Il finanziamento pubblico alla cultura è di destra

è giusto che lo Stato finanzi il settore culturale, direttamente con appositi stanziamenti o indirettamente con agevolazioni fiscali di vario tipo?

Ogni volta che spuntano proposte di tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, registi, attori, artisti ed intellettuali annunciano agitazioni, scioperi e manifestazioni per difendere “il diritto alla cultura”: ma veramente i tagli mettono in pericolo questo diritto? Chi vieta loro di continuare a fare cultura senza prendere soldi dallo Stato?

I piccoli imprenditori che producono macchinari, arredi per la casa, lavandini e bidet non hanno a disposizione un fondo unico a loro dedicato: perché allora chi opera nell’industria culturale  pretende che lo Stato sussidi la loro attività?

La sensazione è che questi signori siano convinti della superiorità morale del loro lavoro rispetto ad altre occupazioni. Questa è la prima ragione per cui finanziare teatro, cinema e arte con i soldi pubblici è di destra; si fa passare l’idea che alcuni mestieri siano migliori di altri, che siano dedicati al perseguimento di una “missione” superiore: in particolare, si afferma la superiorità del lavoro intellettuale su quello manuale, dell’attore teatrale sull’idraulico, del regista sul panettiere.

A me hanno insegnato una cosa diversa, mi hanno insegnato che lo Stato non deve discriminare una persona sulla base del lavoro che svolge. Ognuno contribuisce al benessere della società attraverso lo svolgimento di una certa attività, a seconda del suo talento, delle sue capacità e di mille altre variabili. Il valore di ogni attività economica è ricavabile dal prezzo di vendita dei suoi frutti. Se i lavoratori della cultura sono così convinti dell’importanza di quel che fanno, perché non rinunciano ai finanziamenti e non alzano i prezzi?

Qui arriviamo al secondo motivo, che è squisitamente economico. Qual è l’effetto redistributivo del finanziamento pubblico all’industria culturale?

Il ragionamento è molto semplice: i finanziamenti pubblici coprono parte dei costi delle imprese che li ricevono e permettono quindi di praticare prezzi più bassi. Chi gode di questi prezzi bassi? Gli utenti. E chi sono gli utenti dei prodotti culturali?

Solo chi è ricco o benestante può permettersi di andare spesso a teatro, al cinema o alle mostre d’arte. Da dove arrivano i soldi per la cultura? Arrivano dalla fiscalità generale, che attualmente ha di fatto una struttura regressiva, se consideriamo che i redditi da capitale non rientrano nel computo dell’IRPEF. Quindi, a dispetto di tutte le belle parole, oggi il finanziamento pubblico alla cultura sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Questo perché, che vi piaccia o no, i poveri a teatro non ci vanno, hanno altro a cui pensare. Vogliamo che anche i più indigenti abbiano accesso alla cultura? Bene, allora possiamo sussidiare il loro consumo introducendo ad esempio una detrazione o una deduzione parziale o totale del costo degli spettacoli dal reddito, oppure praticando degli sconti direttamente alla cassa, sempre tarati sul reddito. Ci sono tanti modi per rendere i prodotti culturali accessibili a tutti, quello attualmente in vigore non solo non funziona, ma ha un effetto redistributivo veramente odioso.

Se volete un sistema regressivo, un sistema cioè in cui il ricco versa allo Stato in proporzione meno del povero e riceve in proporzione di più, siete liberissimi di dirlo, ma non venite a dirmi che è una cosa di sinistra: è solo un modo per foraggiare gli artisti e far risparmiare i ricchi a spese del contribuente.

Precisazione: in seguito alle osservazioni di alcuni lettori, vorrei far presente che in questo post per “finanziamenti pubblici alla cultura” intendo sostanzialmente quelli a teatro e cinema, quelli contenuti nel FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), non mi riferisco alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, settore che invece soffre di un cronico sottofinanziamento e di una pessima gestione delle poche risorse a disposizione.

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Comments

  • Davide  On 11/01/2012 at 11:38 am

    Beh, che dire? Sono molto perplesso! Innanzi tutto dalla mia esperienza non mi sembra proprio che siano solo i ricchi ad andare a teatro o a dedicarsi ad attività culturali. Però se hai una statistica o uno studio che lo dimostra ben venga, ma ho forti dubbi che tu ne abbia uno attendibile (recati all’arena di Verona e capirai cosa intendo). Secondo, questa idea di non investire in settori precisi da parte dello stato mi sembra un po’ superficiale. Le stesse politiche liberiste prevedono la possibilità di operare investimenti statali in settori “strategici”. Se poi vogliamo argomentare se questi investimenti sono elargiti in modo corretto e se questo settore sia effettivamente strategico è un altro discorso (che non è minimamente toccato dall’articolo). Ma la cosa che mi lascia più perplesso è che l’idea della presunta superiorità di alcuni lavori su altri sia di destra. Quindi Michele Serra è di destra quando parla della superiorità degli intellettuali nel governare e guidare il paese rispetto ai tecnici (auto intervista sull’espresso dell’anno scorso: “non è necessario che un politico abbia conoscenze economiche per guidare il paese, è importante un grande profilo intellettuale, per le questioni tecniche ci si può affidare a 4 o 5 ragionieri fidati”). Il documentario “era meglio se andavo a fare l’idraulico” (o titolo simile) è stato realizzato da intellettuali di destra e proiettato nelle feste di partito della destra lombarda (il pd)? E questi sono solo alcuni dei molti esempi di classismo che, a dirla tutta tutta tutta, caratterizza più la sinistra italiana che la destra. Però una cosa è vera, i fondi alla cultura sono elargiti più facilmente dalla destra che dalla sinistra. Per organizzare un evento di giochi di strategia e astratti (come gli scacchi per intenderci), il comune della mia città (giunta sinistroide) mi ha chiesto 3.000€ per usufruire di un parco non illuminato per due giorni. La richiesta di finanziamenti erogati sottoforma di uno sconto è stata bocciata da una telefonata dell’assessore che diceva: “la cultura è arte e letteratura, il monopoli (scacchi=monopoli, questa si che è cultura) va bene per i bambini”. Il comune limitrofo (giunta destroide), ci ha dato un piccolo fortino medioevale facendoci pagare una tantum di 2€ a persona per ripagare il guardiano (che tanto sarebbe stato pagato lo stesso anche se il fortino rimaneva aperto solo per le visite). Ogni tanto è doveroso dire che per fortuna c’è la destra in questo paese (forse non tutta la destra, ma un certo tipo si).

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    • Lorenzo Tondi  On 11/01/2012 at 12:41 pm

      Dipende cosa intendiamo per “ricchi” e per “cultura”. In questo post per cultura intendiamo quella finanziata dal Fondo Unico per lo Spettacolo: quindi in sostanza cinema, teatro e lirica.

      “Ma la cosa che mi lascia più perplesso è che l’idea della presunta superiorità di alcuni lavori su altri sia di destra. Quindi Michele Serra è di destra quando parla della superiorità degli intellettuali nel governare e guidare il paese rispetto ai tecnici (auto intervista sull’espresso dell’anno scorso: “non è necessario che un politico abbia conoscenze economiche per guidare il paese, è importante un grande profilo intellettuale, per le questioni tecniche ci si può affidare a 4 o 5 ragionieri fidati”).”

      esatto. Per la precisione è una logica gentiliana (di Giovanni Gentile, filosofo hegeliano e Ministro dell’Istruzione fascista): cultura umanistica > cultura tecnico-scientifica.

      Un modo di vedere il mondo che la sinistra italiana, essendo di matrice marxista, quindi hegeliana, ha sempre sposato, ma che ritengo culturalmente di destra. Fascisti e comunisti hanno in comune molto più di quanto crediamo.

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  • sinigagl  On 11/01/2012 at 5:41 pm

    Il ragionamento filerebbe se stessimo parlando di prodotti/servizi che possono competere sul libero mercato ma non è detto che alcuni prosotti culturali un mercato ce l’abbiano se lasciati senza sussidi. È un po’ come il trasporto pubblico, la sanità o l’istruzione: non sarebbero accessibili come prezzi se non fossero sussidiati dalla fiscalità generale.
    C’è anche qualcosa in più da considerare, ovvero che trattandosi di cultura possiamo dire che “it’s different” dagli altri prodotti/servizi e non perchè si tratta di mestieri intellettuali superiori ai mestieri manuali, piuttosto perchè la cultura prodotta in un paese influenza, determina, modifica la vita anche dei poveri che non dovessero usufruire di quei prodotti. In questo senso è meglio un paese dove si fa cultura o uno dove non si può far cultura a causa dell’impossibilità di stare sul mercato?
    Pensiamo ad un futuro in cui anche la letteratura, l’informazione giornalistica, forse la musica, non riuscissero a stare sul mercato: che faremmo in quel caso?
    È pur vero che si possono attivare meccanismi di finanziamento dal basso come associazioni, fondazioni etc. ma sarebbero sufficienti a garantire un’adeguata pluralità di autori/scrittori/giornalisti/musicisti?

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  • Gershom Tarshish  On 11/16/2012 at 6:11 pm

    Sostenere che la sinistra italiana abbia sposato la “logica gentiliana” (cioè una tra le possibili letture hegeliane) perché di matrice marxista (un’altra tra le possibili letture hegeliane) è un salto logico mica da ridere…del resto basta scorrere i cataloghi delle due case editrici italiane più legate al Partito Comunista (Einaudi ed Editori Riuniti) per rendersi conto di quanto, invece, la cultura italiana di sinistra abbia affondato le proprie radici, dal secondo dopoguerra fino almeno agli anni novanta, nella cultura scientifica (blochiani e fevbriani gli storici, di stretta osservanza strutturalista i critici letterari e gli antropologi…). Sicuramente è rimasta economicamente analfabeta, e questo è senz’altro grave: ma (ringraziando Dio) la scienza è anche altro.

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