Si può fare: 20 startup per cambiare l’Italia

Oggi sono andato a Roma per Si può fare!, l’evento con cui Working Capital ha presentato i vincitori del 2012: venti startupper che hanno ricevuto un grant di 25.000 euro per realizzare un prototipo del loro prodotto e per presentarlo ai potenziali investitori.

Nelle startup italiane il talento c’è, la voglia di fare pure, finora mancavano i capitali. E, sì, 25.000 euro non sono tantissimi, ma sono un bel piatto su cui non sputerei. Soprattutto perché questo è solo l’inizio.

L’elenco dei 20 progetti lo trovate qui: si passa dai big data alle tecnologie green alle applicazioni in campo medicale ad alcuni progetti dallo spirito più schiettamente social.

I miei preferiti sono FlyAQ, Captiks, Okobici, SoCool e DIRAMa.

Utile e tamarro al punto giusto, FlyAQ è “una piattaforma open-source per permettere di fare mission planning di quadrirotori autonomi. La piattaforma permette a UAV di questo tipo, impegnati principalmente in operazioni di search-and-rescue, di venire agevolmente e rapidamente programmati per supportare il personale umano tramite un’interfaccia grafica di programmazione basata su di un linguaggio appositamente sviluppato.”  Per chi non lo sapesse, un quadrirotore è un veicolo volante autonomo, come questo:

Figata, eh??

La foto è uno screenshot di un capitolo di Call of Duty, una serie di videogiochi, non fatevi ingannare: FlyAQ non ha intenzione di lavorare con i militari.

Captiks è un sistema di sensori da applicare al corpo che rileva ed analizza tutti i movimenti dell’indossatore. DIRAMa, creato da una simpatica dottoranda dell’Istituto Italiano di Tecnologia, è uno strumento per creare mappe informazionali degli ambienti marini e sottomarini. SoCool è un’impresa che punta in alto, non solo metaforicamente: vuole portare il solar cooling, l’aria condizionata alimentata ad energia solare, in tutte le case italiane.

Date le mie abitudini però sono rimasto particolarmente colpito da Okobici, il sistema privato p2p di bikesharing, in cui ogni persona collabora alla riuscita del network: c’è chi è un semplice utente, chi ci mette le bici, chi si offre per ripararle. Interessante, anche considerando che me ne hanno fottute due in pochi mesi.

Tante buone idee, dunque, ma la sensazione che questo non sia sufficiente a creare le fondamenta su cui edificare il rilancio del Paese. Mancano alcuni tasselli fondamentali: un governo non emergenziale com’è purtroppo quello attualmente in carica; una vera legge sul crowdfunding, non il surrogato che è contenuto nel decreto sviluppo; un deciso investimento dello Stato in istruzione e ricerca, che politicamente non è una priorità perché offre grandi benefici nel lungo periodo, mentre lo sguardo dei politici non va oltre la tornata elettorale più vicina; una radicale semplificazione delle procedure della Pubblica Amministrazione; la rimodulazione del sistema fiscale; una riforma della giustizia civile, che ora costituisce forse il principale ostacolo agli investimenti esteri.

C’è però un’ottima notizia, che rende sicuramente più roseo il panorama dipinto qui sopra: nel 2013 Working Capital apre tre incubatori in tre città italiane: Catania, Milano, Roma. Tre grandi spazi gratuiti di coworking, dove le startup possono lavorare gomito a gomito, scambiarsi pareri e consigli, operare immersi in un ecosistema innovativo. Ottimo, è anche così che si costruisce la Rainforest.

Insomma, siamo ancora indietro, soprattutto rispetto a paesi come USA, Israele, Germania e UK. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare, e mi sembra che il nostro sia un inizio promettente. Si può fare, insomma: bisogna volerlo e bisogna porre con forza la questione sul tavolo del dibattito pubblico

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