politiche economiche a sfamare queste popolazioni quando i terreni coltivabili sono praticamente tutti già coltivati? Non è una risorsa limitata anche questa dei terreni?

    Pensa poi al giorno in cui ogni cittadino dell’India si potrà comprare l’automobile, per quanto questa sia efficiente figa e non inquinante (vabbè..), delle qualsivoglia politiche economiche saranno in grado di porre il freno al problema delle energie fossili?

    Io, purtroppo, prima di tutte queste ipotesi e per come vedo che l’economia si è sviluppata (e non tende a cambiare rotta) a livello mondiale, ne vedo una più tragica: se certi Paesi continueranno ad avere la crescita che stanno avendo, l’unica prospettiva che vedo davanti è una grande guerra e seguita da un drastico calo della popolazione, perchè si arriverà a lottare per le risorse che ci sono. Se la cosa riuscirà invece ad avvenire gradualmente, con un progressivo calo dei trasporti inutili, delle economie più centralizzate a favore di economie più piccole e delocalizzate, ecc. magari non si vivrà meglio noialtri (che abbiam sempre vissuto meglio alle spese di chi vive peggio nel resto del mondo) ma forse almeno sarà un processo meno drastico.

    Ti allego un semplice e bel grafico che intitolerei “è stato bello finchè è durato”. Ovvio, è un grafico che fa delle previsioni sulla produzione futura su cui di sicuro sarai in contrasto, ma rende evidente che il petrolio in ongi caso è stato un fenomeno capace di quintuplicare in 50 anni la popolazione mondiale in un periodo temporalmente molto piccolo se confrontato con la durata della civiltà umana. Siamo già nella parte decrescente della curva di Hubbert, quella delle “vacche magre” e non più delle vacche grasse. Tecnologie migliori o no, la vedo dura.

    Ma poi, così visceralmente, che problema c’è nell’educare ognuno a cominciare a prepararsi a coltivare il proprio orto? Per me è un insegnamento prezioso, al di là delle opinioni.

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    • Lorenzo Tondi  On 04/27/2012 at 9:36 am

      Intendiamoci, non c’è alcun problema nell’iniziare un percorso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Semplicemente serve a poco, è poco efficace, i mutamenti culturali richiedono i loro tempi (lunghi).

      -fra “poco” (10 anni?) il fotovoltaico diventerà conveniente rispetto alle fonti fossili: mettiamolo sui tetti! ce ne sono tantissimi sguarniti!

      – sull’eolico hai ragione, anche se, detto tra noi, chissenefrega se è brutto.

      Sullo sviluppo delle industrie dici una cosa molto importante (e condivisibile): nei prossimi anni i paesi in via di sviluppo continueranno a crescere, e noi non possiamo certo pretendere che smettano di farlo per la nostra bella faccia. Che fare quindi? L’hai detto tu in precedenza: se aumenta la domanda globale di energia fossile, quella rinnovabile diventerà economicamente conveniente da produrre.

      Sul problema della popolazione crescente dici:

      “Poniamoci nell’ipotesi che il mondo continui a crescere come ha fatto negli ultimi 50 anni, ovverosia esponenzialmente, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo: davvero sei convinto che bastino delle politiche economiche a sfamare queste popolazioni quando i terreni coltivabili sono praticamente tutti già coltivati?”

      è un’ipotesi sbagliata. Il tasso di fertilità diminuisce con l’aumentare del livello di benessere di un paese. L’evoluzione dei costumi e il miglioramento delle condizioni igenico-sanitarie provocano una diminuzione del tasso di natalità, uno spostamento in avanti delle gravidanze perché in genere la donna acquista la possibilità di studiare e costruirsi una carriera lavorativa. Quindi è irrealistico pensare che la popolazione aumenterà esponenzialmente: verosimilmente si fermerà intorno ad un numero compreso tra i 12 e i 15 miliardi.

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  • filippogaleazzi  On 01/05/2014 at 12:11 am

    Sono capitato su questo tuo vecchio post. Bello, ben scritto. Io invece due cose sulla decrescita le avevo scritte qui (forse, oggi, qualcosa la cambierei): http://filippogaleazzi.wordpress.com/2012/01/26/hello-world/

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