Neofascismo culturale: il no degli accademici all’inglese in università

Ieri sul Corriere Claudio Magris si è scagliato, come molti hanno fatto in queste settimane, contro l’eventualità di introdurre l’inglese come lingua di insegnamento nelle università italiane: proposta avanzata recentemente dal rettore del Politecnico di Torino e che ha scatenato un vespaio di polemiche.
Gli argomenti del Magris sono gli stessi che altri hanno esposto: l’impoverimento della didattica che ne risulterebbe, l’esigenza di non darla vinta ai “padroni” (sì, avete letto bene) ed altre amenità simili.
Ogni volta che leggo pezzi del genere ho quasi l’impressione che l’autore stia scherzando, o che stia scrivendo tanto per scrivere. Nonostante l’articolo si riduca al lamento di un radical-chic, stupisce il fatto che riceva regolarmente spazio su grandi quotidiani.

Veramente la didattica in inglese sarebbe la fine della nostra identità? Questi discorsi sono meritevoli dell’attenzione di cui godono? Alcune precisazioni possono aiutarci parlare con un filo di consapevolezza in più.

– la qualità della didattica dipende in primo luogo dalla qualità del professore, e non dalla lingua usata. Ovviamente la lingua bisogna conoscerla, altrimenti non si può usarla per insegnare. Ed è questo uno dei motivi per cui molti professori del PoliTo si sono opposti alla proposta del rettore: loro evidentemente l’inglese non lo sanno (non credo sia il caso di Magris, eminente germanista).
D’altro canto, se la qualità dell’inglese di molti professori è pessima, non si può dire che quella del loro italiano sia eccellente. Chi non si è trovato di fronte almeno una volta ad un docente universitario che sfoggiava il famoso italiano “correggiuto”?

– ma possiamo e dobbiamo chiederci per quale motivo la didattica nelle lauree specialistiche dovrebbe essere in inglese. Chi ce lo impone? Nessuno, in effetti. Ma se vogliamo un’università che possa competere a livello internazionale, se vogliamo attrarre i talenti esteri, predisporre piani di studio in inglese è una condicio sine qua non. In altre parole, non è sufficiente ma è necessaria. Lo hanno fatto da tempo altri paesi europei, ad esempio l’Olanda.

– l’argomento della lotta contro l’imperialismo culturale è una tirata moralistica imbarazzante, inconsistente da un punto di vista logico e dal sapore vagamente fascistoide. Da dove viene tutta la tradizione polemica verso la perfida Albione? Da dove viene tutto il populismo contro quelle che una volta venivano additate come “plutocrazie occidentali”? Viene dalla propaganda fascista e da quella comunista. Magris si dà al terrorismo psicologico immaginando, tra qualche anno, corsi universitari in cinese. Cazzate. Nel caso la cosa vi turbi, meglio rassicurarvi: il cinese non diventerà mai una lingua internazionale. La lingua dominante è quella usata nel commercio, e il cinese è troppo difficile da imparare e poco pratico da usare.
La legge di cui sopra è sempre stata valida e sempre lo sarà: ai tempi dell’impero romano la lingua franca era il latino, nel Rinascimento era l’italiano, dopo toccò al francese e da svariati decenni è il turno dell’inglese. Non è questione di padroni e servi, è uno degli effetti collaterali della storia.
E la storia se ne frega di quel che dice Magris.

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