Sono un dogmatico liberista, a quanto pare

Ho ricevuto, ormai una settimana fa, la risposta del movimento “Su la testa” ad un post in cui criticavo il loro programma e chiedevo chiarimenti. Ho letto la risposta e, duole ammetterlo, ma i chiarimenti non sono arrivati.

è arrivata invece una saccente predica sul mio presunto “dogmatismo liberista” (LOL):

 Deregolamentazione, scelte politiche dogmaticamente market oriented, sono alla base del disastro in cui ci troviamo. Il fatto che queste posizioni siano ormai da vent’anni regolarmente spacciate nelle facoltà di economia come la panacea ai mali del mondo non significa che non possano essere messe in discussione e – cosa auspicabile – valutate per i loro effetti (costi sociali, prima di tutto) a nostro avviso devastanti. Il bilancio degli ultimi vent’anni di scelte di politica economica neoliberista, cui si ispirano le critiche che ci sono state mosse da Lorenzo, hanno impoverito il Paese, ridotto i diritti e la coesione sociale, fiaccato l’economia.

Da questo brano è evidente come la visione politica di questi signori sia pesantemente limitata dai paraocchi ideologici che continuano a voler indossare. L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali. Tutte le retoriche del complotto, del popolo buono e degli oligarchi cattivi sono tanto affascinanti e comode quanto fuorvianti; faccio peraltro notare che sono state promosse da movimenti che si sono collocati al di fuori dell’alveo democratico e del rispetto dei diritti umani: fascismo, nazismo e comunismo, che nelle loro applicazioni non hanno mai fatto mancare una violenta ed isterica propaganda contro il ricco, le democrazie plutocratiche, il banchiere massone e altri comodi capri espiatori.

Questi signori di “Su la testa” mi accusano di neoliberismo ma non conoscono neanche il significato della parola, che non è, come scrive Alessandro Gilioli su Facebook,

quel sistema secondo il quale il capitalismo meno regole ha meglio è, tranne quelle che servono a privatizzare le perdite e a socializzare i profitti – e che alla fine cerca di convincerti che questo guazzabuglio dovrebbe rendere tutti più ricchi.

La parola ha un significato diverso, fu introdotta da Benedetto Croce (nessuno gli aveva chiesto di farlo, peraltro) e ripresa da Giovanni Sartori, ma già prima dell’invenzione crociana il significato di liberismo era espresso dal termine “liberalismo economico”. Cito da Wikipedia inglese:

Economic liberalism is the ideological belief in organizing the economy on individualist lines, such that the greatest possible number of economic decisions are made by private individuals and not by collective institutions. It includes a spectrum of different economic policies, but it is always based on strong support for a market economy and private property in the means of production. Although economic liberalism can also be supportive of government regulation to a certain degree, it tends to oppose government intervention in the free market when it inhibits free trade and open competition. However, economic liberalism may accept government intervention in order to remove private monopoly, as this is considered to limit the decision power of some individuals (most often the poor). Economic liberalism emphasizes that individuals should make their own choices with their money, so long as it does not infringe on the liberty of others.

Traduco la parte in neretto: “il liberalismo economico può accettare l’intervento del governo per rimuovere monopoli privati, dal momento che questi limitano il potere di decisione degli individui (quasi sempre di quelli più poveri)”.

Oltre al liberale economico c’è poi il liberale sociale, il quale crede sia necessario l’intervento dello Stato in alcuni campi, sostanzialmente l’istruzione, la sanità e il welfare. Per inciso, io sono un liberale sociale.

Quindi è sbagliato, ad esempio, associare il termine “liberismo” a Berlusconi e agli ultimi 20 anni di politica italiana, perché lì di liberista non c’è proprio nulla.

Ora voi vi chiederete il perché di questo pippone etimologico: lo so, non è divertente, ma è necessario. Come al solito ricorrerò al grande Moretti, che ci ricorda che “le parole sono importanti”. Sono importanti perché influiscono sulla chiarezza e sulla solidità dei ragionamenti che facciamo.

Nel caso in questione, se i promotori di “Su la testa” mi accusano di essere liberista e concepiscono il liberismo nell’accezione “gilioliana”, mi stanno evidentemente calunniando, visto che io non voglio un’economia senza regole e non voglio privatizzare i ricavi e socializzare le perdite: questo semmai vogliono farlo loro, visto che hanno intenzione di mantenere i finanziamenti ai giornali. Il finanziamento ai giornali è esattamente questo: la privatizzazione dei ricavi e la socializzazione dei costi. Quindi, stando a Gilioli, sarebbe liberista. Sempre stando allo stesso ragionamento, anche i sussidi alle energie rinnovabili sono un esempio di liberismo, perché “privatizzano i ricavi e socializzano i costi”.

è evidente che non è questa la vera definizione di liberismo. Il liberismo (o liberalismo economico) è la difesa del libero mercato, della competizione e della concorrenza.

Questo per dire che prima di avventurarsi nello scivoloso territorio della politica economica sarebbe bene approfondire le proprie conoscenze in materia.

Al di là della querelle linguistica, in molti hanno notato che le risposte dei promotori sono delle non-risposte, nel senso che non rispondono nel merito ma si limitano a ribadire posizioni di principio. Il post con le risposte lo trovate qui.

Mi si dice innanzitutto che “la credibilità in Europa non si acquisisce tagliando servizi e riducendo i diritti”. Ma io non ho mai detto una cosa del genere, io ho fatto notare che per recuperare credibilità in Europa è necessario risanare il Paese, cioè combattere l’evasione, diminuire la spesa pubblica parassitaria (sussidi alle imprese, piccole e grandi, finanziamenti alla politica e ai grandi gruppi di potere), diminuire le imposte per l’importo corrispondente, introdurre più concorrenza nel settore bancario, in quello assicurativo, abolire le corporazioni che ingessano il Paese (notai, avvocati, farmacisti, giornalisti, commercialisti, etc.), riformare la giustizia civile ed eliminare il dualismo del mercato del lavoro. Loro invece sono convinti che sia sufficiente dichiararsi europeisti e fare un bel sorriso per arrivare in fretta alla federazione.

Ho spiegato loro che la tassazione delle transazioni finanziarie è irrealizzabile e danneggerebbe solo i piccoli risparmiatori, perché i grandi investitori sposterebbero senza alcuna difficoltà i loro capitali in altre piazze finanziarie. L’esito sarebbe beffardo: un gettito misero, la drastica diminuzione del giro d’affari e la perdita di altri posti di lavoro. Loro mi hanno risposto: “paghi chi specula”. Che è un po’ un modo di dire: “fottesega”. Sostengono poi che tutti i governi europei stanno promettendo la tassa: è vero, forse la applicheranno anche, ma lo fanno esclusivamente per ragioni di consenso, per dare un contentino alle proteste popolari. Dicono inoltre che la crisi è il risultato della crescente diseguaglianza sociale, che ha spinto il ceto medio a indebitarsi: una relazione che non è mai stata dimostrata e in cui lo stesso Krugman ha più volte dichiarato di non credere, ma in Italia molti santoni la spacciano come verità rivelata.

Quando chiedo lumi sulla loro proposta di un controllo politico della banca centrale, mi rispondono semplicemente che “le politiche economiche europee devono essere sotto il controllo dei cittadini europei. Si chiama democrazia”. A me sembra populismo, ma pare che la crisi argentina sia una prospettiva che alletta molti, di questi tempi. Affidare la banca centrale al controllo dello Stato significa darla in mano ai politici che la useranno per perseguire i fini politici o peggio elettorali che non sono capaci di perseguire con gli altri strumenti che hanno a disposizione: arriveremmo ad un sistema in cui le dinamiche dell’economia non vengono affrontate perché “tanto possiamo stampare tutta la moneta che vogliamo”. Esattamente come è stato fatto negli USA da Clinton, Bush e Greenspan. Tanto poi una volta che arriva la crisi si dà la colpa ai liberisti, giusto?

Poi arriva la chicca dell’agenzia di rating europea. Un’agenzia di rating pubblica che dovrebbe valutare i titoli del debito pubblico. Non è che magari c’è conflitto d’interessi? Noooo, mi rispondono, “ogni Stato ha le sue agenzie indipendenti. Non si capisce perché lo Stato democratico Europa non possa averne una”. Sì, ma le agenzie indipendenti di cui parlano sono enti che vigilano su qualcos’altro, mentre l’agenzia di rating europea (quindi pubblica) vigilerebbe su una parte di sé. Va via Berlusconi ma la passione per i conflitti d’interesse non viene mai meno, in questo paese.

Il punto successivo è un classico: si vuole sconfiggere il precariato ordinando agli imprenditori di pagare di più i precari. Inutile far notare che, a parità di altre condizioni, aumentare l’imposizione fiscale sui precari elimina il precariato in un modo solo: trasformando i precari in disoccupati, perché gli imprenditori a quelle condizioni non sono più disposti ad assumere. A parità di altre condizioni, ovviamente. E sono proprio le “altre condizioni” che vanno modificate. Ma tassare di più il lavoro precario serve a poco.

Sulle delocalizzazioni la risposta è semplicemente frutto di ignoranza, lo dico senza alcun intento polemico. Mi viene detto che “non si tratta ovviamente di “demonizzare” le delocalizzazioni ma di gestirle, di studiare forme di governance che abbiano come obiettivo il bene comune”. L’ideologia della deregulation assoluta e dogmatica non ha portato nulla di buono nemmeno in questo campo”. In sostanza loro vogliono disincentivare la delocalizzazione delle attività produttive. La teoria economica ci dice invece che dobbiamo concentrarci sui settori in cui abbiamo o possiamo avere un vantaggio comparato (su questo consiglio il bel manuale di Krugman): quindi, ad esempio, non Alcoa e Carbosulcis, ma le nanotecnologie, la bioingegneria ed altri settori all’avanguardia.

Sul piano per il riutilizzo del patrimonio immobiliare non sfruttato arriva il chiarimento, sarebbe patrimonio pubblico e non privato. Finalmente una risposta.

Ma subito dopo si torna al solito tono battagliero e sognatore, si esige l’abbassamento delle commissioni sui pagamenti elettronici. Come credete di ottenere questo risultato per decreto? La risposta: “le unghie alla finanza si tagliano con leggi democratiche di un Parlamento sovrano: dov’è il problema?”. Neanche “Siamo la gente, il potere ci temono” avrebbe saputo fare di meglio.

Faccio notare che il “contrasto d’interessi” non funziona e porto un link. Mi dicono: “ma in Brasile funziona!”, senza citare fonti, paper, ricerche et similia.

La patrimoniale non produrrà gettito perché i capitali scapperanno, rilancio io. Mi rispondono in sostanza che a loro non interessa il gettito ma il principio. Tassare i ricchi anche se non si racimola nulla. A questo punto tanto vale creare una bella tassa su chi non paga le tasse, oppure una tassa sui fascisti. Nessuno pagherà, ma chi se ne frega, è il principio che conta. Vedete un po’ voi se vi sembra una proposta seria.

Sulla Tav c’è una risposta chiara, precisa. Non gli interessa, non la ritengono una priorità per il Paese. Liberi di pensarlo.

Sugli investimenti pubblici sulle rinnovabili sembrano non cogliere la delicatezza del discorso: che succede se si investe nella tecnologia sbagliata? è giusto aumentare ancora il costo della bolletta energetica per finanziare gli incentivi? Non è tutto, vogliono anche fissare una scadenza per la circolazione di veicoli a combustibili fossili: hanno deciso che la mobilità urbana con mezzi privati è obsoleta, e decideranno la data precisa in cui porre fine a questo abominio. Sono invidioso della loro sicurezza, ma mi fa anche un po’ paura.

Infine si parla di cibo a kilometro zero e agricoltura biologica, proponendo di sostenere la loro diffusione (ma non si dice in che modo). I prodotti slow food sono più costosi? Se sì, chi paga la differenza per mantenerli competitivi?

Insomma, l’impressione è che ci sia tanta buona volontà. Ma la buona volontà serve a poco, se viene incanalata in idee incoerenti, inefficaci e contraddittorie. Il mondo è molto più complesso di come se lo immaginano i promotori. Su la testa, osservatelo meglio

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Comments

  • Sinigagl  On 10/22/2012 at 10:56 am

    Ho provato anche io a far notare a Gilioli che quelle di B. Non sono state politiche liberiste o neoliberiste ma oramai il temine è entrato come un tarlo nella testa di certe persone e non ci esce. Ho proposto “paternalismo”, qualcun altro “consociativismo” ma andrebbe bene anche “populismo”. Un termine adatto per descrivere le idee di Su la testa potrebbe essere “romanticismo” come lo chiama il mio amico Moris, oppure anche “buonismo”: alla fine con quella politica economica non si va da nessuna parte.

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  • gold price  On 10/29/2012 at 9:28 pm

    L’influenza del monetarismo nella cerchia politica si accelerò quando le teorie economiche Keynesiane sembrarono incapaci di spiegare (o curare) gli apparentemente contradditori fenomeni della crescita della disoccupazione e della inflazione come risposta al collassamento del sistema di accordi di Bretton Woods , nel 1972 e nella crisi petrolifera del 1973 . D’altro canto, la crescita della disoccupazione sembrava riferirsi alla reflazione keynesiana, mentre la crescita dell’inflazione sembrava riferirsi alla deflazione keynesiana. Il risultato fu negli USA una notevole disillusione verso la “economia della domanda” kenesiana: un Presidente Democratico, Jimmy Carter , nominò un monetarista, Paul Volcker , a Governatore della FED, il quale fece della lotta all’inflazione il suo principale obiettivo, restringendo l’offerta di moneta. Il risultato fu una delle più gravi recessioni del dopoguerra, ma in compenso si raggiunse la desiderata stabilità dei prezzi.

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