Le cause della crisi italiana: una risposta a Guido Iodice

Il 25 ottobre Guido risponde, su questo blog, ad un mio post che criticava le ricette economiche del movimento “Su la testa”. Il suo obbiettivo è dimostrare che la crisi italiana è l’effetto infausto delle politiche liberiste che sarebbero state applicate in questi anni. Guido esordisce in questo modo:

La crisi che attraversiamo non è nata in Italia. Le origini, come è noto, sono negli USA. Ma anche se guardiamo in modo specifico alla crisi europea, dobbiamo constatare che il nostro paese non è certo l’epicentro del terremoto dell’eurozona. Sono messi molto peggio di noi paesi come la Spagna e l’Irlanda, i campioni del basso debito, al cui confronto la Germania appare una nazione dissennata. Sono paesi colpiti dalla crisi prima e più profondamente di noi (almeno per ora, ma ci stiamo attrezzando per raggiungerli) e su cui i mercati hanno mostrato una (relativa) maggiore sfiducia rispetto a quella riposta nel nostro debito pubblico, sebbene notevolmente più alto.

Il suo errore è vedere un’unica crisi laddove invece ve ne sono tre: quella americana del 2007-2008, quella europea, che inizia nel 2010 ed è strettamente collegata a quella americana, ed infine quella italiana.

Partiamo dalla crisi americana. Secondo Guido è una crisi da imputare sostanzialmente all’eccessiva sregolatezza dei mercati. Cito dal testo:

Torniamo quindi a ritroso negli USA. Perché nasce la crisi? L’origine, è noto, è nell’accumulo di un enorme debito privato, spinto – si dice – dal basso costo del denaro. Ma non solo da questo: anche e soprattutto dal fatto che – proprio seguendo il dettame del laissez faire – si è ritenuto che la finanza dovesse essere lasciata libera da lacci e laccioli. Ma il punto è: perché il debito privato non è stato ripagato generando la crisi finanziaria? Per conoscere la risposta, basta guardare la stagnazione dei salari (negli USA ma in tutti i paesi industrializzati) negli ultimi decenni. La “finanziarizzazione” è stata quindi la risposta alla bassa propensione al consumo dovuta ad una distribuzione del reddito che ha penalizzato la classe media e la working class che, fino agli anni 70, erano, sia come lavoratori che come consumatori, il vero “motore” dell’economia in tutti i paesi occidentali.

La crisi finanziaria americana, come è noto, nasce dall’eccessivo indebitamento privato. Ma quest’indebitamento non nasce, come dice Guido, dalla “finanza libera da lacci e laccioli”. A dire il vero l’impetuoso incremento dell’indebitamento privato e lo sviluppo della bolla immobiliare furono il risultato di un intervento attivo dello Stato federale, che attraverso la politica dei bassi tassi di Greenspan da una parte, e dall’altra attraverso la concessione indiscriminata di mutui da parte di Fannie Mae e Freddie Mac, due enti parastatali, creò i presupposti per la crisi. Il clima generale di bassi tassi d’interesse, l’intenzione del governo federale di dare a tutti gli americani una casa di proprietà, uniti all’implicita garanzia dello Stato sull’eventuale fallimento delle banche hanno provocato una corsa all’indebitamento che doveva condurre per forza ad un profondo baratro. Ma perché il governo americano è intervenuto in questa maniera? Perché voleva aumentare la percentuale di americani proprietari di una casa senza dover agire sulle radici del problema: tra le altre, la difficile condizione economica delle minoranze, che non avevano i requisiti reddituali per accedere ad un prestito.

Subito dopo Guido si lancia in una tirata contro l’economia dei servizi e la globalizzazione:

A cosa è dovuta la stagnazione salariale e la conseguente riduzione dalla quota salari rispetto al PIL? Negli USA vi è una chiarissima correlazione tra bassi stipendi, crescita del settore dei servizi e bassa sindacalizzazione. I lavori Mac Donald’s e Walmart, per intenderci, hanno distrutto il “sogno americano”. Da noi in Europa abbiamo avuto lo stesso fenomeno, ma anche altri elementi: ad esempio in Italia la fine dell’indicizzazione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti ha fatto letteralmente crollare la quota salari nazionale. A questo si aggiunge – come fenomeno mondiale – la diffusione della precarietà, accompagnata da salari ai limiti della sussistenza.

Due elementi quindi: liberalizzazione della finanza e diminuzione delle tutele dei lavoratori, come conseguenza della liberalizzazione del mercato del lavoro, del passaggio dall’industria ai servizi (perché, diciamocelo, non è che “servizi” significhi necessariamente “ingegneri superpagati di Google”, significa soprattutto lavori a basso salario), il tutto con l’annesso “ricatto” occupazionale verso i sindacati, possibile grazie alla liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale (leggi: delocalizzazioni produttive). Se questo non è liberismo, che cos’è?

Il problema non è la diffusione dell’economia dei servizi, ma l’effetto che la globalizzazione ha avuto sulla distribuzione dei redditi nei paesi sviluppati: in molti casi la concorrenza dei paesi in via di sviluppo ha comportato il peggioramento delle condizioni economiche dei lavoratori a bassa specializzazione e quindi l’aumento della diseguaglianza. Attenzione, non sto facendo un discorso protezionista, un discorso no-global: sono fermamente convinto che la creazione di un mercato globale sia la più grande opportunità di sviluppo a disposizione dell’umanità. Sto dicendo che però la crescente globalizzazione dell’economia richiede che lo Stato si attivi per riqualificare e rendere competitivo il Paese. Per farlo c’è bisogno di un sistema d’istruzione capillare ed efficace non solo nella formazione iniziale del capitale umano dei prossimi anni, ma anche nel continuo aggiornamento dei lavoratori low-skilled. Un paese occidentale non può pensare di competere con i paesi asiatici sul costo del lavoro, deve concentrarsi sui settori ad alto tasso di specializzazione e per fare questo l’intervento dello Stato è indispensabile.

La seconda crisi è quella europea. Qui la questione è molto complessa, e sarebbe fuorviante additare alla folla adirata un unico colpevole: il colpevole non è la Merkel, non è la Grecia, non è l’alto indebitamento di alcuni Stati. Le soluzioni totalizzanti è meglio lasciarle a chi vede il mondo come una gigantesca lotta tra Bene e Male. La crisi europea nasce dal fatto che ancora oggi l’Eurozona è una semplice unione monetaria e non un’unione economica. E non potrebbe essere altrimenti, visto che comprende paesi diversissimi tra loro in quanto a forma di governo, cultura politica, mercato del lavoro, sistema normativo et cetera.

Proprio perché l’Unione Europea è stata un progetto politico che quasi nessuno voleva portare fino alle sue logiche conseguenze (cioè la definitiva integrazione economica e politica) sono state enunciate delle regole, i criteri di Maastricht, che in pochissimi hanno veramente rispettato.

Non li ha rispettati l’Italia, che venne ugualmente ammessa a far parte dell’Eurozona contro il parere dei tedeschi in virtù del suo ruolo di fondatore dell’Unione.

Non li hanno rispettati Francia e Germania nel 2003, non li ha rispettati la Grecia, che ha addirittura truccato i bilanci.

La predisposizione di regole assurde da parte di un soggetto politico assai poco legittimato ha creato una situazione per cui ogni soggetto era incentivato ad infrangere quelle stesse regole. Se ci si pensa un attimo, è esattamente quello che succede da decenni in Italia.

Ma come si esce dalla crisi? è possibile tornare a crescere? Ovviamente sì, prima o poi torneremo a crescere. Più poi che prima, molto probabilmente. La soluzione non è esigere a gran voce gli eurobond o la tobin tax: purtroppo non esistono terapie indolori.

Per come la vedo io, l’unica strada da percorrere è l’allentamento del percorso di consolidamento fiscale dei singoli Stati, che per come è strutturato adesso sta trascinando il continente nel baratro della recessione, unito all’approvazione di una serie di riforme strutturali volte a recuperare competitività. Il tutto inserito in un percorso di progressiva integrazione economica e poi politica dei paesi membri dell’Unione.

Un percorso del genere potrebbe iniziare solo l’anno prossimo, con l’inizio della nuova legislatura in Germania, e durerebbe probabilmente non meno di 5-6 anni. Ammesso che le classi dirigenti europee si dimostrino all’altezza, cosa che mi pare quantomeno dubbia, limitandomi a guardare in casa nostra.

Arriviamo infine alla terza crisi, quella specificamente italiana, che era l’oggetto del mio post precedente. Quella italiana è una crisi strutturale dovuta ad un sistema economico nazionale che semplicemente non funziona. Il periodo di poderoso sviluppo economico che il paese ha sperimentato dopo il secondo dopoguerra è oggi preso a modello di riferimento e molti commentatori lo considerano un’opzione politica come un’altra, qualcosa che è a portata di mano e che si potrebbe raggiungere senza difficoltà se solo lo si volesse. Non è così.

L’Italia negli anni ’50 e ’60 è cresciuta per vari motivi: innanzitutto “vantava” dei salari bassissimi, il che garantiva alla sua industria un vantaggio notevole rispetto ai concorrenti stranieri. Questo è importante ricordarlo, la nostra competitività era basata, almeno inizialmente, sull’ampia disponibilità di manodopera a basso prezzo: in sostanza eravamo ciò che ora è per noi il Bangladesh.

Un altro fattore che contribuì alla crescita economica fu la stessa situazione in cui versava il paese dopo le distruzioni dei bombardamenti alleati: è ovvio che un’economia che deve ripartire da zero mostri per tanti anni tassi di crescita da paese in via di sviluppo, noi in quegli anni lo eravamo a tutti gli effetti. Se sei un paese che esce dalla guerra, hai una popolazione molto giovane e ricevi dagli americani un sacco di soldi da “buttare nella fornace”, crescere non è molto difficile, è tutta questione di quanto carburante hai, non è ancora importante la sua qualità e il modo in cui viene bruciato.

Guido Iodice presenta il declino dell’Italia secondo la solita prospettiva molto in voga a sinistra, quella per cui la crisi sarebbe dovuta alla diminuzione del ruolo dello Stato nell’economia:

L’origine del declino “specifico” dell’Italia non è nelle furberie della “casta” contro cui si scatenano tutti, da Grillo a Giannino. E’ nell’aver puntato sul “privato è bello” anche in settori strategici. E’ nell’aver alimentato la retorica del “piccolo è bello” mentre altri paesi competevano grazie ai grandi colossi industriali mentre invece noi cedevamo (e stiamo per cedere ancora) i campioni nazionali. E’ nell’aver dismesso le garanzie dello statuto dei lavoratori e introdotto una sempre crescente precarietà. E’ nella sua irresponsabile leggerezza per averci condotti nell’avventura fallimentare di un sistema di cambi fissi (l’euro) senza nessuno strumento di bilanciamento macroeconomico, contro il parere di tutti i maggiori economisti (da Friedman a Godley). E’ nell’aver sacrificato continui avanzi di bilancio alla riduzione del debito pubblico, senza accorgersi che aumentava quello privato e si erodeva la ricchezza delle famiglie. E’ nell’aver fatto divorziare Tesoro e Banca d’Italia. Nell’aver sostituito le defiscalizzazioni e gli incentivi automatici ad una seria politica industriale, come parte di una politica economica improntata a quello che oggi è un termine tabù: la programmazione (è illuminante leggersi oggi, tra gli altri, Paolo Sylos Labini). Eccole le “politiche economiche dissennate”. Ma penso che tu ti riferissi all’intervento pubblico in economia o alla finanza creativa di Tremonti, certo disastrosa, ma una goccia dell’oceano degli errori compiuti nel nostro paese, anche perché la finanza fin troppo “rigorosa” di altri non è stata per nulla una medicina per il tessuto produttivo e per i bilanci delle famiglie.

Spiace che l’Euro venga considerato un’avventura fallimentare, perché significa che non se ne comprende il valore politico. La forza dell’Euro è stata ed è proprio il regime di cambio fisso in cui mantiene gli stati membri, perché li costringe ad affrontare le proprie contraddizioni, è un impegno irreversibile a lavorare per una reale integrazione continentale. è la leva per far venire a galla i nazionalismi latenti ed affrontarli a viso aperto. è lo strumento che ora ci costringe a fare una scelta netta: proseguire con decisione nella costruzione dell’Unione o scegliere di andare ognuno per conto suo.

Il vero, drammatico problema del Paese è che la spesa pubblica è sempre stata utilizzata in primo luogo come mezzo per mantenere il consenso elettorale o per anestetizzare il conflitto sociale. Tutto il ceto politico democristiano ha costruito la propria fortuna politica su queste dinamiche: siccome l’Italia era e per molti versi è ancora un paese feudale, la classe dirigente aveva davanti a sé due opzioni: intraprendere una lunga battaglia politica “antimedievale” contro l’aristocrazia parassitaria, i monopoli e gli oligopoli che dominavano la grande industria, la burocrazia fascio-monarchica sopravvissuta al cambio di regime politico, oppure rinunciare e preoccuparsi di gestire i flussi elettorali dei ceti popolari.

è stata scelta la seconda opzione, ovviamente. Nella zona x c’è poco lavoro? Nessun problema, basta costruire un’enorme acciaieria, o una bella fabbrica, una vera cattedrale nel deserto che crea sì un po’ di indotto ma distrugge tutte le altre attività economiche della zona. Il lavoro lo dà lo Stato, così può controllare meglio i cittadini.

Questo è un processo che si intensificò col passare degli anni e che mentre prima veniva nascosto dalla continua monetizzazione del debito, a partire dagli anni ’80, dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, venne alla luce attraverso un impetuoso aumento del debito pubblico. Durante gli anni ’80 il paese non è riuscito a riorganizzare il proprio sistema produttivo per poter rispondere alle sfide della globalizzazione: abbiamo un tasso di abbandono scolastico altissimo, pochi laureati, una burocrazia inefficiente (per usare un eufemismo), una giustizia civile lentissima, un sistema di protezione dei lavoratori obsoleto. Siamo, in sostanza, una democrazia fallita: un paese che non riesce a sconfiggere il cancro radicato dell’evasione fiscale, una vera “tassa sugli onesti”. Da questo punto di vista (ma solo da questo, attenzione – noi una base industriale almeno ce l’abbiamo) non c’è grande differenza tra noi e la Grecia. Finché non riusciremo a risolvere questi problemi sarà difficile riprendere il sentiero della crescita, con o senza l’Euro.

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