La storia e l’economia devono dialogare

Nella mia esperienza quotidiana di studente di economia mi capita a volte di pensare che l’esistenza di discipline separate, a compartimenti stagni, sia un ostacolo rilevante allo sviluppo delle scienze sociali. Non si illudano gli amici politologi e sociologi, sono sempre convinto che l’economia sia la materia a maggior tasso scientifico tra quelle che hanno come oggetto la società e le sue dinamiche: tuttavia credo che sia un peccato condannare gli studenti ad un approccio monodisciplinare. Il discorso vale in particolar modo rispetto agli studi storici.

Non so come funzioni negli altri paesi, ma in Italia, in omaggio alla visione hegeliana della cultura che domina gli ambienti accademici nazionali dagli inizi del Novecento, i corsi universitari di storia rientrano quasi sempre nella facoltà di letteratura. Si dà in questo modo allo studio della storia un carattere umanistico-letterario e non, come sarebbe logico, socio-economico. Diretta conseguenza di questo approccio è da una parte la scarsa preparazione dello storico in materia economica, dall’altra la creazione di generazioni di economisti molto preparati tecnicamente ma spesso incapaci di declinare sul piano pratico (quindi anche alla luce dell’analisi storica) i principi teorici.

Nel nostro Paese si è sempre stati convinti, a livello di opinione pubblica, della superiorità della cultura umanistica su quella tecnico-scientifica: una convinzione istituzionalizzata da Giovanni Gentile durante il fascismo, a cui il liberalismo italiano non ha saputo o voluto opporsi. Questa impostazione idealistica è rimasta inalterata anche con l’avvento della Repubblica, ed anzi è stata fatta propria dalle forze di sinistra che l’hanno recepita nella forma staliniana della superiorità della politica sull’economia, cioè nell’idea che la volontà delle masse e l’ideologia socialista fossero di per sé sufficienti a modificare i rapporti economici nella direzione desiderata, a prescindere dalla situazione di partenza.

I tragici risultati a livello internazionale sono ben noti, su tutti “il grande balzo in avanti” voluto da Mao. In Italia abbiamo avuto la concezione della spesa pubblica come sedativo delle tensioni sociali, per garantire alla DC il controllo del Paese e per contrastare l’ascesa delle sinistre. Il tutto finanziato col ricorso massiccio ed indiscriminato al debito. La tendenza a mostrare solennemente l’obbiettivo da raggiungere senza indicare contestualmente le risorse che si vogliono utilizzare a tale scopo è ancora oggi diffusissima (Berlusconi  ci ha edificato la sua fortuna politica ed economica). Proprio questa tendenza esprime in maniera efficace i danni provocati da un approccio umanistico a problemi socio-economici.

Cambiare questo approccio in ambito accademico potrebbe contribuire a creare, nel lungo periodo, una classe dirigente meno dogmatica e idealista, più competente e razionale.

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Comments

  • lopestoaltrui  On 04/27/2012 at 10:46 am

    Gli umanisti ritengono invece che le discipline scientifiche siano di fatto privilegiate. Io che ho due lauree, una in Letteratura e una in Storia, non capisco la necessità di specificare quale sia la materia “a maggior tasso scientifico”. Ma anche per me l’interdisciplinarietà gioverebbe tanto al laghetto Mediterraneo, in cui sguazziamo felici senza eccessivo contraddittorio (almeno gli umanisti, spesso sordi alle novità non “romanze”). Mi piacerebbe però che la storia venisse considerata materia a sé, con tanto da offrire agli altri ambiti: sociologia, economia, scienze politiche. Ce n’è per tutti.

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