Caro Lorenzo, la crisi ha radici nel liberismo e te lo dimostro

Pubblico volentieri una risposta di Guido Iodice al mio ultimo post a proposito di “Su la testa”. Mi sembra si stia avviando un dibattito interessante che può portare a raggiungere, forse, conclusioni comuni.

Caro Lorenzo, mi permetto di intromettermi nel dibattito che hai intessuto con “Su la testa”, anche se non ne faccio parte, poiché credo che la discussione abbia una valenza più generale.

Nella replica pubblicata il 22 ottobre sul tuo blog, scrivi, tra l’altro:

L’Italia non è in crisi per colpa della finanza, della massoneria o della speculazione internazionale: la crisi italiana è dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali.

Ora, sei davvero sicuro che sia così? Mi pare che tu cada nello stesso errore – peraltro molto comune – di “Fermare il declino”,. La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Si può ragionevolmente sostenere che la più grande crisi mondiale dal 1929 ad oggi sia “dovuta a decenni di politiche economiche dissennate, di uso del denaro pubblico per fini elettorali”? O la specifica crisi dell’eurozona? Credo proprio di no. La grandissima parte degli economisti è concorde nell’individuare la causa della crisi europea nello squilibrio delle bilance commerciali tra centro e periferia e quindi nel debito con l’estero, nella gran parte dei casi debito privato che – a seguito dei “salvataggi” – si è poi trasformato in debito pubblico.

Questo non significa assolvere la nostra classe politica, che ha ovviamente grandi responsabilità. Ma classi politiche considerate decisamente migliori e paesi elogiati come “modelli” hanno avuto conseguenze pesantissime anche più delle nostre.

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Poi c’è la situazione specifica italiana. Vale la pena ricordarla? A questo punto direi di sì, ma va raccontata tutta: politici incapaci e ladri (secondo sentenze della magistratura passate in giudicato) hanno governato questo paese anche negli anni ’70 e ’80, ma all’epoca eravamo diventati una media potenza industriale (checché se ne dica, grazie soprattutto alle grandi aziende pubbliche, all’IRI, Eni ed Enel) ed esportavamo in Germania. Ah, dimenticavo: avevamo anche l’articolo 18.

La Seconda Repubblica ha avuto protagonisti alcuni che hanno mimato il peggio della Prima ed altri più seri. Ma gli uni e gli altri sono stati tutt’altro che un toccasana per l’economia nazionale.

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Oggi scopriamo amaramente che il buon vecchio Keynes aveva ragione: “Bada alla disoccupazione e il bilancio pubblico baderà a se stesso”. E potremmo aggiungere: “Bada meno al bilancio pubblico e più a quello dei privati: al reddito delle famiglie, a quanto il paese importa dall’estero, alla difficoltà delle aziende di trovare credito”. Ma, invece di rileggere Keynes, l’Italia ha scelto di affidarsi alla vecchia e fallimentare “Treasury View” degli anni 30, incarnata oggi da Mario Monti (e in Spagna da Rajoy, in Grecia da Samaras). La “casta dei tecnici” al governo non è certo migliore di quella dei politici e i suoi danni li stiamo già vedendo, con un debito pubblico che è nuovamente schizzato alle stelle nonostante gli enormi sacrifici degli italiani, proprio a causa dell’austerità e a e del “rigore”, così come già avvenuto negli altri “PIIGS”.

Mi sento quindi in tutta onestà di difendere le politiche interventiste che hanno reso questo paese una potenza industriale. Mi sento di difendere l’articolo 18. Mi sento di difendere l’economia mista in cui l’iniziativa privata concorre, insieme alle aziende pubbliche, alla crescita. Altro che “improduttive” buche nel terreno (vedi alla voce TAV in Valsusa). E credo che una seria analisi debba concludere che proprio l’allentamento del ruolo dello Stato nell’economia sia all’origine della crisi. E questo vale per tutte le economie occidentali, non certo solo per Italia.

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Comments

  • gibbo  On 10/25/2012 at 4:07 pm

    Che l’italia sia in crisi dai tempi del CAF non lo dice fermare il declino, lo dicono i dati storici della produttivita’. E il successo delle partecipazioni statali fu finanziato a debito, quel sebito che ora dobbiamo pagare. La programmazione economica tra un gioia tauro ed una carbosulcis, hanno provocato quello che ora appare evidente a tutti.

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  • ilsensocritico  On 10/25/2012 at 4:09 pm

    Io invece non sono del tutto d’accordo. L’Irlanda sta uscendo subito dalla crisi in cui si era trovata, grazie a libertà economica e tasse più basse rispetto alle nostre.
    Oggi, coi tassi al 5% pagheremo 100miliardi di euro solo di interessi sul debito: ergo, il problema principale che abbiamo ce lo siamo creati da soli e si chiama debito pubblico.
    Non c’è dubbio che l’eccesso della finanziarizzazione e del liberismo abbiano causato la crisi del 2008…è però interessante valutare che il nostro paese non ha avuto né la prima [non mi si dica che le nostre banche abbiano operato come le varie Goldman Sachs, Lehman Brothers e affini] né il secondo, visti gli intrecci pesanti tra economia e politica, la tassazione altissima, il peso delle corporazioni e tutte le altre caratteristiche del nostro sistema che non sono certamente di ispirazione liberista.

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    • Guido Iodice  On 10/25/2012 at 5:05 pm

      L’Irlanda non sta uscendo dalla crisi. Questo è quanto dice il premier irlandese. Ma anche il premier italiano dice lo stesso. I dati, italiani e irlandesi, dicono tutt’altro. In ogni caso l’Irlanda è un paese molto piccolo e la cui economia dipende dalla spesa estera.

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